lunedì, Agosto 15

Elezioni 2022: tra demagogia e chi la spara più grossa Tempo di smarronate e demagogie che avvelenano lentamente, senza quasi che uno se ne accorga. Demagogie che rischiano di diventare legge dello Stato: dal vincolo di mandato ai non più di due mandati, fino alla lista dei ministri prima del voto. Intanto si spartiscono i collegi

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Tempo di elezioni 2022, tempo di smarronate, più di sempre. La demagogia ‘semplice’, quella che richiama al tempo (anni ’50 del secolo scorso), dell’armatore Achille Lauro, che distribuiva pacchi di pasta e una scarpa agli elettori napoletani (l’altra a scheda scrutinata). Come allora, siamo alla sagra del «venghino siori venghino, c’è il millebellezze…».

Così, Silvio Berlusconi annuncia e promette 13mila euro annui per nonni e mamme; per conquistare cuori ambientalisti e animalisti fa sapere che adora i cani, ben tre gli fanno compagnia anche quando dorme, accucciati sotto il letto; poi l’intenzione di piantare un milione di alberi e dentisti gratis per i non abbienti. Ci avesse pensato Antonio Albanese, queste promesse le avrebbe potute inserire nello sgrammaticato catalogo di promesse di Cetto La Qualunque.
Ci sono poi altrepromessepiù insidiose, che modificano l’assetto costituzionale, rischiano di far presa. Come la sciagurata riforma che ha portato alla riduzione di deputati e senatori, senza contemporaneamente mettere in cantiere le altre necessarie riforme capaci di bilanciare gli effetti del provvedimento; o i vitalizi, con effetto retroattivo; e le condanne previste dalla legge Severino, anch’esse retroattive.

Si tratta di demagogie trasversali, che avvelenano lentamente, senza quasi che uno se ne accorga. Demagogie che rischiano di diventare legge dello Stato.
Ancora Berlusconi teorizza che nella prossima legislatura intende predisporre una normativa che preveda il vincolo di mandato. Attualmente è in vigore l’articolo 67 della Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Certo: può accadere che un deputato o un senatore, nel corso della legislatura, cambi ‘casacca’; ma questo attiene alla sua serietà, alla sua coscienza; l’elettore è poi libero di valutare se questo suo comportamento approvarlo o meno. Invece, con il vincolo di mandato il parlamentare è ‘prigioniero’ più di quanto già non sia del partito che lo elegge (anzi, lo nomina, grazie a una legge elettorale che non si è stati capaci di rinnovare). Non cambierà ‘casacca’, ma dovrà prestare obbedienza pronta e cieca alla dirigenza del partito. Un bel passo in avanti, non c’è che dire.

Altra demagogia, di marca questa volta grillesca: non più di due mandati. Per certi personaggi, l’abbiamo visto e lo vedremo ancora, anche mezzo mandato è troppo; altri, in Parlamento per la loro caratura potrebbero starci tutta la vita: ci si limita ad alcuni nomi: Aldo Bozzi, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Loris Fortuna, Riccardo Lombardi, Marco Pannella, Ferruccio Parri, Giuseppe Saragat, Umberto Terracini, e sono i primi che vengono in mente.
Curiosamente, a proposito dei partiti la Costituzione prevede cose precise. L’articolo 49 stabilisce che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Com’è noto, uno dei maggiori problemi dei partiti è quello della democrazia interna. Il ‘metodo democraticoè stato oggetto di lungo dibattito, fin dai tempi dell’Assemblea Costituente. Dibattito di cui oggi sembra essersi persa del tutto la memoria. Eppure stabilire (e applicare) ‘il metodo democratico è condizione essenziale dell’esistenza dei partiti, non è questione irrilevante; e come conciliare questo valore senza che ilcontrollodiventi un attentato all’autonomia organizzativa dei partiti non è cosa di poco conto

 

Altra demagogia di marca Matteo Salvini: rendere nota, prima del voto, la possibile lista dei ministri, almeno quelli piùimportanti‘. Già il concetto diimportanza è discutibile: cosa conta di più, gli Interni o la delega ai Servizi segreti? gli Esteri, o il Lavoro? la Sanità o la Pubblica istruzione? In Italia, inoltre, non vige un regime di bipartitismo; quando va bene, si fronteggiano coalizioni, che -l’esperienza lo dimostra- una volta votato, si possono benissimo sfrangolare e dare vita a governi inediti e inaspettati. Cosicché il promesso e annunciato ministro magari non è quello che poi effettivamente siederà in quella poltrona, perché altri sono gli accordi e le spartizioni che tocca fare e subire. Comunque, tocca fare i conti con l’articolo 92 della Costituzione: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e su indicazione di questi nomina i ministri». Uno indica. L’altro nomina.

 

Nel caldo torrido di questa estate anomala, gran parlare di programmi‘. Nel concreto, i vertici dei partiti sono impegnati sul ben più pratico e concreto spartirsi i collegi. Ed è una ridda avvilente di veti e contro-veti, ragionamenti e calcoli che hanno ben poco a che vedere con le urgenze e le necessità del Paese.
Si vada dalle parti della Lega. Perché, per esempio, Matteo Salvini ha colto al volo l’occasione regalatagli da Giuseppe Conte e dal M5S, e di fatto con Berlusconi ha aperto la crisi? Vai a sapere se non c’è stata, dietro questa mossa, un ‘tarlo’ insinuato dal padre della fidanzata, quel volpone di Denis Verdini… Un ragionamento di questo tipo: caro Matteo, forse è meglio che apri la crisi subito, e non aspetti la primavera del 2023. Perché non modifichino la legge elettorale, in questo modo sei tu, in quanto leader della Lega, che componi le liste, e nomini i prossimi deputati e senatori, tra i tuoi fedeli e sodali. Sicuro che se aspetti la scadenza naturale, i tuoi oppositori interni non ti fanno le scarpe prima? Il ragionamento non è nobile, ma ha una sua logica.
Lo stesso discorso si può fare per il M5S. Beppe Grillo sa anche troppo bene che il suo movimento è destinato a un drastico ridimensionamento. Il fallimento elettorale viene caricato tutto sulle spalle di Conte; sarà lui il responsabile dello squagliamento del partito; non solo: imponendo la regola dei due mandati e stop, Grillo si libera anche di una pesantissima zavorra, costituita dai Roberto Fico e dalle Paola Taverna, dagli Alfonso Bonafede e dai Vito Crimi; e al loro posto ne arriveranno altri, più disponibili ad assecondare i desiderata dell’elevato.

 

Resta il Partito Democratico. Enrico Letta è alle prese con la sua sfida più grande: essere argine all’ascesa, che sembra inarrestabile, di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia. Senza farsi suggestionare da frasi come quella relativa agli ‘occhi di tigre’, Letta si muove con astuzia cardinalizia: sa di poter contare sull’appoggio del Quirinale, un Sergio Mattarella silenzioso, discreto, ma attivo; e all’interno del Partito su Dario Franceschini: una triade democristiana, con quello che questo comporta.
L’infelicecampo largo è tramontato, e Letta non sembra dolersene più di tanto. A ‘sinistra’ ha comunque incassato l’appoggio di verdi, seguaci di Pierluigi Bersani e socialisti. Più che mai saldo il rapporto con Emma Bonino e Più Europa, cosicché anche il fronte ‘liberale’ e libertario è coperto. Resta un riottoso Carlo Calenda, con il quale alla fine si troverà un accomodamento: Bonino e Calenda infatti, di tutta evidenza si comportano come il poliziotto cattivo che minaccia sfracelli, poi interviene quello buono che blandisce e promette. Mentre Calenda strepita e pone veti, Benedetto Della Vedova, plenipotenziario di Bonino, pensa ad accaparrarsi i collegi sicuri. Se poi alla fine non addiverrà a più miti consigli, vada pure da solo, a cercar voti assieme a Matteo Renzi, la cui Italia Viva è data ai minimi storici.

 

Sono ancora le prime battute di una campagna elettorale in cui si dibatterà di tutto (e contro tutto), meno che di come affrontare e risolvere le urgenze del Paese: dalla crisi economica al lavoro, dalla siccità alla pandemia che non dà tregua, dalla crisi della giustizia al debito pubblico, l’inflazione, gli effetti della guerra in Ucraina.
L’appuntamento è per il 25 settembre, ma si può tranquillamente scommettere che una buona metà di elettorato ha già deciso: si asterrà, non sentendosi minimamente coinvolto e attratto da questo modo di fare politica, e rifiuterà in blocco questo sistema dei partiti. Gli astensionisti non avranno ragione a disertare le urne; ma non hanno neppure torto. Questa la situazione, questi i fatti.

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