sabato, Ottobre 16

Elezioni in Iran, sotto la lente dell’Ayatollah

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Mancano dieci giorni alla data delle elezioni in Iran. La ‘teocrazia’ persiana vede dunque concludersi la campagna elettorale iniziata il 20 aprile 2017 in cui si sono affrontati i 6 candidati alla presidenza. Nonostante le forti critiche internazionali, le elezioni in Iran sono generalmente meno ‘controverse’ di quello che gli osservatori occidentali si aspetterebbero (le polemiche sull’elezione truccata di Mahmoud Ahmadinejad nel 2009 sono state un’eccezione).

Teoricamente ogni cittadino che ha compiuto il ventunesimo anno di età può candidarsi alla Presidenza. Il passo più critico è il superamento della selezione effettuata dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione (un’assemblea religiosa nominata dall’Ayatollah, vero centro del potere della Repubblica), che di fatto decide arbitrariamente chi può e chi non può partecipare alla competizione elettorale.

Una volta passata la ‘selezione’ tuttavia il regime di Teheran concede spazi nelle radio e televisioni di stato uguali a tutti i candidati ammessi, a cui sono stati dati 1470 minuti di copertura mediatica. L’elezione prevede che il vincitore ottenga il 50% dei voti più uno al primo turno. In caso questo risultato non venga raggiunto da nessuno dei candidati è stata prevista una seconda tornata elettorale per il 26 maggio. Generalmente, tuttavia, il vincitore è nominato fin dal primo turno.

Il sistema politico e istituzionale dell’Iran prevede cariche elettive e nominate. Per quanto riguarda le seconde, si ritiene che il campo ‘conservatore’ considerato il favorito dall’Ayatollah Ali Khamenei, sia in perenne vantaggio. I conservatori sostengono i principi della rivoluzione, supportano le norme sociali islamiche e sono piuttosto critici verso l’Occidente, che vedono come uno schieramento con cui è molto difficile scendere a patti. Il lato ‘moderato’, a cui appartiene l’attuale Presidente Hassan Rouhani, ha invece idee più progressiste, seppur circoscritte all’interno delle norme islamiche, che non sono messe in discussione.

La natura stessa del dibattito politico iraniano fa però sì che questioni come i diritti umani, la condizione della donna, o la stessa struttura del potere nelle mani dell’Ayatollah, non siano mai punti centrali nel discorso. L’elettore iraniano viene spesso conquistato dal candidato in grado di offrire maggiore sicurezza economica e migliore qualità della vita. Sarà questo il banco di prova per Rouhani, criticato dagli oppositori per l’accordo sul nucleare siglato con gli Stati Uniti che non avrebbe portato i risultati sperati all’economia del Paese. Il problema della disoccupazione (al 12%, con quella giovanile che raggiunge il 30%) resta infatti importante, nonostante una buona ripresa che ha visto l’economia crescere a ritmi del 5%, anche grazie all’allentarsi delle sanzioni internazionali.

I cantidati che si contenderanno il posto per la Presidenza sono 6. Il moderato Rouhani, 68enne, tenterà di confermare la sua leadership (non è raro in Iran vedere lo stesso Presidente vincere anche per la seconda legislatura). Il conservatore più temuto, e il favorito dell’Ayatollah, è Ebrahim Raisi, 57 anni, custode del santuario religioso più importante del Paese, è conosciuto per aver presieduto una commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di dissidenti nel 1988. Tra i conservatori sono candidati anche Mohammad Bagher Ghalibaf, il sindaco di Teheran, e Mostafa Mirsalim, un ex-ministro della Cultura. Gli altri moderati sono Eshagh Jahangiri, attuale vicepresidente, e Mostafa Hashemitaba, ex-capo del comitato olimpico nazionale.

E’ Raisi, in ogni caso, il principale avversario di Rouhani, nonostante in uno dei tre dibattiti televisivi previsti sia stato considerato il meno convincente. Ad ogni modo, in Iran, in molti si domandano se il cambio di Presidenza possa effettivamente tradursi in una rinnovata linea politica. E’ molto difficile che questo avvenga. L’Ayatollah mantiene le redini del potere, specialmente per quanto riguarda la politica interna. Riguardo agli esteri, quasi certamente, in Siria nulla cambierà. Dovesse essere riconfermata la Presidenza di Rhouani potrebbe, Trump permettendo, proseguire però una timida e lenta apertura agli Stati Uniti, abbastanza evidente se si confronta la politica dell’amministrazione attuale a quella del suo predecessore Ahmadinejad.

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