domenica, Agosto 1

Elezioni: grazie a Dio è finita Marketing, falsità palesi, totale assenza di visione e leader: analisi impietosa della campagna elettorale più brutta della storia repubblicana. A colloquio con Massimo Leoni, main anchor politico ‘Sky TG 24’

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Domenica 4 marzo si andrà a votare in tutta Italia per eleggere i deputati e senatori della XVIII legislatura della Repubblica. Al termine della campagna elettorale, proviamo a trarre un bilancio di questa fase politica assieme a Massimo Leoni, main anchor della politica per ‘Sky TG 24’. Dal suo privilegiato punto di vista di osservatore politico per un canale all news, Leoni analizza la situazione nel suo complesso.

Il quadro che ne esce non è tra i più confortanti. Soprattutto, è questa la sua idea di fondo, queste elezioni risolveranno ben poco: le due alternative possibili, una volta composti i due rami del Parlamento, saranno entrambe non risolutive per le sorti politiche del Paese: un Governo di larghe intese con compromessi naturalmente al ribasso, o un immediato ritorno alle urne, che però  -si spera-  dovrà necessariamente richiedere una nuova legge elettorale.

Leoni, come ha visto questa campagna elettorale? Sono usciti fuori messaggi politici chiari da parte dei vari schieramenti?
Il tono di questa campagna è stato molto, molto dimesso. Il motivo principale non è tanto politico quanto , detto tra virgolette, tecnico. L’attuale legge elettorale, a differenza di quella precedente, non indica il ‘candidato premier’, frase ormai fuori moda ed oltretutto costituzionalmente errata. Sono mancati quindi le personalizzazioni ed i duelli che avevano caratterizzato le precedenti campagne elettorali. Altri aspetti da considerare sono i contenuti – più simili a scelte di provvedimenti amministrativi che non a visioni politiche di carattere strategico, le promesse mirabolanti sulle quali, se fossero realmente possibili, ci sarebbe da chiedersi perché fino adesso non siano mai state realizzate nemmeno per la decima parte.

Lei afferma che il concetto di candidato premier sia costituzionalmente errato. Può chiarire meglio questo aspetto?
Non lo affermo io, ma la Costituzione: il secondo comma dell’articolo 92 recita «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri». Non il popolo, non il Parlamento. Il Presidente della Repubblica. Che lo faccia una volta sentiti i vari gruppi parlamentari, in modo tale da poter garantire la fiducia al Governo da parte di entrambe le Camere è vero, ma la responsabilità della nomina è sua, e solo sua. Era vero anche con tutte le altre leggi elettorali, con questa è ancora più ovvio.

Le promesse mirabolanti cui faceva cenno prima, secondo lei sono efficaci? La gente ci crede?
In larga parte si. Di sicuro di più rispetto a quindici o venti anni fa. Prenda il caso dell’affermazione di aver trovato le coperture di bilancio -per finanziare aumenti di spesa o minori tasse- per centinaia di miliardi. Fosse vera, sarebbe da votare in maniera plebiscitaria chi ha proposto questo impegno politico. Ma è palese che una cosa del genere sia o un’esagerazione da strategia di marketing (altrimenti tale riduzione sarebbe stata già fatta), o un’ipotesi dell’irrealtà, visto che gran parte di quelle spese sono attualmente necessarie al funzionamento della macchina amministrativa e giuridica dello Stato. Eppure, come veicolo propagandistico, è forte. Altro esempio di pura propaganda, magari efficace? Luigi Di Maio che consegna al Presidente della Repubblica una lista dei ministri del governo del MoVimento 5 Stelle. È un fatto insignificante dal punto di vista costituzionale e, più in generale, giuridico. Mattarella non potrà tenere in considerazione quella lista, fatta da un semplice candidato alla Camera dei Deputati. Però, come impatto sull’opinione pubblica, la mossa è indovinata. Le persone sono convinte che il MoVimento abbia già ‘la lista dei ministri’, ed apprezza, magari non distinguendo neanche la differenza del potere legislativo che dovrà eleggere, da quello esecutivo che si dovrà formare sulla base della composizione del Parlamento. Del resto, ma è un discorso stranoto, è la qualità dell’elettorato attivo (i votanti, ndr) che determina la qualità di quello passivo (gli eletti). Quindi non stupiamoci del livello basso di alcuni politici: sono figli di un omologo livello di larghe fasce della società.

Insomma, non salva proprio nulla? Questo periodo di due mesi  è solo un grande gioco di ruolo con un esito che sembra ormai scontato?
Ma no: Paradossalmente, la scomparsa, anche formale, del candidato premier rende chiaro che ci sarà bisogno di un’alleanza di partiti per creare una maggioranza in grado di indicare un esecutivo che possa avere la fiducia del Parlamento, e che non è possibile avere un solo partito che sia determinante per le sorti politiche della legislatura.  Persino il MoVimento 5 Stelle, seppur con tutti i distinguo che caratterizzano da sempre la sua comunicazione politica, comincia ad aprire a possibili intese con altri.

I due protagonisti principali sono stati i due Matteo, Salvini e Renzi, entrambi quarantenni, entrambi fautori di una grossa rivoluzione all’interno dei loro partiti. Come li ha visti, in questa campagna?
Sono personalità simili: entrambi preparati politicamente ed in grado di comunicare efficacemente. Ma la loro strategia, in questi due mesi di campagna, è stata diametralmente opposta: Renzi ha giocato quasi esclusivamente in difesa, rendendosi conto che ha perso molto dell’appeal che lo aveva portato ad avere il 40% nel 2014. Infatti, seppur con tutte le dovute cautele, comincia a parlare di squadra spersonalizzando il confronto. Salvini, al contrario, ha la sicurezza del giocatore convinto di vincere, ‘in fiducia’ e gioca tutto in attacco. Il suo scopo è essere il primo partito del centrodestra, cercando di sparigliare eventuali larghe intese, e si muove convinto di poter raggiungere questo obiettivo. Gioca su una profezia che potrebbe autoavverarsi.

E per quanto riguarda i candidati di più lungo corso? Possono avere presa sull’elettorato nuovo, o parlano solo alle generazioni più grandi, anagraficamente parlando?
A mio modo di vedere non riescono più a parlare a tutti. Sono convincenti solo per chi già li conosce, mentre vengono rifiutati dalle generazioni più giovani. Bersani, Brunetta, Grasso stesso che pure non ha una lunga storia politica alle spalle ma è comunque sulla breccia mediatica da decenni, sono percepiti come ‘vecchi’.  Un’eccezione la farei solo per la Bonino. Il modo che ha di porsi, il suo essere trasversale alle logiche partitiche, la storia delle sue battaglie sociali, tutto questo la rende più simile ad una nonna, magari un po’ borbottona, ma bonaria, cui ci si può affidare. Gli altri sono i genitori i cui insegnamenti vengono perennemente rifiutati, indipendentemente dal fatto che abbiano ragione o meno.

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