mercoledì, Aprile 14

Elezioni europee: ieri e oggi Intervista a Daniele Pasquinucci e Silvia Costa sull’importanza e la storia delle elezioni

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Le elezioni europee hanno una storia abbastanza recentein origine dalla nascita della Ceca (Comunità del Carbone e dell’Acciaio), avvenuta nel 1951, fino al 1979, quando si ebbero le prime consultazioni, i membri erano designati dai parlamenti degli Stati membri. L’atto di nascita ufficiale delle elezioni europee è datato al 20 settembre 1976, quando i nove ministri degli Esteri dei paesi aderenti alla Comunità Europea (Italia, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo), riuniti a Bruxelles, firmarono l’atto che disponeva l’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale direttoTra il 7 e il 10 giugno 1979, 180 milioni di elettori dei nove Stati si recarono alle urne per eleggere per la prima volta i 410 membri del Parlamento comunitario. La maggior parte degli italiani (89,9%) si era già recata ai seggi soltanto una settimana prima per le elezioni politiche e quasi tutti tornarono a votare, consapevoli dell’opportunità di dare il proprio contributo ad un evento storico che si poteva paragonare, fatte le debite proporzioni, al Referendum del 2 giugno 1946. Il nostro Paese ebbe la percentuale più alta di votanti (86%) contro il 60% di Germania e Francia, e soltanto il 32% della Gran Bretagna, membro europeo soltanto dal 1973, e che dimostrò subito la sua diffidenza verso un simile apparato burocratico.

Fin da subito queste elezioni hanno rappresentato per il nostro Paese, più che una partecipazione ad un evento di portata internazionale, un indicatore della situazione politica interna. Quattro anni dopo, il 18 giugno 1984, il rinnovo del Parlamento europeo fece registrare il primo sorpasso del Partito Comunista ai danni della Democrazia Cristiana, anche sull’onda dell’emozione provocata dalla morte l’11 giugno di Enrico Berlinguer; il 1989 segnò la fine di un’epoca, con la caduta il 9 novembre del Muro di Berlino, la pereštrojka di Gorbaciov e la fine della Prima Repubblica in Italia. Nel 1994 in piena Tangentopoli e nella stagione di numerose stragi, sulle schede elettorali italiane nuove sigle andranno a sostituire la Dc, il Pci, il Psi, ma il significato e il valore di quelle consultazioni rimarrà lo stesso, utile per capire lo stato di salute del governo in carica e dei partiti, valutando le chances di un’eventuale crisi.

Nel 1999 si sono tenute elezioni per eleggere i 626 membri dei 15 stati dell’Unione Europea ed in Italia prevalse il partito di Forza Italia. L’affluenza fu generalmente bassa, eccetto che in Belgio e Lussemburgo, dove il voto era stato reso obbligatorio e si svolgevano anche le elezioni nazionali. Sono state queste le prime elezioni europee per Austria, Finlandia e Svezia, entrate a far parte dell’Unione nel 1995. Non vi fu un sistema unico di voto, ma ognuno degli Stati membri adottò un proprio metodo, stabilito dalla legge nazionale.

Nel 2004 i 25 Stati membri votarono di nuovo, e i risultati evidenziarono la sconfitta dei partiti di governo in carica nei singoli Stati oltre ad un incremento della rappresentanza dei partiti euroscettici. Non si raggiunse nessuna maggioranza per il basso tasso di partecipazione e il bilanciamento dei poteri nel Parlamento rimase invariato, nonostante la presenza di 10 nuovi Stati membri.

Nel 2009 furono 27 gli Stati a partecipare (la prima volta per Bulgaria e Romania, entrate nell’Unione Europea due anni prima). Fu usato il sistema proporzionale, in conformità coi principi comuni per le elezioni europee, emanati dal trattato di Amsterdam del 1997. In Italia si tennero in contemporanea anche le elezioni amministrative.

Arrivando ad oggi, una novità nelle elezioni del prossimo 25 maggio (segnate dalla crisi economica che sta attraversando l’Europa da ormai sei anni) è che gli elettori delle 28 nazioni si recheranno ai seggi per giudicare se la politica dell’Unione Europea, nel corso del suo mandato, ha tenuto; ma il rischio di astensionismo è comunque alto.

Il Parlamento europeo rappresenta i cittadini dell’Unione. A seguito dell’adesione della Croazia, il numero degli europarlamentari era salito a 766, ma alle prossime elezioni ne saranno eletti soltanto 751, numero che rimarrà invariato anche in futuro. Gli europarlamentari eletti rappresentano 500 milioni di cittadini e sono democraticamente scelti per suffragio universale ogni cinque anni. Ogni Stato membro ha le proprie leggi elettorali e ciascuno stabilisce le date in cui i cittadini andranno alle urne, comprese in un periodo di quattro giorni, che quest’anno va dal 22 al 25 maggio prossimi. Gli elettori italiani voteranno il 25 maggio per eleggere 73 deputati, con un sistema adottato in pochi altri paesi, in cui si può esprimere una doppia preferenza di genere (uomo-donna). I risultati elettorali dei 28 Stati dell’Unione Europea saranno annunciati la sera della domenica stessa.

Ogni Stato membro elegge un numero di membri proporzionale alla densità della sua popolazione. La riforma della legge elettorale per le elezioni europee, votata alla Camera in Italia, prevede l’introduzione di una soglia di sbarramento al 4%, come in molti altri Stati membri dell’Unione, ad esempio Svezia e Austria. In Germania, Polonia e Francia la soglia è fissata al 5%. Il riparto dei seggi avviene con il metodo proporzionale in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista, su un collegio unico nazionale e con principio dei quozienti interi e dei resti più elevati; possono accedere a tale ripartizione solo le liste che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 4% dei voti validi espressi. Il territorio italiano viene suddiviso in 5 circoscrizioni: la prima è definita ‘Italia nord occidentale’ (Piemonte; Valle d’Osta, Liguria e Lombardia), la seconda ‘Italia nord-orientale’ (Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna), la terza ‘Italia centrale’ (Lazio, Umbria, Marche e Toscana), la quarta ‘Italia meridionale’ (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) e la quinta ‘Italia insulare’ (Sardegna e Sicilia). Sono in vigore le preferenze: l’elettore può esprimere non più di tre preferenze nella prima circoscrizione, non più di due nella seconda, terza e quarta e una sola nella quinta. Le liste devono essere sottoscritte da non meno di 30 mila, e non più di 35 mila, elettori; i sottoscrittori devono rappresentare almeno il 10% degli elettori di ognuna delle regioni presenti nella circoscrizione. Non devono raccogliere le firme i partiti che abbiano un gruppo parlamentare anche in una sola delle due Camere, che abbiano almeno un europarlamentare e le liste con contrassegno composito, ma contenente il simbolo di un gruppo politico esonerato dalla raccolta. Per essere eletti bisogna aver compiuto almeno 25 anni.

Abbiamo intervistato Daniele Pasquinucciprofessore associato di Storia contemporanea nel Dipartimento di Scienze politiche, sociali e cognitive dell’Università di Siena, dal 2007 al 2012 Segretario generale dell’Associazione universitaria di Studi Europei. È anche autore di pubblicazioni recenti e curatele sul tema dell’Europa e delle sue istituzioni e sta completando una monografia sulla storia della critica alle Comunità europee.

 

Professor Pasquinucci, come è cambiato il Parlamento europeo dal 1979 ad oggi?

Dal 1979 ad oggi il Parlamento europeo è sicuramente cresciuto. Esso ha aumentato molte delle sue competenze e dei suoi poteri. è divenuto co-legislatore a pieno titolo con il Consiglio dei Ministri e con la Commissione Europea che è l’istituzione che avvia il processo legislativo in seno all’Unione. Ha inoltre ampliato la sua area di intervento in molti settori fino ad arrivare a queste elezioni, ossia quelle che si terranno domenica in Italia e che sono già iniziate giovedì in Gran Bretagna e Olanda, del resto il trattato di Lisbona prevede appunto che il Consiglio europeo debba tener conto dei risultati elettorali, come per la composizione del Parlamento dell’indicazione del Presidente della Commissione. In sintesi si può dire che le elezioni dirette del Parlamento europeo hanno contribuito dal 1979 ad avviare un processo di crescita del ruolo del Parlamento stesso, che non è più una ‘Cenerentola’ delle istituzioni, ma certamente rappresenta uno dei fulcri del processo decisionale deliberativo dell’Unione Europea.

Il parlamento dell’Unione Europea come lo conosciamo oggi, cioè eletto direttamente dai cittadini, ha avuto un parto complesso. Ci vuole ricostruire questo ‘parto’?

Ricostruirlo in poche parole è evidentemente difficile, diciamo che questo ‘parto’ è iniziato concretamente nel 1952-53 e si è protratto per più di vent’anni fino ad arrivare al 1979. Le ragioni che hanno reso complicata l’elezione diretta del Parlamento europeo sono molte. La più importante, o almeno quella maggiormente visibile, risiede senza dubbio nel timore – da parte dei governi nazionali – che un’elezione diretta del Parlamento europeo provochi ineluttabilmente, come di fatto si è verificato, un incremento di questa istituzione per quel che riguarda i propri poteri e le proprie competenze, come risultato di una legittimazione democratica determinata dal voto popolare. Questa è stata la principale ragione, ma non l’unica, che ha reso estremamente complesso ciò che peraltro era scritto nei trattati; infatti quello del 1957, all’articolo 138, elaborato dagli stessi governi nazionali, prevedeva l’elezione diretta del Parlamento europeo attraverso la procedura elettorale uniforme, cioè una legge elettorale europea simile, se non uguale, per tutti i paesi dell’Unione, allora membri della Comunità Europea. Il desiderio di tenere sotto controllo il Parlamento europeo, la volontà di non dargli troppo spazio ha indotto a lungo i governi degli stati della Comunità ad impedire che i cittadini eleggessero direttamente i loro deputati, che hanno così continuato ad essere nominati in secondo grado all’interno dei rispettivi parlamenti nazionali fino al 1979.

Il parlamento Unione Europea ha sempre dovuto combattere contro lo scarso interesse, l’indifferenza, quando non vero e proprio scetticismo, dei popoli europei verso il Parlamento stesso. Cos’è cambiato oggi, quando l’euroscetticismo e i populismi la potrebbero fare da padrone nell’ottavo Parlamento europeo? Può ricostruirci questo percorso?

In verità il Parlamento europeo, per molti anni, non direi che ha dovuto lottare contro i cittadini. Tale istituzione è stata semmai poco nota, e piuttosto che l’euroscetticismo e l’ostilità verso il Parlamento europeo esso ha dovuto combattere contro la scarsa conoscenza e l’indifferenza dei cittadini, e più in generale per molti anni sono rimaste quasi del tutto sconosciute tutte le istituzioni comunitarie. Le elezioni europee certamente si sono caratterizzate fin dall’inizio per una scarsa partecipazione dell’elettorato, questo è vero, ed è un elemento che va sottolineato, ma oggi le cose sono cambiate e direi che, a partire dall’ultima legislatura, iniziata nel 2009, ciò ha coinciso con una crescente ondata di euroscetticismo che ha caratterizzato un po’ tutti i paesi membri dell’Unione Europea, anche se in forme e gradi diversi. Da questo punto di vista le elezioni sono abbastanza peculiari perché, come mostrano tutti i sondaggi, si attende una crescita dell’euroscetticismo. È probabile, che in seno al Parlamento europeo che nascerà da queste elezioni, ci saranno numerosi deputati euroscettici. Bisogna fare anche qui grande attenzione: il fronte euroscettico è molto composito ed è una categoria abbastanza vaga, che ingloba e comprende prospettive e obiettivi molto diversi tra di loro. È probabile, se non certo, che tale fronte non sarà unito all’interno del Parlamento europeo, in quanto ciò che vogliono i diversi partiti all’interno del movimento euroscettico dei 28 paesi dell’Unione Europea è molto diverso da stato a stato. Sarà interessante andare a vedere come i vari movimenti euroscettici si organizzeranno all’interno del nuovo Parlamento Europeo.

Chi erano i contrari e perché erano contrari alle elezioni dirette del Parlamento?

Sostanzialmente erano contrari i governi degli Stati membri per i motivi che ho detto prima. Al momento in cui si elaborano i primi due importanti tentativi di eleggere direttamente il Parlamento europeo, cioè nel 1952-53, quando si cercò di creare una comunità politica europea, qualcosa di molto vicino ad una federazione, e poi tra il 1958 e il 1960, quando si cercò di dare senso a quanto stabilito dall’articolo 138 del trattato di cui parlavo prima, che prevedeva l’elezione diretta del Parlamento europeo attraverso una procedura elettorale uniforme, il governo che con più decisione si oppose all’elezione diretta del Parlamento europeo fu quello francese, soprattutto nel 1958-60 fu questo governo che pose il suo veto contro questa forma di elezione, ma non era l’unico degli Stati membri. Le cancellerie europee guardavano con molta preoccupazione la possibilità che il Parlamento europeo venisse eletto direttamente dai cittadini.

Cosa non ha funzionato dal lontano ’79 ad oggi nel trasferimento dell’informazione tra il Parlamento e i cittadini e tra i cittadini e il Parlamento?

Per quanto riguarda il trasferimento dell’informazione tra il Parlamento e i cittadini, questo riguarda la difficoltà di creare uno spazio pubblico di dibattito europeo. Va poi aggiunto il fatto che il Parlamento europeo ha concentrato i suoi sforzi e la sua attenzione soprattutto nella comprensibile ricerca di maggiori poteri, competenze o di un ruolo più importante all’interno del processo decisionale della Comunità, poi diventata Unione Europea, piuttosto che elaborare forme di comunicazione efficaci per rendere edotti i cittadini della sua attività. Per quanto riguarda l’altro aspetto, anch’esso molto importante, detto in sintesi, il problema è la mancanza di un reale sistema partitico europeo, che ancora oggi è sufficiente e che rende difficile il processo di politicizzazione del circuito comunitario, in particolare quello di piena rappresentatività europea del partito stesso.

Le campagne elettorali per il voto europeo come sono cambiate nel corso di questi decenni? Ci può ricostruire i dati salienti di questa storia delle campagne elettorali per il voto europeo?

Diciamo che dal 1979 ad oggi ci sono stati molti cambiamenti. Benché l’europeizzazione delle campagne elettorali per l’elezione diretta del Parlamento Europeo sia ancora complessivamente insufficiente, si può certamente affermare che le questioni e i temi europei, ancora insufficienti e affrontati in modo scarso e distratto nella fase iniziale, ossia nelle prime elezioni dirette, oggi sono molto più presenti. Basti pensare alla campagna elettorale che si sta svolgendo attualmente, in cui il tema dell’Europa è tutto fuorché assente. Va però detto, ed è comprensibile, che più che di Unione Europea si parla di euro, che però non esaurisce l’Unione Europea e le sue politiche comunitarie. Il principale elemento da sottolineare è la crescente, se pur insufficiente, europeizzazione delle campagne elettorali.

E la propaganda come è cambiata?

La propaganda si è raffinata. Gli strumenti a disposizione dei partiti per chiedere e ottenere il consenso degli elettorati si sono affinati. Direi che c’è un crescente riferimento alle famiglie politiche europee da parte dei partiti e dei movimenti politici, rivolti all’europeizzazione delle campagne elettorali, anche se questa caratteristica è insufficiente e ancora da migliorare e sviluppare.

 

Abbiamo inoltre intervistato Silvia Costa, eletta membro del Parlamento europeo nel 2009, quest’anno si ricandida col PD nella circoscrizione dell’‘Italia centrale’. L’onorevole è anche giornalista.

Onorevole Costa, in primo luogo le chiederei di raccontarci l’Europa che gli italiani non conoscono: ovvero cosa dell’attività dell’europarlamentare agli italiani non arriva?

Sarebbe un lungo racconto, perché gli italiani conoscono pochissimo della Unione Europea. La cosa che più mi ha colpito negativamente in questa campagna elettorale, oltre al livello insopportabile di volgarità e di distrazione di massa nel parlare di altro, da parte di alcuni come Grillo ecc., è la mancanza di informazione di base: ciò significa che ci sono stati cinque anni in cui noi siamo stati avvolti in un cono d’ombra, purtroppo anche a causa della maggior parte dei giornali italiani, tranne pochissime eccezioni (e tra queste cito il Sole 24 Ore), ma anche da parte della Rai (cosa molto grave per un servizio pubblico televisivo), nonostante la battaglia da me personalmente condotta già un anno e mezzo fa al rinnovo del contratto di servizio, e gli emendamenti mandati da Bruxelles alla Commissione di Vigilanza con i quali si chiedeva di inserire l’obbligo per la Rai di dare informazioni adeguate sulle istituzioni europee e sull’Europa, raccontando per esempio dell’Erasmus, delle imprese che fanno progetti europei, delle iniziative organizzate tramite i fondi strutturali, degli agricoltori, ecc. Raccontare , insomma, la dimensione della cittadinanza europea che integra la cittadinanza italiana. Questo non è avvenuto ed è clamorosamente evidente dalla possibilità che hanno alcuni imbonitori di raccontare fandonie pazzesche senza che nessuno si renda conto che sono totalmente infondate. Faccio due esempi: Grillo continua a dire che sarà un gruppo autonomo in Europa perché non vuol dire in quale schieramento politico andrà, così gli italiani vanno a votare e chi si esprime per lui non sa nemmeno da che parte starà, se con la Le Pen, con i conservatori, o con l’estrema destra. Nessuno glielo ha mai chiesto, né gli ha fatto osservare che per fare un gruppo politico in Europa non serve un certo numero di parlamentari come in Italia, ma è necessario rappresentare ben sei paesi.

L’altra cosa strana è proporre un referendum sull’euro che è vietato indire dai trattati europei: per riformare i trattati bisognerebbe avere la maggioranza, che non si raggiunge sicuramente. Queste due affermazioni cadono così in un pozzo di disinformazione generale. Ci sono invece tante altre cose che gli europarlamentari hanno fatto ed esiste un’altra Europa non raccontata. Questo accade meno sulle materie di cui mi sono occupata come relatore italiano per il Parlamento Europeo: penso ad ‘Europa Creativa’ per la quale ho fatto un lavoro di diffusione, di coinvolgimento anche in realtà virtuali e in continuo aggiornamento con richiesta di proposte, quindi il mondo della cultura e dell’audiovisivo si è sentito consultato da me e informato in modo piuttosto adeguato, cosa che oggi mi viene riconosciuta.

L’altra faccia dell’Europa si esprime anche in altre forme. Innanzitutto pochissimi sanno che è stato varato a dicembre un piano per la crescita, l’occupazione, l’innovazione e lo sviluppo per 970 miliardi, che sono in parte operativi con programmi gestiti direttamente dalla Commissione Europea, come ‘Horizon 2020’, il grande programma sulla ricerca dotato di 28 miliardi in più rispetto ai sette anni precedenti. Esso rappresenta una grande battaglia del Parlamento ed ha un target di giovani ricercatori di eccellenza che otterranno borse per un totale di 7 miliardi; penso sia alle piccole e medie imprese, sia alla ricerca fatta da accademie e centri di ricerca, ai progetti europei e alla ricerca sulle sfide sociali che spaziano dalle scienze umanistiche al problema dell’andamento demografico fino al tema della salute, con bandi già in corso ormai da febbraio. Penso ad ‘Europa Creativa’, il progetto di 1 miliardo e mezzo di euro che ho seguito personalmente, con bandi già usciti, e al programma ‘Life’ sull’ambiente. D’altra parte i fondi strutturali europei, consistenti in 32 miliardi per l’Italia, sono gestiti al 90% dalle regioni e partiranno da luglio, come programmazione e come bandi regionali. Per non parlare dello sviluppo rurale: 92 miliardi che potranno rientrare in programmi integrati con la partecipazione di giovani agricoltori.

Questa carenza di informazione è un aspetto gravissimo della realtà italiana e non rappresenta soltanto una ‘diminutio’ del ruolo del Parlamento, ma è proprio uno oscuramento delle opportunità che i nostri concittadini potrebbero avere rispetto ad altri paesi. Questo credo che sia veramente un ‘vulnus’: ci sarebbero gli estremi per un forte richiamo al servizio pubblico e fornirebbe un sistema per far uscire i media da questo provincialismo. Mi pare che la rete e il web abbiano spesso sopperito a questa carenza, se non ci fossero state attenzioni come quella di piccole testate on-line, di forum e di social network noi saremmo rimasti in una sorta di limbo mediatico.

Come è cambiato il lavoro dell’europarlamentare nel corso delle legislature della Unione Europea?

Non so confrontarlo con quello delle precedenti perché questa è la mia prima legislatura, però da quel che mi dicono i colleghi il lavoro è cambiato in meglio dal punto di vista della quantità della presenza e, secondo me, dalla qualità del ruolo. Io rappresento l’80% di presenze del mio partito, ma essere presente è difficile, con quattro settimane su quattro in Parlamento, di cui tre a Bruxelles, una a Strasburgo e la quinta nel collegio, si crea un pendolarismo avanti e indietro. La quantità delle presenze è migliorata sia per ragioni virtuose, sia per convenienza, dato che giustamente il Parlamento ha cambiato le regole nel 2009 su vari fronti: trasparenza, calmiere sulle indennità e molto altro. Noi abbiamo un’indennità di base, ma solo se siamo presenti possiamo prendere la diaria. La quantità delle presenze è legata anche al fatto che il Parlamento ha poteri legislativi, e ciò è meno frustrante che avere solo un ruolo consultivo; gli impegni sono più forti perché chi è incaricato di essere relatore, o deputato ombra, o parlamentare eletto, o è coinvolto nelle discussioni dei gruppi prima della Sezione Plenaria di Strasburgo (che è l’istituzione che vota per le nostre decisioni), è chiaro che fa un lavoro più coinvolgente e di qualità. Le tre sessioni settimanali sono però un po’ stressanti. Noi abbiamo un calendario per il Parlamento europeo che viene fissato all’inizio del 2014 e vale fino alla fine dell’anno: sarebbe auspicabile una revisione dei lavori perché il pendolarismo settimanale è molto faticoso e poi passare nel collegio con preferenze e in quelli in quattro regioni, si finisce per passare il weekend a contattare le persone, ad approfondire le questioni. C’è poi la doppia sede, tra il Parlamento a Bruxelles e le Sezioni Plenarie a Strasburgo, oggetto in passato di rimostranze da parte dei parlamentari, ma la Francia ha sempre risposto, con qualsiasi presidente di destra o sinistra, che questo stava scritto nel trattato e che l’avere tre sedi ha un valore simbolico insito nell’Unione Europea stessa. Quello che andrebbe approvato per migliorare questa efficacia e visibilità, è un diverso rapporto con i parlamenti nazionali. Io sono stata relatore di ‘Europa Creativa’, ma non c’è stata mai un’audizione da parte della Commissione Cultura della Camera o del Senato in Italia per sapere cosa l’Europa sta facendo, su quali basi ciò viene fatto e con quale prospettiva. In base alla disposizione del Trattato di Lisbona, in vigore dal 2010, non solo il Parlamento europeo ha un ruolo legislativo con competenze in tutti i campi, ma come contraltare c’è che tutti i parlamenti nazionali debbano essere informati dalla Commissione quando emana una direttiva prima che vada al Parlamento Europeo, o in contemporanea, perché gli Stati membri hanno il diritto di dire se, secondo loro, quel provvedimento è coerente con i principi del Trattato. L’Unione Europea legifera quindi in quegli ambiti in cui è dimostrato che è preferibile, o necessario, legiferare a livello europeo e non nazionale, perché si tratta di problematiche transnazionali. Se questo principio non sussiste, i parlamenti nazionali possono dire che è stato leso il principio di sussidiarietà: è quindi un rapporto importante tra i due parlamenti. Il problema è che questo avviene nella Commissione indicata dal parlamento nazionale, sia alla Camera che al Senato, e cioè a quella delle Questioni Europee, ma sarebbe auspicabile che questo avvenisse per materia, cioè ci fosse uno scambio perché quando legiferiamo in Europa prendiamo informazioni e acquisiamo il parere degli stakeholders. Sarebbe interessante una maggiore dialettica tra i due parlamenti per attrezzarci meglio in futuro.

Quello che il 25 maggio andremo eleggere sarà l’ottavo parlamento europeo. Dal 1979 ad oggi come è cambiato il Parlamento dell’Unione Europea?

All’inizio vi erano parlamentari scelti dai parlamenti nazionali, quindi di secondo livello, ossia non da un’elezione diretta, soltanto da vent’anni il parlamentare è eletto direttamente. L’elezione diretta di un parlamentare e di un Parlamento ne ha cambiato tantissimo il ruolo, perché conferiscono al Parlamento eletto un’autorevolezza e rappresentatività infinitamente maggiore, nei cittadini c’è poi la consapevolezza di avere il proprio parlamentare europeo di cui hanno fiducia, e i partiti in lista per l’Europa sono spronati a sentirsi partiti di essa e non soltanto nazionali. Il Parlamento è inoltre l’unico soggetto eletto direttamente dai cittadini, e quindi 500 milioni di persone che eleggono un unico Parlamento è una cosa straordinaria, che va oltre il sogno dei padri costituenti. Credo che il cambiamento ulteriore avvenuto nel 2010, ossia in questa legislatura, sia il ruolo di co-legislatore del Parlamento. In Europa ci sono due Camere: il Consiglio dei Ministri, fatto dai 28 governi, il Parlamento che rappresenta tutti i cittadini e la Commissione che è l’esecutivo. Questa volta sarà diverso rispetto alla precedente legislatura, perché non solo il Parlamento è co-legislatore (in questi ultimi anni abbiamo avuto un ruolo nel mitigare delle scelte che non condividevamo nel gruppo dell’estremo rigore, anche rispetto al bilancio, che è stato molto modificato dal Parlamento europeo), ma perché ci sarà un’ulteriore modifica: la Commissione infatti dovrà essere sì sotto al Consiglio dei ministri, ma vincolata dall’esito delle elezioni europee, dove sarà indicato prima fra quali candidati si giocherà la partita, e ci sarà un Presidente di Commissione che dovrà far riferimento all’Europa e non al principio dell’intergovernabilità dei singoli Stati. Quello che abbiamo finora rimproverato a Barroso e alla Commissione, cioè di aver svolto in modo burocratico e non politico il loro ruolo, spesso succube dei governi (e di quelli più forti a cominciare dalla Germania), sarà superato perché questo è il momento della vera politica europea. Non si possono più fare aggiustamenti e non possiamo soltanto rispondere alla crisi finanziaria con una risposta economicistica rigoristica. Renzi ha appena annunciato nella sua agenda la priorità della presidenza italiana dell’Unione Europea, con flessibilità sul dogma del 3% che non concorre a determinare il tetto di spesa, spese per gli investimenti e i cofinanziamenti per i poli strutturali, per costruire un’Europa più democratica e più votata alla crescita, una nuova politica sull’immigrazione solidale che da un lato non salvi le vite da soli e dall’altro preveda una guardia costiera europea, sostegni per le integrazioni di questi cittadini e rivedere (perché non va bene) il punto della Convenzione di Dublino che prevede che tutte pratiche d’identificazione e verifica se si tratti o meno di persone con diritto all’asilo vadano fatte dal paese di primo arrivo, infine dare forza al progetto che si era affermato della difesa unica europea e di un governo politico ed economico della moneta unica europea.

E le campagne elettorali per il voto europeo come sono cambiate nel corso di questi decenni?

Le campagne elettorali sono cambiate, ma rispetto al grande progetto di riforma delle elezioni europee che avevamo fatto in Italia e di cui si parla da tanto tempo, ci troviamo sempre la stessa legge elettorale proporzionale con sbarramento e preferenze. Io, nonostante la fatica, preferisco le preferenze, anche se il collegio è sterminato, perché ritengo che si esprima una preferenza dell’elettore e nella mia carriera politica sono stata candidata sempre quando c’erano le preferenze e non con i comodi colleghi uninominali. Le campagne elettorali sono diventate molto competitive, nel Centro Italia siamo in una lista più affollata, più difficile per un candidato. Siamo forse troppi candidati in una sola circoscrizione, siamo anche forti e quindi bisognerebbe aver dietro una minore regia complessiva, gestita di più da chi viene eletto. C’è poi un paradosso: nelle altre campagne elettorali si parlava nel dibattito pubblico di Europa, dei programmi e di più forte presa per i partiti stessi; il difficile era coinvolgere gli animi sui temi europei che sembravano un po’ freddi e difficili; questa volta la campagna è fatta più dai leader dei partiti stessi, che non da questi come comunità, ed è realizzata sulle spalle dei candidati stessi, concentrata in questi ultimi mesi e senza chiarire bene come stanno le cose ma utilizzando l’Europa per altri fini, senza usare bene questa grande occasione di dire la nostra, con un’agenda politica che impegnerà il 2 luglio in aula a Strasburgo Renzi e il Partito Democratico ad essere la prima o la seconda delegazione nazionale del Partito Socialista Democratico europeo in Parlamento, per modificare molte cose che dell’Europa non ci piacciono. Fra par condicio più o meno utilizzata in modo appropriato, liberismo da parte di tutti e una certa abitudine crescente, che vedo in tutti i partiti e anche nel mio, di mettere sui media solo i capolista, anche se bravi o brave nel loro campo, ciò ha oscurato i candidati in modo pazzesco, per cui né suoi giornali né in televisione si riescono a far conoscere. Questa volta ho visto una grandissima alleanza fra il nostro partito e gli enti locali, parlo in particolare dei sindaci e dei comuni, sia che là si voti o no. Chi oggi percepisce concretamente che l’Europa non è politica estera, ma un orizzonte nuovo e più vasto della politica italiana e anche locale, sia per le risorse che per l’obbligo ad una progettazione più sostenibile sul tema dell’energia, sulla cultura e nuove forme di nuova occupazione e sviluppo, sono gli enti locali. Questa è una novità e io mi prometto di tenere stretti i rapporti non solo con la dimensione territoriale, ma proprio con i capifila e protagonisti dello sviluppo locale, che sono in grande crisi, come sindaci e consiglieri comunali che fanno la differenza sulla qualità del territorio.

Il parlamento dell’Unione Europea ha sempre dovuto combattere contro lo scarso interesse, l’indifferenza, quando non vero e proprio scetticismo dei popoli europei verso il Parlamento stesso. Cos’è cambiato oggi quando l’euroscetticismo e i populismi la potrebbero fare da padrone nell’ottavo Parlamento europeo? Può ricostruirci questo percorso?

L’Europa negli ultimi cinque anni si è fatta poco amare per le ricette che sono prevalse di fronte alla più grande crisi dopo il dopoguerra. Questa non è nata in Europa, ma in America, ed è stata una crisi finanziaria legata alla bolla speculativa, poi diventata economica e tremendamente socialein Europa e nei paesi più fragili come il nostro, che si è svegliato da un sogno con qualche incantatore di serpenti, come Berlusconi, che per anni ha negato anche l’esistenza della crisi stessa. Siamo corsi tutti sull’euro, come qualcuno ha detto, ossia una volta approvato l’euro, la grande e titanica battaglia fatta da uomini che voglio ricordare, come Ciampi, Andreatta e Padoa Schioppa, si è pensato che ci si potesse sedere per anni, mentre invece c’era la premessa per una vera battaglia verso l’unione politica ed economica. In questa fase, per il prevalere in Europa di governi conservatori, nazionalisti, come fu il ruolo della Lega nei governi Berlusconi, per la prevalenza di egoismi nazionali da un lato e per l’impreparazione rispetto alla sfida politica di alcuni dei nuovi paesi che sono entrati in Europa dieci anni fa, ma non sono in sintonia con la politica europea, è mancata una forte leadership politica dopo Prodi a presidente della Commissione, così si è indebolito il processo di unificazione e quindi la capacità dell’Europa di essere attrezzata con le sue istituzioni, compresa la BCE, a dare risposte. Se non avessimo avuto un uomo come Mario Draghi, che ha comunque interpretato, anche sfruttando i tedeschi che facevano parte dell’Europa, la ricchezza di molti paesi nel rispondere alla crisi facendo capire alla cittadinanza che non poteva ritrovarsi come altri Paesi membri, per esempio la Grecia, e facendo molte manovre per mantenere e difendere l’euro, noi avremmo avuto una risposta ancora più debole. Mentre il Parlamento spingeva per un’immediata risposta con offerta risorse alla Grecia, c’era chi pensava che questa potesse tranquillamente uscire dall’euro o addirittura dall’Europa e si è perso oltre un anno prima di dare una risposta, che è stata così molto più salata in termini finanziari e molto più drammatica in termini umani. Abbiamo toccato con mano l’insufficienza delle istituzioni europee, e se non si affronta questa che è una priorità assoluta, noi non capiremo che qui sta la radice del populismo e dell’euroscetticismo, che in questo Parlamento uscente vi era già un gruppo di 50 persone che riuniva famiglie diverse (dai conservatori laburisti alla Lega, che nel Parlamento europeo ha Speroni, Salvini e Borghezio). In Italia la crisi, con la povertà che ne è venuta fuori e la spending review con tagli lineari sia al fondo per le politiche sociali da 7 miliardi a 500 milioni, sia alla ricerca, all’università e ai beni primari, ha creato uno scompenso e offerto un terreno molto propizio per chi non ha capito l’importanza dell’Europa. Un certo euroscetticismo improprio è anche la possibilità di fare errori di chi è stato al governo per molti anni, come il centro destra, ma anche il centro sinistra, che non ha fatto bene all’Italia rispetto alle riforme necessarie per la moneta unica europea e ha costretto l’Unione Europea e gli stessi europei a confrontarsi sulle pari opportunità tra paesi: questo ci ha fatto rimanere indietro e accusare di ciò l’Europa è abbastanza ridicolo, perché non aver fatto la riforma sul lavoro, o quella economica e di sostegno alle famiglie, è colpa nostra, non degli altri che ci fanno osservare che non l’abbiamo realizzata. Bisogna distinguere in questa serie anche quelle persone che usano l’euroscetticismo per coprire magagne nazionali e che Renzi sta svelando molto con la sua azione un po’ garibaldina, ma necessaria, perché il Presidente del Consiglio ha rivelato che abbiamo perso molto tempo sul lavoro (e spesso in maniera ideologica), e lo stesso vale per la riforma della Pubblica Amministrazione, per i privilegi, come anche il tema dell’equità, che rispecchia ciò che è legato all’innovazione e al progresso e così via. Mi auguro che in questi ultimi giorni ci sia un ripensamento di coloro che hanno deciso di non astenersi o di votare partiti che non contano molto in Europa e serviranno solo a fare marcia indietro, piuttosto che avanti, sull’Europa.

E l’informazione, invece, come è cambiata nel corso dei decenni?

Ho già risposto nelle domande precedenti su questa tematica.

Chi erano i contrari alle elezioni dirette del Parlamento e perché?

Questo risale alla notte dei tempi. Credo che fossero soprattutto gli inglesi…. ma mi pare un dibattito, quello per le elezioni dirette, ormai alle nostre spalle.

 

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