domenica, Aprile 18

Elezioni Kenya: alta tensione e Uganda in allerta rossa

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Sono tre mesi che esperti regionali ed internazionali avvertono dei rischi che le imminenti elezioni presidenziali in Kenya generino violenze post elettorali simili se non peggiori a quelle avvenute nel 2007, quando si è sfiorato la Guerra civile e il genocidio.

Come nel 2007, quando la presidenza fu contesa da Mwai Kibaki (tribù Kikuyu) e Raila Odinga (tribù Luo, quella del padre di Barak Obama), anche le elezioni del 2017 i candidati Uhuru Kenyatta e Raila Odinga non rappresentano due diverse coalizione politiche ma bensì interessi economici tribali. Kenyatta deve mantenere il potere dei Kikuyu al Governo. Il primo Presidente dopo l’indipendenza Jommo Kenyatta era il padre del Presidente in carico e massimo rappresentante della tribù. Odinga farà di tutto affinchè i Luo accedino finalmente al potere, a loro precluso fin dai primi giorni dell’indipendenza.

A causa della disastrosa amministrazione, Uhuru Kenyatta si trova in difficoltà. Seppur serrato il confronto, gli ultimi exit polls danno Odinga in vantaggio con 1,5 punti di percentuale rispetto al suo rivale Kenyatta. Questo lieve vantaggio renderà ancora più polarizzate le elezioni con altre probabilità che entrambi i contendenti rivendichino fantomatiche frodi elettorali in caso di sconfitta avviando i disordini. Il primo segnale preoccupante giunge proprio dal Presidente Kenyatta, che secondo gli exit pools si troverebbe in lievo svantaggio rispetto al suo rivale. «Garantirò la pace post-elettorale e prego ai miei oppositori di fare altrettanto. Chiedo a tutti i cittadini kenioti di considerarsi fratelli e sorelle. Il governo sta mettendo in atto tutte le misure di sicurezza necessarie per assicurare pacifiche elezioni». Ha dichiarato sabato scorso il Presidente Kenyatta alla emittente televisiva K24TV e su Facebook Live Chat. Le rassicuranti parole del Presidente in carica contengono però un messaggio sibillino: «Accetterò la sconfitta solo dinnanzi ad elezioni trasparenti». Cosa significa? Questa è la domanda della popolazione già in angoscia. Chi deciderà che le elezioni siano state trasparenti in caso di sconfitta di Kenyatta? Cosa faranno l’attuale Governo, le forze di Polizia e l’Esercito a lui fedeli in caso di sconfitta elettorale?

Gli stessi interrogativi sono rivolti all’oppositore Raila Odinga a causa di altrettante sibilline sue dichiarazioni. Dando per scontata la vittoria, Odinga ha chiarito qualche giorno fa che non accetterà alcun compromesso post-elettorale, , tantomeno, il Power Sharing (un Governo di unità nazionale). Questo per evitare l’errore fatto nel 2007 quando, su pressioni internazionali, Odinga accettò di condividere il potere con il Presidente Kibaki. Il mandato Kikuyu-Luo fu un disastro per la seconda etnia e per Odinga. Kibaki, forte dell’apparato burocratico amministrativo Kikuyu e del sostegno di gran parte del corpo diplomatico e della Polizia e dell’Esercito, progressivamente rese il suo avversario impotente, ostacolando ogni possibilità di interagire nell’amministrazione dello Stato e nelle scelte economiche di politica interna ed estera.

Le affermazioni dei due principali candidati alla Presidenza fanno presumere un braccio di ferro in caso i risultati elettorali diano al vincitore un risicato margine di voti.
In quel caso Kenyatta e Odinga tenteranno di scatenare l’odio etnico per assicurarsi la vittoria? La popolazione risponderà a questa strumentalizzazione accettando di massacrarsi a suon di machete e mazze chiodate in nome di rivalità etniche, pur avendo sperimentato dal vivo la folle violenza post elettorale del 2007 che per un soffio non fece cadere la Nazione nel baratro di una guerra etnica senza fine? Le domande al momento rimangono senza risposte. Il dato certo è che tra i due principali candidati scorre odio puro. Il fatto che
entrambi abbiano rifiutato di confrontarsi in un dibattito pubblico trasmesso in diretta lunedì 24 luglio scorso rappresenta un preoccupante segnale di allarme.

Un altro segnale d’allarme proviene dall’omicidio di Chris Msando, Direttore della Informazione della Commissione Elettorale Indipendente IEBC. Il 29 luglio scorso il suo corpo è stato ritrovato con chiari segni di tortura inflittagli prima dell’uccisione. L’assassinio di Msando ha scatenato la paura tra l’opinione pubblica in quanto era noto il suo rigore per assicurare elezioni trasparenti e la sua determinazione a rifiutare tentativi di corruzione e pressioni  ricevute dall’attuale compagine di Governo. Mentre Amnesty International richiede una indagine indipendente sull’omicidio, l’ex Segretario di Stato americano, John Kerry, ora vice direttore della prestigiosa associazione Carter Centre ha condannato senza riserve il barbarico atto. Tra le righe della sua condanna si intuisce che il Governo viene direttamente chiamato in causa. Il Carter Center, fondato nel 1982 dal ex Presidente Jimmy Carter e da sua moglie Rosalynn Carter con l’appoggio della Emory University, difende a livello mondiale i diritti umani, offre assistenza umanitaria e sanitaria alle zone del pianeta colpite da calamità, offre assistenza elettorale ai Paesi in via di democratizzazione e assicura osservazione imparziale durante le elezioni in vari Stati del pianeta. In pratica la Carter Center è un potente strumento di pressione politica americana utilizzata sia dai repubblicani che dai democratici. Significativo il fatto che nella sua pagina web ufficiale il Carter Center abbia pubblicato le condoglianze rivolte alla famiglia di Msando.

In un articolo a firma della direttrice associata Sarah Johnson, pubblicato lo scorso 11 luglio il Carter Center è stata la prima associazione occidentale a sottolineare la guerra fredda tra i due candidati che potrebbe far scatenare nuovamente le violenze post-elettorali su base etnica. “Riveliamo una profonda rivalità tra i due maggiori candidati. L’opposizione in caso di sconfitta si sentirebbe privata della vittoria per la seconda volta mentre il partito al potere non vuole perdere e tenta di forzare gli osservatori internazionali ad appoggiarlo”. A gettare benzina sul fuoco è giunta la minaccia del Presidente Kenyatta rivolta a tutti gli ufficiali della pubblica amministrazione e capi tradizionali di tribù sospettati di appoggiare o favorire Raila Odinga e la piattaforma politica di opposizione National Super Allieance (NASA).

Il teso clima alla vigilia elettorale ha forzato il potente alleato ugandese ad allertare l’Esercito e a prendere misure preventive per non rischiare di perdere milioni di dollari come successe durante le violenze post elettorali in Kenya del 2007. Le importazioni ugandesi dipendono fortemente dal porto di Mombasa, dove passano annualmente 5,5 milioni di tonnellate di merce destinate ai mercati in Uganda. Il 90% del fabbisogno di carburante a livello nazionale viene importato a partire dal porto di Mombasa.
Tre giorni fa, su ordine del Presidente Yoweri Kaguta Museveni, il Primo Ministro Ruhakana Rugunda ha convocato una riunione straordinaria in vista delle elezioni keniote a cui erano presenti anche il Ministro degli Interni Mario Obiga, e il Ministro della Sicurezza, il Luogotenente Generale Henry Tumukunde.
Durante la riunione si sono decise una serie di misure di sicurezza nazionale tra le quali la creazione di una scorta di carburante per oltre 8 settimane e il dirottamento di tutte le importazioni sul sicuro porto tanzaniano di Dar El Salam. Mossa preventiva che però farà lievitare i costi di trasporto creando inflazione e aumento dei prezzi dei beni importati. L’Esercito è stato messo in massima allerta. Alcuni reparti sono stati già schierati nelle prossimità della frontiera keniota. Durante la riunione non si è esclusa l’eventualità di intervenire militarmente in Kenya se le violenze post elettorali dovessero mettere in pericolo le importazioni e i commercianti ugandesi e ruandesi. Nella riunione si è inoltre deciso di tener pronto l’Esercito per soccorrere il vicino alleato ruandese in caso che il gruppo terroristico FDLR tentasse l’invasione durante le elezioni, previste per venerdì 4 agosto.

Come il Sud Sudan, anche il Kenya rappresenta un motivo di forti contrasti tra Kampala e il suo storico alleato occidentale, gli Stati Uniti. Mentre il Presidente Donald Trump segue la linea del suo predecessore Barak Obama, sostenendo Raila Odinga, il leader dell’opposizione viene considerato dal Presidente Museveni come un elemento ostile agli interessi nazionali dell’Uganda. Interessi che spesso coincidono con la politica imperialista legata al controllo regionale delle risorse naturali. Museveni preferisce il Presidente uscente Uhuru Kenyatta, più facile da influenzare e con un grosso debito di riconoscenza in quanto l’archiviazione del processo per crimini contro l’umanità presso la Corte Penale Internazionale è stata possibile anche grazie alle pressioni ugandesi sugli Stati Uniti, Francia, Nazioni Unite e Unione Africana.

La scelta di Museveni di appoggiare Uhuru Kenyatta è condivisa anche da Mosca e Pechino, rafforzando la convergenza di idee tra la potenza regionale ugandese e le potenze internazionali emergenti riguardo molti aspetti politici, economici e geo-strategici della Regione di Grandi Laghi, ad esclusione del Burundi dove l’Uganda, assieme alla Tanzania e Rwanda, opta per un cambiamento di regime sostituendo il dittatore Pierre Nkurunziza con una compagine di Governo sempre dominata dall’attuale partito al potere, il CNDD, ma guidata da politici Hutu più moderati, meno corrotti e più moderni.

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