lunedì, Settembre 27

Elezioni in Afghanistan: verso il verdetto Testa a testa tra Abdullah e Ghani fra accuse di brogli elettorali e attacchi dei Taliban

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Il volto del prossimo presidente dell’Afghanistan non sarà un mistero ancora per molto. Giunti ormai alla fase finale del processo elettorale, brogli permettendo, entro l’estate sarà compiuto l’insediamento ufficiale. I due concorrenti al ballottaggio dello scorso 14 giugno, l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah e l’ex ministro delle finanze Ashraf Ghani, si sono fronteggiati in un testa a testa all’ultimo voto. Il primo turno ha visto in vantaggio Abdullah con uno scarto di pochi punti percentuali da Ghani, insufficiente per garantirgli la vittoria. La campagna elettorale che ha preceduto il secondo turno, e la politica di alleanze consolidatasi di conseguenza, potrebbe ribaltare la situazione. Ghani infatti sarebbe in testa secondo i dati parziali, ma è ancora difficile formulare un’ipotesi precisa.

Le accuse di brogli elettorali, avvalorate dal licenziamento di più di cinquemila dipendenti della Commissione Elettorale Indipendente, sono un’ulteriore riprova del fatto che il processo di transizione democratica del Paese non può ancora considerarsi compiuto. L’alto livello di corruzione, uno degli aspetti che ha destato più preoccupazione rispetto al governo Karzai, non accenna a diminuire. Appena si sono chiusi i seggi del secondo turno, gli osservatori hanno riscontrato i primi segnali di crisi. Il primo candidato in corsa per la vittoria, Abdullah Abdullah, ha immediatamente lamentato una serie di pratiche poco trasparenti alla Commissione Elettorale Indipendente, presentando pesanti accuse di brogli elettorali su scala nazionale.

Il presidente uscente, Hamid Karzai, e alcuni suoi collaboratori sarebbero coinvolti nella frode. Sebbene Abdullah non ne abbia fatto diretta menzione, alcuni membri del suo entourage avrebbero ipotizzato il coinvolgimento di Karazai nei brogli, che sarebbe dovuto sostanzialmente a due fattori: da un lato la preferenza nei confronti di Ghani, dall’altro la possibilità che una crisi post-elettorale possa di fatto far estendere il mandato del presidente uscente. Tutte le accuse, ufficiose e non, sono state prontamente smentite. Coinvolgimento o meno di Karzai, comunque, molti casi di broglio sono stati accertati e la Commissione Elettorale Indipendente sta ulteriormente posticipando la data della divulgazione ufficiale dei risultati.

La conta dei voti è stata rallentata dalle procedure di accertamento dei brogli elettorali, e boicottata dallo stesso Abdullah Abdullah che ha portato il responsabile della Commissione Elettorale Indipendente, Ziaulhaq Amarkhil, a presentare le dimissioni (una delle condizioni poste dallo stesso Abdullah per rientrare nel processo). Al momento sono in corso le negoziazioni fra Abdullah Abdullah e nove membri della Commissione, con la mediazione del rappresentante speciale per le Nazioni Unite in Afghanistan. Non è stata ancora data deliberazione ufficiale dell’esito delle negoziazioni, ma sembra che Abdullah resti fermo sulla necessità di procedere con ulteriori accertamenti sui voti compromessi.

Non sono soltanto le accuse relative ai brogli elettorali ad infiammare il clima politico in Afghanistan, ma anche le ripetute offensive che i gruppi di opposizione armata stanno portando avanti nelle province più delicate del paese. La provincia di Helmand, in questi giorni, è stata oggetto di ripetuti attacchi da parte dei Talebani che hanno causato la morte di più di trenata civili e di almeno 21 soldati dell’esercito afghano. Si tratterebbe di un attacco massiccio e ben organizzato, portato avanti da almeno 800 uomini, che si sta muovendo verso i distretti vicini di Musa Qala, Nawzad e Kajaki.

Una situazione, quella della sicurezza, che sarà al primo posto nell’agenda di governo del futuro presidente. Il 2014 è un anno di profondi cambiamenti per l’assetto politico-strategico dell’Afghanistan. Il cambio al vertice nella presidenza sarà accompagnato dalla progressiva riduzione della presenza straniera sul territorio, in vista della conclusione della missione Isaf entro la fine dell’anno. Ancora in sospeso la firma dell’Accordo di Sicurezza Bilaterale fra il governo afghano e gli Stati Uniti. Il presidente Karzai ha ripetutamente posticipato la conclusione dell’accordo, demandando il compito al suo successore. Entrambi i candidati alla presidenza si sono dichiarati favorevoli a procedere alla firma del trattato in tempi brevi, la natura dello stesso resta tuttavia da definire.

Il timore che molti osservatori stanno avanzando in queste ore è che nel giro di pochi anni, una volta allontanatasi le truppe NATO, la situazione afghana possa diventare un’ingestibile focolaio di tensioni nella regione, proprio come sta avvenendo in Iraq. La sconfitta militare statunitense nel teatro iracheno sta portando gli esperti a ripensare l’uscita di scena dall’Afghanistan. Sicuramente, i due teatri non possono essere assimilati, ma in entrambi i casi si è optato per un approccio di ‘nation building’. Alle attività di natura strettamente operativa, sono state affiancate attività di ricostruzioni delle istituzioni statali, favorendo l’avvio di un processo elettorale nel rispetto degli standard democratici, e un sostanziale apporto economico nella ricostruzione delle infrastrutture e dell’economia locale.

Tale processo, senza una adeguata cornice di sicurezza, è destinato ad implodere su se stesso a causa delle divergenze settarie, politiche e religiose. L’Afghanistan, così come l’Iraq, soffre di una corruzione galoppante fra le autorità governative. Senza una strategia politica coerente, il Paese potrebbe ricadere velocemente in balia della lotta fra opposte fazioni. Va ricordato, per altro, che i Taliban non hanno subito una effettiva sconfitta militare sul campo, tanto da rendere necessaria l’opzione di una graduale condivisione del potere nella ridefinizione del sistema politico interno. Ghani si è già dichiarato aperto a questa eventualità, ma anche il più reticente Abdullah sarà costretto a scendere a compromessi con i Taliban, che avrebbero come prima implicazione una revisione dei diritti garantiti dalla costituzione.

 

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