lunedì, Ottobre 18

Elezioni iraniane: Ahmadinejad vs Rouhani

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Il nome più interessante del partito ultra radicale è quello di Ebrahim Rajsi, membro dell’Assemblea degli Esperti che, ad oggi, ha un grande sostegno da parte della Guida Suprema. RaJsi può dare del filo da torcere a Rhuani?

Una candidatura di questo genere sembra più una candidatura di ʹbandieraʹ da parte del Consiglio dei Guardiani e della Guida Suprema. Rajsi si è proposto in contrapposizione a Rhuani e Ahmadinejad, che rappresentano in qualche modo due visioni discordanti – una più moderata, l’altra più intransigente – , ma comunque entrambe lontane dal gruppo dell’establishment. Non credo che Rajsi si sia candidato con l’intenzione di concorrere veramente al potere: la sua è stata una candidatura che non ha potenzialità di vittoria. Il consiglio degli Esperti, di cui Rajsi fa parte, è un organismo deputato a eleggere la Guida Suprema; il Consiglio stesso è eletto a suffragio universale, perciò, in qualche modo, è un organismo ʹdemocraticoʹ. Sarebbe ʹanti-democraticoʹ eleggere come Presidente un membro del Consiglio degli Esperti, perché, a quel punto, non ci sarebbe più una linea di confine fra potere religioso e politico. Alle elezioni deve vincere  un componente al di fuori dell’establishment iraniana: per questo la partita delle presidenziali si giocherà fra Ahmadinejad e Rhuani, il primo è un laico e il Presidente in carica non è un ayatollah.

Le elezioni iraniane che ruolo hanno all’interno della politica mediorientale?

In questo periodo storico non credo che le elezioni iraniane possono avere degli effetti sconvolgenti. In primo luogo perché, nonostante ciò che si dice, il sistema iraniano è un sistema consolidato: il ʹregimeʹ non è debole come quello egiziano in questo momento. L’Iran è uno Stato solido sia a livello istituzionale che a livello economico e, dunque, chiunque dei candidati vinca sarà sempre il capo di uno Stato che ha, e vuole avere, un determinato ruolo da svolgere in Medio Oriente. A livello internazionale gli interessi dell’Iran non cambieranno cambiando presidente: l’ostilità nei confronti dell’Arabia Saudita e la vicinanza alla Siria non muteranno. Anche le opposizioni intransigenti che il Governo israeliano ha nei confronti dell’Iran, che sono motivate dal timore della potenza iraniana, saranno portate avanti. Non penso che se vincesse Ahmadinejad ci sarebbe davvero il pericolo di una politica estera tanto aggressiva da portare la guerra in Israele.

L’Iran, insieme a Siria e Corea del Nord, rappresenta un Paese che gli Stati Uniti temono. Quale ruolo occupa l’Iran nella campagna militare statunitense? E da queste elezioni iraniane gli Stati Uniti cosa si aspettano?

Finora ho l’impressione che Trump sia un personaggio che si muove senza sapere cosa stia effettivamente facendo. Prende decisioni in maniera istintiva e casuale, del resto si è visto nei confronti della Cina: durante la campagna elettorale e all’inizio della sua presidenza Trump aveva annunciato che avrebbe disconosciuto la Cina, avvicinandosi a Taiwan, poi ha cambiato idea; la stessa cosa è accaduta con le relazioni con la Russia. Trump, purtroppo, non ha alcuna esperienza nel campo di politica internazionale, perciò si muove un po’ a caso, a seconda di come i suoi consiglieri lo indirizzano. Questo è estremamente pericoloso, le sue scelte dettate dal caso possono dar luogo a scenari imprevedibili, capaci di creare situazioni distruttive. C’è da sperare che dopo l’allontanamento dello stratega Steve Bannon la situazione rientri un po’ fra le righe. Sicuramente se vincesse Ahmadinejad lo scontro tra USA e Iran si acuirebbe: le relazioni diverrebbero molto più tese.  Una nuova presidenza di Ahamdinejad potrebbe precludere ulteriori passi avanti che sono stati fatti dall’amministrazione Obama: se Trump sceglierà il pragmatismo piuttosto di attaccare l’Iran, questo non possiamo saperlo.

Cosa ne pensa dell’ultimo attacco in Afghanistan? Era un modo per intimorire la Corea del Nord, i Paesi mediorientali e la Russia?

Tutto questo s’inquadra nel discorso fatto finora: nonostante i rapporti pessimi fra Usa e Russia Obama non avrebbe mai affrontato in questo modo Putin. Questo ultimo attacco in Afghanistan può essere assimilato all’attacco in Siria: Trump vuol far vedere di essere una potenza forte, capace di ostacolare chiunque voglia prendere il controllo del Medio Oriente, oltre a mandare un messaggio alla Corea del Nord. Il punto è che Trump si è circondato di consiglieri piuttosto radicali, quindi bisognerà vedere se Jemes Mattis, ex generale dei Marine, riuscirà a moderare i toni. La politica è essenzialmente pragmatismo, si spera che i consiglieri si rendano conto che non è proprio il caso di rischiare una guerra mondiale combattuta con armi nucleari: se Trump si muove in questo modo è chiaro che i risch

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