mercoledì, Luglio 28

Elezioni in Gran Bretagna: quanta democrazia?

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Il risultato delle ultime elezioni generali in Gran Bretagna, che hanno eletto i membri della Camera dei Comuni destinati a servire il regno per i prossimi cinque anni, ha riportato alla ribalta il problema della riforma elettorale nel Paese. Il Partito indipendentista del Regno Unito, l’UKIP, ha ottenuto il 12,6% delle preferenze nazionali (3 881 099 voti), mentre i Liberal Democratici il 7,9% (2 415 862). Tuttavia questo risultato non si è rispecchiato nella composizione finale della Camera: lUKIP ha ottenuto un solo seggio mentre i Liberal Democratici otto.
Questo è il risultato dell’attuale sistema elettorale per la camera bassa, chiamato anche First Past The Post (FPTP) e che divide l’elettorato in 650 circoscrizioni a ognuna delle quali corrisponde un seggio; ciò significa che gli elettori di ogni circoscrizione scelgono un membro della Camera dei Comuni destinato a rappresentarli per tutto il mandato, ossia i successivi cinque anni. Il candidato che ottiene più voti diventa il rappresentante di quella circoscrizione alla Camera dei Comuni, la camera bassa del parlamento britannico. Le elezioni hanno luogo ogni cinque anni in un unico turno e anche la più stretta maggioranza è sufficiente a far eleggere un candidato.
Si dice spesso che il diavolo si nasconde nei dettagli e quelli della struttura circoscrizionale britannica hanno lasciato al diavolo abbastanza spazio di manovra da permettergli di pervertire tutto il sistema elettorale della Camera dei comuni, causando conseguenze non indifferenti a tutto il sistema democratico britannico.
Ciò che sbalordisce del sistema elettorale per la Camera dei Comuni è il fatto che alcune circoscrizioni siano significativamente più piccole rispetto ad altre, ma tutte abbiano comunque diritto a un seggio indipendentemente dalle dimensioni del proprio elettorato.
Per esempio, Angus MacNeil, del Partito Nazionalista Scozzese (SNP), ha ottenuto il seggio per la circoscrizione di Na h-Eileanan an Iar con 8 662 voti, che rappresentano una percentuale del 54,3%; il candidato conservatore Andrew Turner ha invece ottenuto il seggio per la circoscrizione dell’Isola di Wight con 28 591, il 40,7%. Per ottenere il proprio seggio, Turner ha dovuto ottenere più di tre volte il numero di voti di MacNeil; allo stesso modo, il 54,3% di quest’ultimo è circa un terzo della percentuale ottenuta da Turner. Alla fine, entrambi occuperanno un seggio in Parlamento come risultato dell’ineguaglianza di dimensioni tra circoscrizioni. A un livello nazionale, se si considera che ci sono 650 collegi elettorali e che questo fatto si può ripetere, non ci si deve sorprendere di vedere lUKIP superare i Liberal Democratici in numero di voti nazionali, ma finire poi con meno seggi alla Camera dei Comuni. Inoltre, alcuni partiti possono ottenere un gran numero di seggi che rappresentano piccole circoscrizioni, mentre ad altri capita esattamente il contrario.
Si potrebbe osservare il risultato delle elezioni in termini di seggi e affermare che l’UKIP sia un partito di minoranza ma, se si osserva più attentamente il risultato in termini di voti nazionali, vale a dire al numero di voti totali nel regno per ogni partito, i numeri cambiano notevolmente, con l’UKIP che si attesta come il terzo partito britannico in quanto a numero di voti per la Camera dei Comuni. Tutto ciò ha un impatto importante per quanto riguarda le politiche messe in atto dal Governo conservatore di David Cameron. Il suo partito ha vinto con una maggioranza chiara, fatto che gli permetterebbe di formare un Governo di maggioranza senza il bisogno di creare una coalizione; per mettere in atto il programma di Governo, però, dovrà tenere in conto il dibattito pubblico generale e il peso di ogni partito. In questo senso, l’UKIP ha più speranze di vedere le proprie idee e proposte considerate dal Governo di Cameron per due motivi: da una parte, il Governo non ha bisogno dei voti dei Liberal Democratici per approvare le proprie leggi, visto che i Conservatori, il gruppo politico di Cameron, ha una maggioranza chiara alla Camera di Comuni; dall’altra, l’UKIP rappresenta un numero maggiore di elettori rispetto ai Liberal Democratici. Tutto ciò, però, non è rappresentato in modo chiaro dalla composizione della camera bassa.
Verrebbe da pensare che, forse, se il sistema elettorale per la camera alta, quella dei Lord, fosse diverso, gli effetti del problema sarebbero più contenuti, ma la Camera dei Lord funziona per nomine, non tramite un sistema elettorale: non viene eletta nonostante abbia un ruolo attivo nelle vicende nazionali.
Una riforma elettorale era già stata proposta nel 2011, con un referendum per passare a un altro sistema, quello de Voto Alternativo, un sistema elettorale preferenziale. In questo modo, gli elettori non scelgono un candidato specifico, ma una lista di candidati in ordine di preferenze. I voti vengono poi contati e il candidato che raggiunge almeno il 50% di preferenze viene eletto direttamente. Nel caso in cui non si raggiunga la maggioranza, il candidato con meno preferenze viene eliminato e tutti i voti di chi lo aveva messo in prima posizione vanno agli altri candidati. Questo sistema si ripete fino a quando uno dei candidati ottenga la maggioranza. I cittadini hanno rifiutato questa proposta, e il No ha vinto con il 67,9% contro il 32,1% del Sì.
Dopo le elezioni generali di questo mese, il dibattito sulla riforma elettorale in Gran Bretagna ha ripreso piede per via di questa discrepanza tra il voto nazionale e i risultati in numero di seggi. I due partiti che più di tutti hanno sofferto per via del sistema FPTP, lUKIP e i Verdi, hanno unito le proprie forze per richiedere una riforma elettorale. Quest’ultimo partito ha avuto una sorte simile a quella dell’UKIP, anche se in misura minore, con una percentuale del 3,8%, equivalente a 1 157 613, ma finendo, ironicamente, con un solo seggio alla Camera, così come nel caso dell’UKIP. Questi due partiti sono stati appoggiati da un gruppo di sostenitori di alto profilo che hanno firmato e depositato al numero 10 di Downing Street, residenza del Primo Ministro, una petizione per una riforma elettorale. Secondo le parole della BBC, la petizione è partita da Electoral Reform Society e Unlock Democracy, due gruppi dedicati alle riforme politiche, e ha raccolto 477 000 firme. Il testo include l’osservazione ovvia secondo cui «il nuovo Parlamento non riflette come si è votato»; chiede inoltre «un sistema elettorale più proporzionale e giusto che assicuri una corrispondenza tra i seggi in Parlamento e i voti dei cittadini». I prossimi mesi decideranno le sorti di questa petizione, anche tenendo in considerazione il lato conservatore della politica britannica. Per lo meno, si sta assistendo a un dibattito serio su questo tema vitale per un Paese che si vanta di avere una democrazia avanzata. Per quanto riguarda la Camera dei Lord e la sua composizione fatta solo di nomine la situazione è diversa, visto che i cittadini non stanno cercando di cambiarla.
La Gran Bretagna non è lunica democrazia a subire questo tipo di problemi legati al sistema elettorale. Gli Stati Uniti usano un metodo simile per l’elezione del Presidente e del Vicepresidente. Il Collegio elettorale statunitense assegna un numero di elettori diverso per ogni stato in base alle dimensioni della delegazione al Congresso. Ogni candidato alla presidenza designa i grandi elettori per ogni stato tramite il proprio partito. Le elezioni presidenziali avvengono ogni quattro anni e i nomi dei candidati appaiono sui cartelloni di tutti i cinquanta stati e del Distretto di Columbia. Il Collegio Elettorale è formato da 538 elettori e, quando un cittadino vota un candidato, sta in realtà votando gli elettori di quel candidato in quello stato. Quindi, nelle elezioni del 2008, chi ha votato Barack Obama nello Stato di New York, in realtà, ha votato i suoi 31 grandi elettori in quello stato. Le elezioni funzionano secondo il sistema dell’asso piglia tutto e, in questo caso, Obama ha ricevuto tutti i 31 voti di New York; quindi, indipendentemente dal numero di voti del rivale John McCain, quest’ultimo è andato via dallo Stato di New York senza alcun elettore, visto che tutti quelli dello stato erano di Obama e hanno votato per lui.
Come ho già detto, ci sono 538 elettori in totale e, per essere eletto Presidente degli Stati Uniti, un candidato ha bisogno di appena 270 elettori. Obama ne aveva ottenuto 365, mentre McCain 173. Detta così, sembra una valanga di voti per Obama ma, in realtà, è un po’ diverso se si considera il voto popolare e i voti reali dei cittadini. Nel 2008, Obama ottenne il 52,93% dei voti popolari, mentre McCain il 45,65%. La differenza tra i due candidati era senza dubbio molto minore nel voto popolare in confronto ai voti del Collegio Elettorale. Il motivo di ciò è la regola secondo cui chi vince prende tutto e il sistema di divisione per stati.
Nel caso delle elezioni del 2008, la differenza tra i voti del Collegio Elettorale e il voto popolare non fece una grande differenza perché Obama vinse in entrambi i casi, ma le elezioni del 2000, quelle in cui si sfidarono George WBush e Al Gore, furono totalmente diverse. Bush vinse i voti del Collegio Elettorale, ma Al Gore quelli del voto popolare. Ciò significa che Bush vinse in quegli stati in cui il numero di elettori era maggiore di quello degli stati in cui vinse Al Gore, nonostante più cittadini avessero votato per quest’ultimo. Ancora oggi, Al Gore ironizza su come si senta riguardo quelle elezioni. La questione della giustizia del sistema rimane. L’elezione del Presidente degli Stati Uniti è nazionale, ma si svolge come delle elezioni locali. Il Presidente degli Stati Uniti, così come la Camera dei Comuni, prende decisioni per lintera nazione, ma il principio del vincitore che si accaparra tutto a livello statale è a dir poco criticabile.
La democrazia non è perfetta, si può migliorare ma non rendere perfetta. In ogni caso, è la miglior via di Governo. Molti tra noi criticano certi fondamenti delle democrazie occidentali, tra cui l’equilibrio tra libertà di parola e valore del rispetto nelle società, il grado di impegno governativo nelle nostre vite private, l’impatto della disuguaglianza nel funzionamento della democrazia stessa. La rappresentanza democratica e la giustizia del sistema elettorale sono tra questi punti importanti, ma quest’ultimo lo è in particolare, visto che da là deriva il resto. Se il sistema elettorale di un Paese non è giusto, i cittadini non potranno mai veramente fidarsi del proprio Governo, oltre al fatto che avranno poche speranze di cambiare le cose di cui si lamentano. L’UKIP e i Verdi appartengono a due diversi schieramenti, ma l’amarezza dei rispettivi elettori che non hanno ricevuto ciò che si aspettavano dal processo democratico li ha portati a unirsi per cambiare il sistema elettorale del Paese, un motivo più che condivisibile.
Non tanto tempo fa, le donne non avevano il diritto al voto in tutte le democrazie occidentali e, in alcuni casi, questo fatto non veniva neppure presentato come una incongruenza di base degli ideali democratici. Oggi, però, le donne hanno il diritto al voto. I tempi sono cambiati, così come è cambiato il nostro modo di vedere il mondo. È normale che ci muoviamo sempre più verso ideali perfetti, indipendentemente da quanto impossibile possa essere ottenerli. Probabilmente le nostre democrazie non saranno mai perfette, ma possiamo migliorarle e lasciare il resto alle generazioni future. Così come le generazioni passate hanno concesso alle donne il giusto diritto al voto, forse questa generazione di sudditi britannici otterrà un grande miglioramento della propria democrazia che, nonostante non lo dimostri, ha bisogno essere perfezionata.

Traduzione di Emma Becciu

 

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