giovedì, ottobre 18

Elezioni in Brasile: Lula è fuori, e ora? La tensione in Brasile cresce a pochi giorni dal voto: la lotta sembra essere tra Bolsonaro e Haddad

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A cinque giorni dal voto, in Brasile regna una tensione assoluta. L’uscita di scena poco realistica dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva e il quasi fatale accoltellamento del chiacchierato candidato Jair Bolsonaro hanno aggiunto ulteriore drammaticità a una campagna elettorale che fin dall’inizio è stata -a dir poco- tempestosa. Questa è la prima elezione del Brasile dopo l’impeachment della Presidente Dilma Rousseff nel 2016 e al centro della corsa elettorale, da mesi, campeggia la probabile o impossibile corsa presidenziale di Lula.

Ed ora, è passato ormai un mese dalla pronuncia del Tribunale Elettorale brasiliano (TSE) che ha stabilito per l’incarcerato -che sta scontando una pena di 12 anni per corruzione e riciclaggio di denaro- l’impossibilità di partecipare alle elezioni di Ottobre imponendo la cancellazione della sua registrazione dall’elenco. Il Partito dei Lavoratori non ha perso tempo e ha attaccato subito la Corte affermando che questa si sarebbe inchinata ai desideri delle élite brasiliane per impedire a Lula di tornare in carica, ignorando, peraltro, una raccomandazione del Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite per ripristinare i diritti politici di Lula affinché possa appellarsi alla condanna. Gli avvocati, nel frattempo, hanno affermato di non volersi arrendere nel caso di una decisione sfavorevole. Una congiura, per i suoi, una benedizione, per altri.

Quanto ci sia di vero in tutto questo, non si sa, intanto, seppur da dietro le sbarre, Lula, rimane molto popolare, tanto che ha continuato e continua a raccogliere consensi; ora, però, il forzato blocco della sua candidatura potrebbe giocare a vantaggio del candidato di estrema destra Jair Bolsonaro, il quale segue l’ex Presidente nella maggior parte dei sondaggi pre-elettorali. Secondo alcuni la attesa pronuncia avrebbe messo una specie di punto (e virgola?!) ad una delle situazioni politiche più incerte del Brasile. Ma sarà davvero cosi?

In tutto questo, ancora moltissimi brasiliani nutrono seri dubbi relativi al blocco dell’ex Presidente dal ricandidarsi; è stata davvero una cosa giusta? Essenzialmente, le perplessità sorgono sulla base di due motivi. Primo, Lula è in carcere per un reato, per il momento, relativamente banale agli occhi di molti, e oltretutto, a condannarlo è stato un tribunale di grado inferiore. Secondo, tenere Lula fuori dalle elezioni sta chiaramente aumentando le probabilità di vittoria di Jair Bolsonaro, le cui note affermazioni omofobe, sessiste e quant’altro preoccupano -e non poco-. Tra gli scettici, poi, spiccano i più accaniti sostenitori, secondo cui, questa sarebbe tutta una strategia per arginare il favorito nel caso di un eventuale ballottaggio in quello che sarebbe nient’altro che un caso altamente politicizzato che rischia di deludere milioni di brasiliani.

Ma le supposizioni lasciano un po’ il tempo che trovano visto che, mentre Bolsonaro sembrava essere il favorito prima della decisione finale sull’idoneità di Lula, i successivi sondaggi hanno  mostrato una probabile facile sconfitta con la maggior parte degli altri candidati. 

La situazione, insomma, scotta. Qualcosa sembra essere cambiato dal 6 Settembre, quando Bolsonaro è quasi stati ucciso dopo una serie di pugnalate ricevute da un aggressore durante una manifestazione in piazza. E’ stato sottoposto immediatamente ad un intervento chirurgico e trasferito in terapia intensiva. Questo lo ha costretto a sospendere la sua campagna per diverse settimane, cosa che però, sembra avergli assicurato risultati migliori da quelli delle settimane precedenti l’aggressione (quasi il 30% dei voti sarebbero suoi nel primo turno).

Non finisce qui. Il ritorno dall’ospedale di questa settimana, infatti, è stato accompagnato da manifestazioni dei suoi oppositori. A scendere in strada i più preoccupati per le sue tendenze autoritarie. Il sito ‘G1‘ ha riferito di proteste simili in tutti i 27 stati del Brasile, originate da un gruppo di Facebook chiamato ‘Women United Against Bolsonaro’, a cui hanno aderito quasi 4 milioni di persone. Secondo il sito web, le manifestazioni sono state «storiche».

A Rio, nella folla  si contavano donne di tutte le età, molte delle quali avevano portato bambini; tanti anche gli uomini e i rappresentanti della comunità LGBT, uniti al grido di «HimNo», un hashtag diventato lo slogan condiviso da celebrità come Madonna. A seguire, anche manifestazioni in suo sostegno.

Ma ricapitoliamo quali sono i candidati principali, protagonisti di queste prossime e vicinissime elezioni del 7 Ottobre che prevedono due round. Se nessun candidato otterrà, infatti, più del 50% dei voti nel primo turno, i due candidati principali procederanno al ballottaggio che avrà luogo il 28 Ottobre. 

Nella lista troviamo Geraldo Alckmin, 65 anni; il suo è il Partito brasiliano socialdemocratico. Per lui, Lula, voleva solo «tornare sulla scena del crimine». Nell’agenda, la prosecuzione quasi totale delle politiche pro-imprenditoriali di Michel Temer, ma nessuna riforma commerciale di grande impatto; solo un tentativo graduale di semplificare le tasse e privatizzare. Alckmin ha iniziato la sua carriera come medico, ma ha trascorso gli ultimi 17 anni come governatore di San Paolo. Quest’ultimo, il suo più grande punto a favore; non dimentichiamo che San Paolo, infatti, rappresenta un quarto della popolazione brasiliana e un terzo della sua economia. Con la sua Amministrazione, è stato notevole il declino –dell’80%– del tasso di omicidi; per questo, molti lo vedono come una persona competente, per di più, caratterialmente affabile, diversamente dalla maggior parte degli altri politici brasiliani, sempre o troppo odiosi o troppo fantastici. Geraldo, insomma, rappresenterebbe una scelta sicura. Ma occhio, perché proprio questo tratto poco marcato della sua personalità, pare lo possa far precipitare -specie se dovesse andare a finire ad una lotta uno contro uno-. A sostenerlo, chiaramente, i residenti di San Paolo, gli imprenditori e i ‘tutti purché non sia Lula’ che ritengono Bolsonaro troppo estremo.

E a proposito di Jair Bolsonaro: 62 anni, deputato del Partito progressista, capitano dell’esercito in pensione e membro del Congresso dal 1991; il suo motto, ‘Il Brasile al di sopra di tutto, Dio al di sopra di tutti’. La popolarità di Bolsonaro, super seguito dei social media, è bruscamente aumentata durante la recessione del 2014-2016 mentre i brasiliani si scagliavano contro la corruzione, l’aumento del crimine e l’establishment esistente. Dopo aver sposato un’agenda nazionalista e protezionistica per gran parte della sua carriera, Bolsonaro si è rinominato come conservatore favorevole alle piccole imprese. Molti, gli affascinati dal suo messaggio di ordine, comprensibilmente se si tiene conto del fatto che il Brasile ha 19 delle 50 città più violente al mondo. Dalla sua, anche il fatto che è uno dei pochi politici su cui non grava un’accusa di corruzione. I contro? Il Brasile democratico, quello dei più scettici che preferirebbero sicuramente Alckmin ad un eventuale ballottaggio (almeno secondo gli ultimi sondaggi). A sostenere Jair, la classe più ricca, i più colti ma anche i più giovani, specialmente quelli di età compresa tra 18 e 25 anni.

Il terzo nelle fila, Ciro Gomes, 60 anni, del Partito laburista democratico, ex governatore, il portabandiera della sinistra brasiliana. Si è presentato come un estraneo anti-establishment, ma ha ricoperto numerosi incarichi politici, tra cui ministro delle finanze, governatore, sindaco e membro del Congresso. Interventismo economico radicale e riforma anticorruzione, i suoi punti. A sostenerlo, la sinistra, compresi gli arrabbiatissimi con il Partito dei Lavoratori, gli elettori più anziani e una fetta di quelli più istruiti.

Non dimentichiamoci naturalmente Fernando Haddad, nominato ufficialmente l’11 Settembre  scorso dal Partito dei Lavoratori come sostituto di Lula, cui si affiancherà Manuela d’Ávila per la vicepresidenza.

Segue, Marina Silva, 59 anni, ex senatrice e ministro; la donna corre per la Rete di Sostenibilità (REDE). Cresciuta in Amazzonia, un’infanzia difficile e, poi, diventata un’ambientalista di fama mondiale. Silva si è già candidata due volte alla presidenza, raccogliendo circa il 20% dei voti e perdendo in entrambi i casi. La sua storia, comunque, potrebbe stimolare il Brasile, attratto dal suo messaggio anti-corruzione e anti-establishment e senza dubbio, desideroso di essere ‘scosso‘. Il problema per lei, è che gli elettori anti-Lula non la perdoneranno mai per aver prestato servizio nel suo Governo.

In ordine, Bolsonaro, Haddad, Silva, Alckmin, Gomes

Il quadro dei candidati non si chiude qui, almeno formalmente, ma questi saranno e sono i nomi che vedremo campeggiare sulle pagine di quotidiani e sugli schermi delle tv. Intanto, secondo l’ultimo sondaggio dell’MDA Institute, i cui risultati sono stati resi noti domenica scorsa, spuntano nuovi dati sul supporto di quelli che sembrano essere ormai i due candidati principali, Fernando Haddad e Jair Bolsonaro. Haddad sarebbe avanti di tre punti rispetto all’ultimo sondaggio e, attualmente, avrebbe raccolto il sostegno del 25% dell’elettorato; Bolsonaro, invece, pare rimasto al 28,2%. Gli altri seguono con la seguente percentuale: Ciro Gomes, al 9,4%, Geraldo Alckmin al 7,3%, Marina Silva con il 2,6%. Lo studio ha anche anticipato che probabilmente Bolsonaro perderà in un secondo turno se dovesse affrontare Haddad o Gomes, entrambi proiettati a vincere con il 42,7% dei voti. 

Rimanete sintonizzati. 

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