mercoledì, Settembre 22

Elezioni in Nigeria Negli ultimi giorni, il gruppo terroristico Boko Haram ha intensificato i propri attacchi nella regione nord

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boko haram

Goodluck Jonathan, molto criticato per scandali di corruzione e per la sua inefficacia nella lotta a Boko Haram, ha confermato alcune settimane fa la sua ricandidatura a presidente, provocando forti malumori all’interno del suo stesso partito. Benché secondo la costituzione nigeriana un presidente possa essere rieletto per due mandati consecutivi, il regolamento interno del PDP impone l’alternanza tra un presidente proveniente dalle regioni del Nord, a maggioranza musulmana, e uno dalle regioni del Sud, a maggioranza cristiana. Jonathan è originario dello stato del Delta del Niger, regione che per molti anni ha rivendicato un ruolo più attivo nella politica nazionale in virtù del fatto che produce la maggior parte del petrolio nigeriano.                                                                                                                                                                       Negli anni 2000, attivisti del Delta del Niger hanno cominciato a reclamare più ricchezza derivante dal petrolio, dando vita a diverse attività criminali che andavano dal furto del petrolio estratto (attraverso allacciamenti illegali agli oleodotti che trasportavano il greggio altrove), ad attacchi terroristici contro le infrastrutture petrolifere della regione. Jonathan è il primo presidente originario di quello stato, i cui leader locali non sembrano intenzionali a mollare la presa sulla carica presidenziale. Edwin Clark, uno dei rappresentanti del gruppo etnico di Jonathan intervistato da International Crisis Group, ha dichiarato: “non possiamo continuare a nutrire il paese senza governarlo!”.

D’altro canto, la conferma della ricandidatura di Jonathan non è stata accolta positivamente dalle sezioni del nord del PDP, provocando una spaccatura nel partito che ha portato numerosi esponenti originari delle regioni settentrionali a passare all’APC, partito a maggioranza musulmana che punta sul voto della popolazione del nord.

Tuttavia, la regione settentrionale è proprio quella interessata dall’insorgenza di Boko Haram. Dall’estate 2013, gli stati di Borno, Adamawa e Yobe sono stati sottoposti ad uno stato di emergenza che aveva l’obiettivo dichiarato di sconfiggere il movimento, ma che sembra in realtà aver prodotto un aumento della sua attività terroristica: secondo dati elaborati da ICG nel report già menzionato, gli attacchi del gruppo avrebbero provocato circa 5000 morti e 750.000 sfollati solo tra maggio 2013 e ottobre 2014.

Alessio Iocchi, laureando in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, appena rientrato da Kano dopo un periodo di ricerca sul campo su Boko Haram e le sue relazioni col governo nigeriano e con il terrorismo transnazionale, spiega che, nonostante la smentita del movimento rispetto alla morte del suo leader Abubakar Shekau, la struttura del movimento è cambiata. Boko Haram avrebbe adesso una struttura molto più decentrata, con l’obiettivo non più di colpire e scappare ma di occupare territori. Secondo il quotidiano nigeriano Daily Trust, il gruppo controllerebbe ormai una superficie di 20.000 km quadrati compresa tra i tre stati di Borno, Adamawa e Yobe. Inoltre, continua Iocchi, la figura di Shekau sembra essere diventato un simbolo, un “franchise”, come l’ha definito Marilyn Ogar, portavoce del Dipartimento per i Servizi di Sicurezza dello Stato (SSS), per contrastare non soltanto l’istruzione occidentale, ma anche l’idea stessa di stato. Ad agosto 2014, infatti, il movimento ha dichiarato l’istituzione di un califfato islamico nelle aree sotto il suo controllo.

Il controllo del territorio di Boko Haram in realtà è a macchia di  leopardo”, spiega Iocchi, “e l’espansione verso nuove aree avviene attraverso attacchi terroristici e poi una vera e propria invasione di villaggi e cittadine, durante la quale tutti gli uomini vengono uccisi o costretti a unirsi al movimento”. A parte l’uso della violenza e della coercizione per reclutare nuovi membri, però, il movimento fa anche leva sulla marginalizzazione economica delle regioni del nord e sull’esclusione sociale di molti giovani, usando la religione per legarsi alle reti dell’islamismo radicale internazionale, in particolare ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).  Secondo Fatima Akilu, responsabile del Programma per contrastare l’estremismo violento intervistata da Magnus Taylor (redattore di African Arguments), il messaggio di Boko Haram, è “semplice, lineare e attraente” per quanti si sentono vittime di esclusione socio-economica.

La situazione di isolamento degli stati settentrionali è stata ulteriormente peggiorata, secondo Iocchi, dalla legalizzazione della shari’a nelle aree musulmane, avvenuta a partire dal 1999 per volere dei governi locali, fino ad interessare ben dodici stati, scoraggiando però investimenti esteri ed attività produttive che si sono invece andate sempre più concentrando nel sud del paese. Inoltre, aggiunge Iocchi: “Il movimento non è stato contrastato in  modo adeguato. Molti osservatori internazionali, tra cui anche Stephen Davis, il mediatore australiano ingaggiato per negoziare il rilascio delle 276 studentesse rapite da Boko Haram l’estate scorsa, hanno denunciato la scarsa serietà del governo nell’azione del gruppo terroristico. Nonostante il budget per la difesa sia molto alto, l’esercito non è equipaggiato, non riceve munizioni.”

Il governo nigeriano sembra dunque più concentrato sulla campagna elettorale che sulla lotta a Boko Haram, ma le due questioni sono profondamente collegate. Già a dicembre 2013, la Commissione Nazionale Indipendente per le Elezioni (INEC) aveva dichiarato che non sarebbe stato possibile organizzare il voto negli stati sottoposti allo stato di emergenza. Lo stato di emergenza è scaduto il 20 novembre, ma le condizioni di sicurezza restano critiche e, anzi, Boko Haram sembra intenzionato ad allargare il proprio raggio d’azione anche allo stato di Kano, come lascia intendere il sanguinoso attentato del 29 novembre alla moschea. Questo significherebbe pregiudicare ad alcuni degli stati più popolosi della Nigeria la possibilità di andare a votare, penalizzando enormemente l’APC e aumentando le possibilità di vincita di Jonathan nonostante il suo vacillante consenso.

Boko Haram è diventato uno strumento importante della campagna elettorale, utilizzato da entrambi i partiti per discreditare l’avversario. Muhammadu Buhari e Bola Tinubu, leader dell’APC, accusano Jonathan e il suo governo di sostenere strumentalmente Boko Haram per fini elettorali, mentre il PDP accusa l’APC di essere l’equivalente dei “fratelli musulmani nigeriani” e di sostenere l’insorgenza islamista nel nord.

Tutto questo alza la posta in gioco e rende scontri e violenze una possibilità molto concreta man mano che la data del suffragio si avvicina, tanto più che la Nigeria non è nuova alla violenza elettorale: le elezioni del 2011, dichiarate come le più credibili dal 1999 da osservatori internazionali, hanno comunque scatenato episodi di violenza che hanno provocato quasi 1000 vittime. Nel corso di quest’anno, diversi scontri isolati si sono già verificati in molte aree del paese, e le prospettive restano allarmanti.

 

 

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