giovedì, Settembre 16

Elezioni anticipate? Nessuno le vuole, ma …. Il paziente lavorio di Mattarella potrebbe non bastare

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Senza girarci troppo intorno, accade questo: lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate le vuole e le invoca solo il centro-destra; e anche qui, si potrebbe discutere, sulle reali intenzioni dei singoli. Perché è vero, concordi tutti i sondaggisti e gli studiosi degli umori popolari certificano una sicura e larga vittoria del trio Matteo Salvini-Giorgia Meloni-Silvio Berlusconi più marginali appendici. Ma è pur vero che in virtù della riforma, la ‘torta’ parlamentare si è di molto ridotta. Meno cadreghe a disposizione, sia a Montecitorio che a palazzo Madama, e tanti degli uscenti non saranno neppure candidati. Questa massa dipeones’ è evidente, per un elementare e umanissimo spirito di conservazione, che vogliano essereonorevolisenatori fino all’ultimo minuto secondo.
Ci sono poi ipiccolipartitini: han voglia di fare massa e costituire posticci cartelli unitari per disperazione. Azione di Carlo Calenda, Più Europa di Emma Bonino, perfino Italia Viva di Matteo Renzi hanno pochissime possibilità di superare la soglia minima per approdare in Parlamento; al massimo ce la faranno uno, due di loro… Una ripetizione di quello che si è visto in occasione delle ultime elezioni regionali.
Destinato a un drastico ridimensionamento anche il Movimento delle 5 Stelle di Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Altro elemento che ‘pesa’: con l’attuale legge elettorale la composizione delle liste resta nelle mani di una ristretta oligarchia: il segretario del Partito e i suoi ‘cari’. Per dire: nel Partito Democratico a decidere saranno Nicola Zingaretti, Andrea Orlando, pochi altri. Si dà il caso che i gruppi parlamentari del PD oggi siano composti in larga misura da persone scelte a suo tempo da Renzi, quand’era ancora segretario del PD. Volete che Zingaretti, Orlando e i pochi altri non approfittino dell’occasione per riservare i posti sicuri a personaggi del loro entourage? Hai voglia di cambiare sveltamente la gabbana. Da buon figlio del partito togliattiano, Zingaretti ha buona memoria; eventuali lacune poi sarebbero colmate dal consigliere di sempre: Goffredo Bettini. Poi, ci sono anche ragioni più ‘nobili’: fa differenza se a eleggere il successore di Sergio Mattarella sarà questo Parlamento, o un altro, a schiacciante maggioranza centro-destra. E a cascata tutte le altre nomine di potere istituzionale e reale.

E’ dunque interesse di tutti, con un Conte-bis, un Conte-ter o comunque un governo, arrivare a luglio: quando scatta il semestre bianco, e per Costituzione non si può sciogliere il Parlamento fino a quando non viene eletto il nuovo Presidente della Repubblica. Attenzione si è scritto: di tutti; forse bisogna escludere il centro-destra; ma forse no. Perché oggi stare all’opposizione paga. Li si vorrebbe davvero vedere Salvini, Meloni, Berlusconi e la loro corte dei miracoli alle prese con i tremendi problemi del Paese, quelli di oggi, e soprattutto quelli di domani: Covid, disoccupazione, crisi economica, debito pubblico, Europa che guarda con sospetto, Stati Uniti ostili…

Ma per l’intanto? Basterà una pattuglia dicostruttori’, che peraltro ancora non si vedono, a salvare Conte? L’interrogativo sarà sciolto mercoledì, quando si farà la conta.
Certo si sconta una situazione anomala, che si trascina da tempo: vero che la Costituzione prevede che il governo si regga sulla fiducia del Parlamento e non dell’elettore; ma è pur vero che tutti i leader europei possono contare sul consenso degli elettori. Solo Conte vanta un credito che gli viene attribuito dai sondaggi, ma le urne sono spesso cosa diversa, perfino opposta.
Improprio, anche, il paragone che in queste ore viene fatto da laudatori più o meno interessati di Conte: che viene dipinto come un Giulio Andreotti redivivo, per le sue capacità camaleontiche; o perfino un Romano Prodi, per l’arte della mediazione. Andreotti e Prodi hanno avuto plurime legittimazioni elettorali. Prodi, per dire, è l’unico che ha sconfitto due volte Berlusconi alle urne; dunque piano con i paragoni.

Vero è che Conte sembra avere atout che fanno pensare.
I vescovi italiani per ben due volte si sono pronunciati a favore della tenuta del suo governo. Manifestano preoccupazione per il Paese è invocano una guida solida; lo stesso Pontefice ha chiesto di «non rompere l’unità». In altri tempi si sarebbe ululato per l’indebita invasione di campo… E di sicuro, anche se al suo interno ci saranno sicuramente voci se non dissonanti, più tiepide, la CEI non si è mossa a insaputa del papa argentino. Ma è noto, poi, che in favore di Conte si stanno muovendo legioni di poteri reali: dal mondo della giustizia a quello della Guardia di Finanza, gli immancabili servizi di sicurezza, e alti prelati vicini alla comunità di Sant’Egidio…
Un bel Grand Hotel, «Si entra, si esce…si entra, si esce…si entra, si esce…Del resto è così che è la vita», a voler citare Vicki Baum.

Come finirà? «In politica», era solito dire Giovannino Guareschi, «spesso bisogna complicare le cose per renderle più semplici». Chissà: una semplice palla di neve a volte da origine a una disastrosa e incontrollabile valanga…
«Renzi ha voluto staccare la spina, spingendo l’Italia in una crisi al buio. Ora manda segnali di apertura? Ma siamo seri: che credibilità possono avere dopo una rottura così grave, accompagnata dalla soddisfazione che egli dimostra anche in queste ore per le difficoltà nelle quali ci ha cacciato?». Così Bettini. Zingaretti, che ha voluto la legittimazione della Direzione del suo partito, lancia un ‘appello’ ai «rappresentanti dei cittadini affinché tutti si assumano la responsabilità” di mettere in sicurezza il Paese, pensando solo all’interesse dell’Italia». Esplicitamente fa appello «alle tante sensibilità democratiche, liberali ed europeiste che possono unirsi in Parlamento di sostenere il governo in una fase tanto drammatica per l’Italia». L’appello riguarda anche Renzi e i suoi seguaci? Per il leader di Italia Viva ci sono parole e toni severi: ha aperto una crisi «incomprensibile… ha sbagliato e ricucire sarà molto complicato. Siamo stati noi per i primi a dire che l’azione del governo Conte aveva bisogno di una svolta, di un cambio di passo. Ma una cosa è rilanciare, rinnovare, cambiare, mettersi in discussione, altra cosa è distruggere, avere un approccio liquidatorio, aprire una crisi al buio che rappresenta l’opposto della volontà di migliorare l’azione di governo… Se non si rispettano le opinioni degli altri, avendo la presunzione di tenere in considerazione solo le proprie, allora viene meno la fiducia e la possibilità di lavorare insieme».
Il PD -e come dargli torto?- diffida di Renzi; il M5S si stringe attorno a Conte e di Renzi non vuole neppure sentir più parlare. Conte diffida di Renzi, ma anche di buona parte del PD: sospetta che ci sia un’‘intelligenza’ tra Italia Viva e PD per farlo fuori… Sembra lo scenario in cui Federico De Roberto fa muovere il suo don Consalvo Uzeda, principe di Francalanza nell’incompiuto ‘L’Imperio’.

Perché mercoledì in ogni caso sarà giornata cruciale. Se Conte non dovesse avere la fiducia, inevitabilmente dovrebbe recarsi al Quirinale; e la palla passerebbe a Mattarella. Il Presidente già fa sapere di non avere alcuna intenzione di varare un esecutivo a lui intestato, del tipo di quello di Mario Monti, direttamente ispirato da Giorgio Napolitano. Queste ore sono spese nella paziente opera di moral suasion; ma lo stile dell’attuale inquilino del Quirinale non è quello descritto da Renzi in una fluviale intervista al ‘Corriere della Sera’: «Mattarella è l’arbitro in campo, noi giocatori dobbiamo rispettarne le decisioni senza troppe parole inutili». Laureato in giurisprudenza deve aver saltato quella parte della Costituzione che prevede il Presidente della Repubblica non arbitro, ma garante. Come dire che mancano i fondamentali…
Ad ogni modo, inutile almanaccare su quello che farà Mattarella in caso di sfiducia: avvierà consultazioni rapide, poi affiderà l’incarico a persona da lui stimata in grado di sbrogliare la matassa; e attenderà, magari dispensando discretamente qualche consiglio come usava fare Luigi Einaudi, il presidente che gli è più simile. Altra via non c’è.

Se invece Conte otterrà in qualche modo la fiducia (cosa possibile, se la politica è l’arte del possibile e del suo contrario), sorgerà un problema: l’indubbio rafforzamento del presidente del Consiglio comporterà un ulteriore svilimento del PD, stretto nel cul de sac di assicurare una governabilità, e al tempo stesso di segnare una identità al momento appannata. Conte potrebbe credibilmente candidarsi alla guida di una forza centrista, l’operazione non riuscita Renzi. Per il PD una dolorosa spina nel fianco; e anche per il grillino Luigi Di Maio, sempre più ingessato nel suo ruolo istituzionale.
Zingaretti e Di Maio non diranno mai esplicitamente nulla contro Conte, ma neppure sono dispiaciuti più di tanti per l’azione logoratrice di Renzi. E’ evidente che si augurano che sia ‘Giuseppi’ che il ‘rottamatore’ escano con le ossa rotte da questa vicenda.
Renzi si presta a questo ‘gioco’? Perché no? Il suo bilancio, politicamente parlando, è plurifallimentare: ha perso un referendum costituzionale; la sua scissione è ridicola; dispone solo di un potere di veto che tra qualche anno gli verrà tolto. Tanto vale giocare tutto sullo Zero, confidando nella rotondità della pallina, anche se le probabilità sono poche. Ha capito che i Pierluigi Bersani e i Massimo D’Alema prima o poi ritorneranno nel PD, e per loro Zingaretti servirà il vitello grasso; da una parte la sinistra ricomposta, sia pure zoppicante e malmessa; dall’altra il centro di Conte; per lui la profezia di Romano Prodi, perfida come solo i democristiani della sinistra sanno essere: ‘Yogurt scaduto’. Poi, certo, c’è anche un ego ipertrofico, una pulsione che lo porta a sentirsi protagonista e dominus sempre e comunque; ma qui si scade nella psicanalisi e nella psichiatria, un terreno infido in cui non ci si vuole addentrare.
Una manciata di ore, e tanti interrogativi si scioglieranno.

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