sabato, Maggio 8

Elezioni e democrazia secondo l’Africa Patrimonialismo e compravendita di voti alla base dell'impegno popolare per la democrazia in Africa. Secondo una recente ricerca non sono necessariamente negativi

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Se si butta l’occhio al Global Protest Tracker del Carnegie Endowment for International Peace ci si rende conto di quanto importante sia il numero delle proteste che nel 2020 hanno infiammato l’Africa. Molte di questi proteste, che in alcuni casi sono diventi movimenti di protesta, sono stati motivati da presunti brogli elettorali, comunque proteste post-elettorali.

Cittadini uccisi, picchiati e intimiditi e risultati elettorali falsificati in Uganda. Censura diffusa e intimidazione di candidati e sostenitori dell’opposizione in Tanzania. A prima vista si potrebbe pensare ad una Africa in rivolta per la difesa delle libertà politiche, della democraziadelle urne. Una più attenta analisi dimostrerà che non è esattamente così.
A spiegare il perchè e le dinamiche di quelle che definiscono ‘
patrimonialismo‘ e ‘compravendita di voti‘ sono Nic Cheeseman, dell’Università di Oxford, Gabrielle Lynch, dell’Università di Warwick, e Justin Willis dell’Università di Durham, autori di ‘The Moral Economy of Elections in Africa. La loro tesi è che: gli individui sono disposti ad accettare la manipolazione -e possono persino pretenderla- se avvantaggia loro e i candidati che sostengono.

Dopo aver seguito e analizzato elezioni in Ghana, Kenya e Uganda per 4 anni, conducendo oltre 300 interviste, 3 sondaggi rappresentativi a livello nazionale e rivedendo migliaia di pagine di documenti d’archivio, gli autori della ricerca sostengono che «l’impegno popolare per la democrazia è motivato da due convinzioni: la prima è civica, e sottolinea la meritocrazia e segue le regole ufficiali del gioco democratico, mentre la seconda è patrimoniale, e sottolinea il legame distintivo tra un individuo e la loro comunità, spesso etnica».
Questo implica «che le elezioni sono modellate e trascinate tra visioni concorrenti di cosa significhi fare la ‘cosa giusta’. La capacità dei leader di giustificare lo svolgimento di elezioni fraudolente dipende quindi dal fatto che le loro azioni possano essere inquadrate come virtuose su uno o più punti». Se ci riescono possono cavarsela e così minare la democrazia assolutamente impunemente.

Tutte le elezioni, spiegano gli autori della ricerca, sono «incorporate in un’economia morale di visioni concorrenti di cosa significhi essere un buon leader, cittadino o funzionario. Nei tre Paesi studiati, questa economia morale è caratterizzata da una tensione tra due ampi registri di virtù: uno patrimoniale e l’altro civico».

Il registro patrimoniale «sottolinea l’importanza di un impegno tra committente e cliente che sia reciproco, anche se molto gerarchico e iniquo. È radicato in un senso di identità comune come l’etnia e la parentela».
E’ quanto andato in scena per esempio in Kenya. «Il modello che si è sviluppato è che i leader etnici si sono proposti di mobilitare le loro comunità come un ‘voto di blocco’. Ma l’unica garanzia che queste comunità voteranno come previsto è se si vede che il leader ha protetto e promosso i loro interessi».

La virtù civica afferma «l’importanza di una comunità nazionale modellata dallo Stato e valorizza la meritocrazia e la fornitura di beni pubblici. Questi sono i tipi di valori che vengono costantemente promossi -anche se non sempre con successo- dagli osservatori elettorali internazionali e dalle organizzazioni della società civile che gestiscono programmi di educazione degli elettori».
«In contrasto con parte della
letteratura esistente,non sosteniamo che uno di questi registri sia intrinsecamente africano‘. Entrambi sono in evidenza. Abbiamo scoperto che i funzionari elettorali, gli osservatori e gli educatori degli elettori erano più propensi a parlare in termini di virtù civica. Da parte loro, elettori e politici tendevano a parlare in termini di virtù patrimoniale. Ma avevano tutti una cosa in comune: tutti sentono l’attrazione di entrambi i registri». Ciò è è dimostrato dalle conferenze stampa delle coalizioni elettorali in Kenya. «A questi eventi, i leader di diversi gruppi etnici si schierano per sostenere il partito, sottolineando contemporaneamente la loro visione nazionale e l’impegno per una democrazia e uno sviluppo inclusivi».

«Si presume spesso che le credenze patrimoniali alimentino la negligenza elettorale mentre quelle civiche la sfidano». Si tratta di una semplificazione eccessiva.
Si prenda l’esempio di un elettore che vota più volte per lo stesso elettore. «Ciò può essere giustificato sulla base della lealtà a un leader specifico e della necessità di difendere gli interessi della comunità -una logica patrimoniale. Ma in alcuni casi gli elettori hanno cercato di giustificare questo comportamento sulla base del fatto che si trattava di una precauzione necessaria per proteggere il bene pubblico perché era noto che i partiti rivali infrangevano le regole. In alcuni casi, la negligenza può quindi sembrare la cosa ‘giusta’ da fare».

Quali pratiche possono essere giustificate dipende dal contesto politico e da quanto sono bravi i leader a argomentare, affermano i tre docenti. «Questo è importante, perché i candidati che non sono considerati ‘buoni’ in nessuno dei due registri perdono rapidamente il sostegno». Bene lo dimostra la pratica di distribuire denaro durante il periodo delle elezioni. Secondo quanto emerso dalla ricerca, gli elettori sono «abbastanza favorevoli ai candidati che distribuiscono ‘qualcosa di piccolo’ come parte di una serie più ampia di attività progettate per assistere la comunità. In questo contesto, il dono è stato visto come parte legittima di un rapporto patrimoniale in corso. Ma quando un leader che non aveva già dimostrato il proprio valore morale si è presentato in un collegio elettorale e ha iniziato a distribuire denaro, questo è stato visto come se il candidato usasse sussidi per compensare la trascuratezza del passato e accusato di ‘acquisto di voti’ illegittimo». Un esempio è Alan Kwadwo Kyeremanten in Ghana, un leader politico associato alla distribuzione di denaro tanto da divenire noto come Alan Cash. Ma Cash ha fallito nel diventare il portabandiera presidenziale del suo partito. «Noi sosteniamo che ciò sia dovuto al fatto che non è riuscito a infondere nei ‘doni’ autorità morale. Come notò un giornale all’epoca: Alan Cash non coltivava sostenitori leali e fidati; usava i soldi solo per farsi strada nelle loro menti, non nei loro cuori».

La democratizzazione dell’Africa, si sostiene, avrà luogo solo quando il patrimonialismo sarà sradicato, quando la politica etnica e le pratiche a cui dà origine vengono eliminate. Gli autori della ricerca non ne sono così convinti. L’analisi «suggerisce che ciò potrebbe fare tanto male quanto bene. Gli ideali patrimoniali possono esistere in tensione con quelli civici», gli impegni che elettori e candidati assumono reciprocamente in sede patrimoniale «sono un’importante fonte di impegno popolare nei processi politici formali». Ad esempio, l’affluenza alle urne è dovuta sia al senso del dovere civico, sia per sostenere quei candidati che, secondo gli elettori, assisteranno direttamente loro e le loro comunità.

Porre fine alla politica patrimoniale «indebolirebbe il complesso insieme di legami che uniscono molti elettori al sistema politico. Una conseguenza di ciò sarebbe minare la fiducia delle persone nella loro capacità di chiedere ai politici di rendere conto, il che potrebbe generare apatia politica e provocare una minore affluenza alle urne. Negli anni 2000, ben l’85% degli elettori si è recato alle urne, superando di gran lunga la cifra tipica delle democrazie occidentali consolidate. La stessa cosa potrebbe accadere se la manipolazione sistematica delle elezioni le privasse della loro importanza morale, segni già visibili nelle elezioni ugandesi degli ultimi mesi».

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