venerdì, Luglio 30

Elezioni criminali Parlamenti locali e nazionali irti di politici condannati o sotto processo

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Quantità non è sinonimo di qualità, direbbe qualcuno. E infatti essere l’elettorato, attivo ma soprattutto passivo, nella più grande democrazia del mondo, non significa affatto automaticamente vivere in una ambiente istituzionale sano. Per quanto non sia un caso unico al mondo, l’India che in queste settimane sta votando l’elezione del prossimo governo, ha una incidenza incredibile di condannati o indagati nei propri esecutivi sia locali che nazionali. Un vizio che gli ultimi anni di proteste, movimenti anti-corruzione e anti-politica non sembrano essere riusciti ad estirpare nel voto ora in corso.

I numeri dello scandalo sono noti ormai da anni sempre più anche al pubblico indiano, grazie alla diffusione dell’informazione tramite internet, di cui il Paese è un enorme “produttore” mondiale. Il problema non è però semplicemente nei numeri, ma anche nella sostanza. Delle centinaia di Parlamentari implicati in processi o già con condanne pendenti, non sono pochi a vedersi addebitati a proprio carico accuse per reati molto gravi, come aggressione e mano armata, sequestro di persona, violenza sessuale o addirittura omicidio o istigazione al medesimo.

Intanto le cifre della legislatura uscente. Tra i parlamentari eletti nel 2009, dei 543 membri della Camera Bassa (Lokh Sabha), 162 (il 30%) hanno accuse di rilevanza penale pendenti sul proprio capo. In più di un caso, i politici in questione sono titolari di più di una contestazione di reato, dato che il totale delle accuse ammonta a ben 306 casi. La situazione non migliora – ed anzi peggiora- nel caso della Assemblea Legislativa, la ben più numerosa Camera Alta che raccoglie la rappresentanza politica di tutti gli Stati della Federazione. Su 4032 eletti, nell’ultima legislatura i sotto processo sono il 32% del totale, cioè 1.264. Ben 76 parlamentari della Camera Alta sarebbero sotto processo per reati di natura violenta.

L’auto-criminalizzazione della politica indiana è un fenomeno aggravatosi negli ultimi anni e soprattutto trasversale. In entrambi i rami parlamentari, il tasso di indagati è aumentato notevolmente dalla legislatura 2004-09, quando ammontava ad un comunque allarmante 23%.

Tra i maggiori partiti, la forza politica più coinvolta nella Lokh Sabha è attualmente il governativo Congress Party del Premier M. Singh, con 48 indagati contro i 46 del conservatore Bharatiya Janata Party.

In cifre relative, è però proprio l’opposizione dell’aspirante neo-Premier Narendra Modi a risultare più disastrata, a causa dei suoi numeri per ora minoritari di rappresentanti. Il BJP vede infatti sotto processo il 41% dei propri parlamentari, contro il 24% del Congress. È però scendendo tra i piccoli partiti che si incontra quello di gran lunga più avvezzo alle aule dei tribunali del Paese: il piccolo Shiv Sena, partito di estrema destra induista, annovera tra i suoi pochi parlamentari l’80% di processati, per lo più coinvolti in casi anche gravi di violenze a sfondo settario religioso e già condannati in primo grado o definitivo.

Anche sul fronte della Camera Alta, la distribuzione territoriale dei guai con la giustizia tra i politici appare ben rappresentata sia su scala partitica che etno-confessionale, ma non manca di differenze non trascurabili. In fondo alla classifica troviamo i rappresentanti dell’Uttar Pradesh (37% di indagati), il povero Bihar a maggioranza musulmana (40%), mentre il pur dinamico Gujarat a lungo governato dall’attuale candidato a Premier del BJP si piazza penultimo con il 42% di rappresentanti sotto processo. Ultimo in classifica, il Maharashtra, con quasi la metà (48%) dei rappresentanti sotto accusa o già con condanne a carico.   

La domanda sorge spontanea: perché numeri simili? Chiunque sia avvezzo di legge e diritto e alieno ad una cultura giustizialista farebbe subito una annotazione importante: processato non significa condannato. Come per i casi di corruzione verificatisi nel settore militare, sono in molti a rovesciare la prospettiva dell’accusa: il tasso di presunti criminali in politica sarebbe sovrastimato dalle lungaggini inaudite della macchina giudiziaria. Uomini politici integerrimi finiscono sotto accuse di corruzione e malaffare poco circostanziate, e spesso montate a regola d’arte per colpire un avversario scomodo. Poi, i tempi biblici dei processi indiani, (dai 5 ai 10 anni in questi casi) prolungano all’infinito le vicende giudiziarie.

Analisi del tutto errata, ribattono gli accusatori del Palazzo. Dozzine di politicanti indiani sarebbero entrati in cariche pubbliche appositamente per prolungare i tempi dei processi alle calende greche, fino a rendere impossibile una condanna conclusiva. Una contro-contro analisi non propriamente infondata: solo per fare un esempio vi sono casi di parlamentari sotto accusa per due casi omicidio risalenti a 10 e 20 anni fa, che ottengono continui rinvii delle udienze accampando gli impegni parlamentari ed elettorali come legittimo impedimento. Sempre gli accusatori fanno notare come almeno un quarto degli indagati in politica siano comunque già titolari di condanne, in primo grado o definitive, spesso annullate da amnistie e prescrizioni.

La corruzione politica e le collusioni tra criminalità e amministratori pubblici in India non sono un segreto per nessuno, ma negli ultimi anni l’accresciuta consapevolezza politica delle crescenti classi sociali urbane ha portato ad una condanna sociale di tali fenomeni sempre più marcata. Il triennio 2010-13 ha visto una vera e propria escalation dei movimenti anti-corruzione, anche controversi per i torni populisti utilizzati. L’onda anti-politica si è ora riversata anche su una nuova formazione specificatamente focalizzata contro il malaffare dei partiti, l’AAP (Partito dell’Uomo della Strada) di Aarvind Kejriwal. Dopo la rivolta di piazza contro il malaffare del Palazzo, come si presenta la classe politica indiana all’appuntamento elettorale?

Incredibilmente, non sembra che il clima di condanna creatosi attorno alla politica criminale sia riuscito a scalfire in maniera decisiva queste pratiche. L’Association For Democratic Reform, l’associazione di cittadini che ha svolto l’indagine in materia sulla legislatura precedente, lancia già l’allarme sui nuovi sondaggi in corso. Del migliaio di candidati a rappresentare i cittadini indiano, già il 18% ha ammesso di avere accuse giudiziarie pendenti o condanne già arrivate. Un arretramento consistente dalle cifre della legislatura precedente, ma che non tranquillizza il dirigente dell’Associazione, Jaydeep Chhokar. In una intervista di una settimana fa, egli ha avvisato che anche nella prossima legislatura, i numeri oscilleranno tra il 20 ed il 30% dei parlamentari.

Che il vento sia ben lungi dall’essere cambiato, sembra ancora più vero in alcuni angoli dell’immenso Paese asiatico. Il già pessimo Maharashtra sembra voler battere il suo record nazionale: dei 20 candidati rappresentanti all’Assemblea Legislativa finora votati, 14 hanno indagini a carico, equamente suddivisi tra maggioranza ed opposizione; in pratica il 70% del totale. Ben più grande, anche se solo in cifre assolute, il numero dell’Orissa: qui sarebbero almeno 86 i candidati con accuse a carico, e si parla di uno Stato che deciderà molto dei numeri di maggioranze parlamentari.

Dulcis in fundo, la capitale New Delhi. Nonostante sia stata la protagonista della vittoria di Kejriwal e dell’AAP, la capitale ha ben 23 aspiranti parlamentari sotto accusa, dei quali 13 per reati gravi che prevedono oltre 5 anni di reclusione. Neppure il neo-partito dell’ex Agente del Fisco di Delhi, nato con la ramazza anti-mazzette in politica, può vantare una completa pulizia al suo interno: seppure lontanissimo dai numeri imbarazzanti di BJP e del Congress, anche l’AAP vede un 15% di aspiranti parlamentari di fronte ad incombenze davanti ai tribunali.

 

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