lunedì, Ottobre 18

Elezioni: il ‘non voto’ primo partito

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Facile, la profezia, puntualmente avverata: il primo partito italiano (e non da oggi) è costituito da chi non va a votare.  I dati del Viminale quotano l’affluenza per le amministrative al 64,94% e per le regionali al 53,90%. Ed è un partito che ormai ha due facce: un ‘tradizionale’ anoressia elettorale, che si attesta sul 20 per cento del corpo elettorale, convinto, a torto o a ragione, che è inutile perdere tempo, ‘quelli’ sono ‘Franza o Spagna, purché se magna’. C’è poi un astensionismo critico, d’‘opinione’ se così si può dire: fatto di persone disilluse e amareggiate, figlio della fine del voto d’appartenenza, che ha messo in archivio le ideologie, e reagisce in questo modo al sistematico tradimento delle promesse e delle aspettative di un ceto politico che ormai è capace di raccogliere appena il 9 per cento di fiducia, contro un buon 85 per cento di antipatizzanti. Fenomeno comune a quasi tutti i Paesi d’Europa, ma in Italia più vistoso, dal momento che diffusa è la convinzione che il voto del singolo sia sostanzialmente inutile e non serva a far mutare una rotta che appare prestabilita e immutabile.
Un fenomeno che non è dell’oggi: in occasione delle elezioni politiche del febbraio 2013, il primo segnale: un elettore su quattro diserta le elezioni; nel 2014, in occasione delle elezioni europee, con buona pace di Matteo Renzi e del suo sbandierato 40 per cento di voti, alle urne non si è presentato il 50 per cento dell’elettorato; il ‘boom’ renziano va computato alla luce non dei votanti, ma dell’intero corpo elettorale. Il consenso racimolato, dunque si fa molto più ridotto.
Così per queste elezioni. La prima cosa da tener presente e soppesare è il pericoloso scricchiolio che il non esser andati a votare significa e segnala. Se, come, cosa significano i risultati elettorali lo si deve comparare solo tenendo presente questo dato.
Fatta questa prima premessa, fondamentale, queste elezioni sono insieme irrilevanti e importanti; e proviamo a spiegare questo paradosso, che è solo apparente, non prima di aver fatto un’altra importante premessa: in Italia, storicamente, dal dopo-guerra in poi, ogni elezione ha comunque comportato un mutamento di un precedente equilibrio, per quanto ci si affannasse a sostenere che non aveva un significato politico, che era un test limitato, ecc., qualcosa, alla fine, è sempre cambiato. Magari in peggio, ma un mutamento, piccolo o grande, c’è sempre stato.
Un analista spesso contro-corrente e comunque abituato a ragionare sui fatti, sulle ‘cose’ come il sociologo Luca Ricolfi è dell’opinione che sono elezioni tutto sommato ben poco appassionanti. Ha ragione. Dice anche che sono irrilevanti. Ha ragione. Che comunque andrà a finire, non cambierà nulla. Ha ragione.
Ha ragione a patto di seguire il filo di un ragionamento che ora si proverà a dipanare. Non cambierà nulla perché qualunque cosa accadrà, Renzi andrà comunque avanti fino al 2018: «Non sarà certo un risultato elettorale un po’ disallineato rispetto alle sue aspirazioni che potrà metterlo in difficoltà». Perfetto. Rassegniamoci dunque nelle prossime ore a un diluvio di pseudo analisi, a discutere sulla fuffa. Al momento una cosa è certa: a Renzi non c’è alternativa; non solo: in Parlamento non c’è nessuno che sia disposto a far cadere il suo Governo e interrompere la legislatura. Chiacchiere a parte, e a parte questioni poco nobili come il fatto che almeno metà dei deputati e dei senatori sa bene che finita la legislatura possono dire addio al Parlamento, a parte questo, il fatto è che non c’è un’opposizione degna di questo nome. Renzi va dunque sul velluto; la partita si gioca in Liguria: prende più voti il suo candidato, o quello di Pippo Civati e Sergio Cofferati? Questo influisce nei giochi interni del Partito Democratico, l’ultimo bastione di una minoranza interna sfiatata, priva di credibilità e ‘visione’ strategica e semplicemente tattica.
In queste ore poi tiene banco la questione del candidato campano Vincenzo De Luca; e qui, siamo, con rispetto parlando, al ridicolo. Definito ‘impresentabile’, eppure in una realtà difficile come quella salernitana il suo è un bilancio dove i segni più sopravanzano di molto quelli con il segno meno. De Luca ha vinto le primarie; più che domandarsi perché De Luca è candidato, bisogna, se proprio ci si vuole interrogare, perché Renzi non ha fatto nulla per impedire la sua candidatura, e in tutta questa vicenda è sostanzialmente rimasto nella linea di mezzo, senza decidersi a essere carne o pesce. De Luca sì, è stato condannato in primo grado, ma per un reato come l’abuso d’ufficio, e ha rinunciato alla prescrizione. Vediamo nei successivi gradi di giudizio come finirà la vicenda.
Dunque non ci sono problemi particolari per Renzi? Non da queste elezioni, risponde Ricolfi: «Renzi può essere sconfitto solo dal perdurare della stagnazione. Se il PIL resta debole e la disoccupazione non cala, sono problemi. Se la Grecia esce dall’euro è un problema ancora più grande; ma se, come tutti dobbiamo sperare, il quadro si ricompone, non c’è rischio per il Presidente del Consiglio». E fra tre anni, al fatidico 2018? «Fra tre anni i suoi avversari al ballottaggio rischiano di essere Matteo Salvini o Beppe Grillo. Per Renzi due garanzie di vittoria”.
Cambiamo osservatorio. Giovanni Orsina, politologo, docente all’università Luiss di Roma osserva che questa campagna elettorale «ci ha dato una dimostrazione fin troppo chiara dell’avanzato stato di decomposizione della politica italiana». Ha ragione. Una decomposizione visivamente rappresentata da una quantità di esempi: «Un candidato leghista e uno ex leghista in Veneto; un candidato democratico e uno ex democratico in Liguria; il Presidente uscente di centro sinistra ripresentato dal centro destra nelle Marche; due schieramenti di centro destra in Puglia l’un contro l’altro armati. Fiumi di trasformismo in Campania, dove corre un candidato che non è chiaro se possa diventare governatore, né a chi tocchi dire se può o non può…». Ha ragione.
Sono almeno tre le partite che si giocano: Renzi che ha bisogno di conferme, dal momento che il suo Governo, come è noto, è privo di legittimazione elettorale; è vero che la Costituzione prevede che l’incarico di Presidente del Consiglio viene conferito dal Presidente della Repubblica, non dal voto popolare; e che i Governi non escono dalle urne, ma dalle maggioranze che si formano in Parlamento; però è ben vero che non sappiamo quale sia il consenso elettorale ‘vero’ di cui Renzi può disporre.
Ma non è solo Renzi. I problemi ci sono anche per il centro-destra. Silvio Berlusconi è indiscutibilmente appassito, i lifting non reggono più; ma appassito non significa fuori gioco, soprattutto quando i rivali si chiamano Salvini o Angelino Alfano o Raffaele Fitto; per non parlare della Corte dei Miracoli che pascola ancora in Forza Italia.
La terza partita è quella giocata da Grillo; che propriamente non gioca. Ha capito che stare fermi e parlare poco, paga. Per il Movimento 5 Stelle la situazione è paradossale: i grillini col loro agire (im)politico si ingegnano a disperdere consenso e credito; i loro avversari con il loro agire (s)partitorio, si ingegnano ad incrementarne il consenso e credito.
Hanno ragione, dunque, sia Ricolfi che Orsina. Con una ulteriore notazione. Prudentemente (una prudenza insolita e che comunque stride con il ‘decisionista’ Renzi), il Presidente del Consiglio dopo aver sciorinato una serie di ‘punteggi’ i più vari, spiega che comunque è un voto amministrativo, e non un test su di lui e la sua azione di Governo. Affermazione per lo meno bizzarra, sembra che a parlare sia il Maurizio Crozza che fa Renzi (oppure è Renzi che fa Crozza?). Perché è un test amministrativo quello che in Francia segna la disfatta di François Hollande e certifica la rinascita di Nicholas Sarkozy. E’ un test amministrativo quello che in Spagna segna la sconfitta di Mariano Rajoy e l’euforia per il movimento Podemos (e l’allarme per il rinascente populismo in Europa).
Non cambia nulla. Ma è un test per la credibilità di Renzi; è un test per la credibilità di Berlusconi; è un test per verificare la presa del populismo venato di razzismo di Salvini; un test per verificare le capacità di rimonta di Grillo. Renzi non le manda a dire: «Promuoverò una nuova classe dirigente, al centro e in periferia. Non farò nessuna marcia indietro rispetto alle mie idee, passerò al consolidamento della svolta». Traduzione: ci saranno cambiamenti alla guida dei gruppi parlamentari; forse anche nella compagine di Governo; sicuramente nelle presidenze delle commissioni parlamentari (fuori i presidenti della minoranza PD, ma anche dell’opposizione, in commissioni chiave); e via via nelle articolazioni locali del partito e dei circoli …
Nell’essenziale non cambierà nulla; e al tempo stesso cambierà molto.

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