Elezioni 2022: Per un pugno di voti (sulla pelle del Paese) Siamo al punto d’approdo di una crisi grave e strutturale, di un regime di a-democrazia cattiva che si trascina da tempo e viene da lontano

Per un pugno di voti (sulla pelle del Paese)
Per un pugno di voti (sulla pelle del Paese)

Elezioni 2022. Sembra di sentirlo il ‘Venditore’ di Giacomo Leopardi, mentre a squarciagola offre i suoi «Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?». Al ‘Passeggere’ che chiede se siano almanacchi per il nuovo anno, il ‘Venditore’ assicura che sì, e sono almanacchi per un felice anno «più assai di quello passato». Troppo ‘intellettuali’ le ‘Operette morali‘?
Bene. si potrebbe anche canticchiare Lucio Dalla, quello dell’’Anno che verrà‘: «…la televisione ha detto che il nuovo anno / porterà una trasformazione / e tutti quanti stiamo già aspettando / sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno … / ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno / anche i muti potranno parlare / mentre i sordi già lo fanno…».

La campagna elettorale non è ancora ufficialmente cominciata (anche se già si lavora freneticamente per comporre le liste), e già è raffica promesse, mirabolanti assicurazioni su quello che si intende fare una volta conquistato palazzo Chigi.
Il più lesto Silvio Berlusconi, diabolico a quanto pare: prima gli fanno credere che si può organizzare una cerimonia nunziale anche senza sacerdote o sindaco che cementino l’unione con la prescelta; poi gli fanno credere che il Quirinale è alla sua portata. Ora, per convincerlo a rompere con il governo presieduto da Mario Draghi, gli fanno credere che sarà sua la poltrona di Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato. Ora non lo si può escludere, in questo Paese accade di tutto; però questo sembra essere il nuovo sogno berlusconiano, pazienza se intanto la giù traballante Forza Italia pezzo dopo pezzo va a ramengo, un po’ con Fratelli d’Italia, un po’ con i centristi di Carlo Calenda (bye bye Mariastella Gelmini, Renato Brunetta, Andrea Cangini); un po’ a casa e basta, come il fedelissimo Adriano Galliani. Lui, Berlusconi, ogni giorno ne spara una più grossa: si inventa che Draghi era stanco, e che dunque gli hanno quasi fatto un favore a mandarlo via; poi promette: mille euro a pensione, un milione di alberi…
Non che sia il solo, beninteso. Matteo Salvini, che non ha mai completamente dimenticato i suoi panni di Capitan Fracassa, promette ora sicurezza e basta immigrati, e si fa immortalare dalle telecamere del ‘Tg1’ con dietro una galleria di ex voto, immagini sacre e calendari di Madonne, qualcuno anche scaduto… Un tempo avrebbero detto ‘manganello ed aspersorio’, ma è battuta facile e scontata, lasciamola a chi non ha fantasia. Si annuncia una novità comunque: Salvini sbarbato, per tener fede a una scommessa con Berlusconi. Quando si dice un uomo di parola!

 

Un altro che mette bene in mostra la volitiva mascella è Carlo Calenda. Propone un’agenda repubblicana‘. Cosa sia esattamente non è dato sapere, soprattutto quel ‘repubblicana’. Però ha un suo indubbio fascino. Il giorno dopo Matteo Renzi, che tutti i sondaggi danno in verticale calo di consenso, annuncia nientemeno che «un’alleanza repubblicana». Una sorta di ‘ammucchiatina’, che dovrebbe vedere insieme Enrico Letta, lo stesso Calenda, Emma Bonino, e qualche spezzone dei fuoriusciti del berlusconismo. Alleanza ‘Repubblicana’ che già avrebbe un simbolo: una ‘R’, ma rovesciata. Poi è coincidenza che quella possa anche essere la ‘R’ di Renzi. Imitazione di quel ‘En Marche’ di Emanuel Macron, a cui per un po’ il giochetto del ‘E.M.’ è riuscito.
Non si creda che il dibattito sia ridotto a questioni di sigle e iniziali. Ci sono anche i programmi operativi. Calenda, per esempio, ne ha pronto uno, quella famosa ‘agenda’: «Chi c’è, c’è», annuncia. Dialogico e disponibile al confronto come sempre. Invitato a specificare, si apprende che «ovviamente faremo un programma vero, non un documento cialtronesco». E si procederà sul solco dell’agenda Draghi, che però «non è il verbo, semmai è un metodo che va replicato». Ecco. Però ci sono tre punti «imprescindibili». Nel concreto: «Partiamo dall’energia». Ottimo. Per andare dove? «Compriamo il gas in Algeria e i partiti protestano per il rigassificatore di Piombino, quelli di governo e anche Fratelli d’Italia». Vero: cose se ne viene a capo? «Ma queste sono opere che andrebbero militarizzate. In Italia non si riescono a fare le cose, noi prevediamo la militarizzazione dei siti, trattando alcuni obiettivi come questioni di sicurezza nazionale: idem per il nucleare, si faccia in fretta e per arrivare ad emissioni zero…».
Così, papale papale: dalle colonne del ‘Corriere della Sera‘: militarizzazione.
Calenda dice: «Noi prevediamo». ‘Noi’ sta per lui, o parla anche a nome di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, i leader di Più Europa con cui da tempo procede di conserva? E a Letta e Renzi va a proporre questo, la ‘militarizzazione’? Poi tutti insieme al comizio unitario per dire che Giorgia Meloni è una post fascista non pentita?

 

Anche Letta fa del suo meglio. Fino alla fine, ostinato, propone un campo largo, rapporto preferenziale con il Movimento dei 5 Stelle; poi Beppe Grillo e Giuseppe Conte, terrorizzati per il vistoso calo di consensi, accettano di essere il cavallo di Troia di Salvini e Meloni, e fanno mancare la fiducia con la loro non ‘votazione presente’, ed ecco che lesto Letta cambia posizione. Confortato da Dario Franceschini, propone una sorta di fronte unitario di salute pubblica anti-fascista.
Un vecchio lupo della politica come Ugo Sposetti, già tesoriere del PCI, che tante ne ha viste e sentite, non a torto osserva: «La cosa che mi addolora è che una linea politica venga cancellata in 24 ore. Allora non era una linea stabile: se c’è un temporale che ti porta via il tetto di casa, significa che il tetto di casa è fatto male».
Non c’è dubbio: le cose sono repentinamente cambiate, e occorre flessibilità e fantasia; però se ne abusa, dice l’ex segretario del PD Matteo Orfini: «Sono ammirato della leggerezza con la quale si passa da un errore a un altro (a proposito delle ultime dichiarazioni di Franceschini)…trovo terrorizzante la prospettiva di trascorrere i prossimi 20 giorni a discutere come tenere nella stessa coalizione Gelmini e Speranza, Di Maio e Renzi, Calenda e Bonelli. Vorrei che li pensassimo a spiegare ai cittadini cosa abbiamo perso con la caduta di Draghi e cosa vogliamo fare noi per l’Italia».

 

Lacifradi quanto sia pavida la classe politica da una parte, e dall’altra il tasso di mediocrità, è che nessuno se la sente di assumersi direttamente, in prima persona, di fronte all’elettorato, la responsabilità di aver fatto cadere il Governo Draghi. L’unica coerente, che non ha nulla di che rimproverarsi, è Giorgia Meloni: coerentemente all’opposizione fin dal primo giorno, i due governi Conte e il governo Draghi.
Gli altri: prima Draghi non l’hanno voluto presidente della Repubblica: doveva fare assolutamente il Presidente del Consiglio, poi l’hanno cacciato via. Ora già a tirargli la giacchetta per quella che chiamano ‘agenda Draghi’. Senza pudore. Più di sempre.

La crisi dell’Esecutivo presieduto da Draghi non è solo il fallimento di un governo fatto cadere per contingenti e meschini interessi particolaristici di Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia; è la crisi, il fallimento di una classe politica, che non riesce a essere tale. Siamo al punto d’approdo (forse non definitivo, perché al peggio non c’è mai fine), di una crisi grave e strutturale, di un regime di a-democrazia cattiva che si trascina da tempo e viene da lontano. Responsabilità, dolo e colpa pervicacemente e coscientemente consumati, non vanno addossati ai soli Conte, Salvini, Berlusconi. Non meno colpevoli e responsabili sono tutti gli altri attori e comprimari. Sono tutti coinvolti, sono tutti responsabili. E anche gli elettori, qualche colpa ce l’hanno: sono loro, in fondo, che votano, scelgono, o spesso non scelgono. L’augurio è che a settembre, quando avranno una scheda in mano, sappiano scegliere con scienza e coscienza.