Elezioni 2022: in attesa del programma ‘innovativo’ della destra Ieri i tre della «destra scalcagnata e illiberale» hanno trovato l'accordo di spartizione dei collegi e premiership. Facciamo un passo indietro sulla crisi

Elezioni 2022: in attesa del programma 'innovativo' della destra
Elezioni 2022: in attesa del programma 'innovativo' della destra

Se ne sono sentite, e ancora se ne sentono, di tutti i generi della crisi cosmica, ma cosmicamente, pardon, comicamente incomprensibile, che ci ha portati allo scioglimento del Parlamento e alle elezioni 2022 di settembre.

Mentre ieri la destra ha trovato l’accordo, dicono loro, per quello che sono certi dopo il 25 settembre sarà il loro «governo stabile e coeso», conviene dare uno sguardo a quei giorni, che già sembrano lontani, della crisi che ci ha portati a dove siamo ora.

Taluni commenti di illustri commentatori, lasciano a bocca aperta. Ha detto qualcuno che la situazione nel nostro Paese è drammatica perché abbiamo una «destra scalcagnata e illiberale» (sic!), ma è viva la democrazia. Cioè, capiamoci, la democrazia è votare, comunque o per chiunque, ma votare?
Mattia Feltri su ‘Huffington‘, lo scorso 16 luglio, diceva testualmente: «Siamo una democrazia e le democrazie si rinnovano quando è il momento, istituzionalmente stabilito o imprevisto ma necessario, attraverso la volontà popolare». Poi continua: «La destra che ci è proposta è pessima, ambigua, non sembra aver compreso che direzione abbia preso il mondo, che la globalizzazione va governata e non combattuta, quali siano gli obiettivi di Russia e Cina, si accompagna con gaglioffi alla Orbán o alla Le Pen, crede nel potere taumaturgico dei confini, ignora che cosa sia lo stato di diritto, è profondamente giustizialista, fomenta le peggiori tensioni razzistiche, prolifera sulle paure, talvolta indugia con ridicoli residui di fascisteria, non ha nulla di liberale, se non qualche accantonata e marginale ambizione berlusconiana. Ma se è questo il governo che vogliono gli italiani, è giusto che lo abbiano».

Diciamoci la verità, la descrizione è (strano!) lucidamente indiscutibile, anche se, guarda un po’, cita Orbàn e Le Pen, e dimentica Matteo Salvini, Giorgia Meloni, con un minimo di cautela Silvio Berlusconi, e senza dubbi Giuseppe Conte e Giggino e sorvolo su Matteo Renzi. Eh, se uno fa discorsi così, non può essere così pudico da dimenticare di citare i nostri illiberali … Illiberali, altro che, ma la frase chiave e assolutamente devastante, è che, detto questo, si aggiunge che le democrazie si rinnovano quando è il momento previsto o necessario (che vuol dire ‘necessario’?) attraverso il voto.

Ma il compito di un politico e di un giornalista è, o dovrebbe essere, esattamente questo: impedire che ladestra illiberale‘ (cioè autoritaria, e quindi antidemocratica) vada al potere, anzi, meglio, ancora che ci sia. Non sto parlando di fare colpi di Stato e impedire il voto, ma di fare il possibile e l’impossibile per evitare che ci sia gente che la pensa (si fa per dire) come i personaggi appena citati, per il semplice ma decisivo motivo che quelle persone porterebbero la democrazia a remengo.
In altre parole: non è il ‘sistema’ che non funziona, dato che a ben vedere, pur con una legge elettorale non per nulla definita una ‘porcata’, fatta dal solito renziano (Rosatellum la chiamano), funzionerebbe, ma oggi come oggi, a legge elettorale invariata, sarà vittoria sicura per ladestra‘, tanto che gli ex di sinistra residenti oggi in un luogo inesistente, il centro, pencolano senza esitazioni per una alleanza con la destra, esattamente con quella destra di cui parlavo sopra. Per quel che vale, io non sono convinto che la destra vincerà in qualsiasi condizione si presenti, ma con l’aiuto dei ‘centristi’ sì che vincerà!

È più che evidente che una riforma della legge elettorale sarebbe stata urgente, ora andremo al voto con questa. E, a carte invariate, anche al PD conviene, perché Enrico Letta avrà la certezza di scegliere persone di suo gradimento, fossero pur perdenti.

Perché? Ma perché, questo è il punto come ho scritto più volte: ilpersonale politico disponibile su piazza è pessimo e può solo peggiorare, ma ha il vantaggio, per i capibastone dei partiti e in particolare del PD, di fare scelte sicure di persone sicure per i capibastone stessi.
Del resto, immaginare che qualcuno abbia voglia di mettersi a fare politica, salvo che non sia un disperato o quasi, è fantasia pura.
Questa, dunque, è la situazione nella quale ci troviamo: il discorso di Feltri citato sopra, sta in piedi solo se si completa in questo modo.

 

Da ciò, una volta di più lanciata dal solito Renzi, la ridicola storia della raccolta di ‘like’ a Draghi, le lettere dei sindaci, eccetera. Fatta eccezione, se non sbaglio, per i sindacati, specie per quello di Maurizio Landini, dato che (sì, lo so, sono molto malpensante), certi come sono i sindacati della vittoria della destra, stanno preparando le armi per una lotta contro i nuovi governanti, al punto di rinunciare a trattare seriamente sulle offerte ottime ricevute nelle settimane scorse da Mario Draghi e Andrea Orlando. Potrebbero avere di più da una destra che vinca e abbia il problema, all’inizio, di fingere di essere liberale.

In questa situazione, Draghi avrebbe dovuto decidere di restare al Governo, questo gli veniva chiesto.
Ora, proviamo a metterci nei panni di Draghi, persona seria e nota in tutto il mondo per essere tale e che, secondo me, aveva capito benissimo fin da subito che questa crisi era stata preparata e studiata a tavolino, probabilmente proprio dagli stellini, terrorizzati di perdere qualunque peso alle prossime elezioni, Giggino in testa.

Già, perché Giggino, ci pensa, ci pensa e che fa? spacca il partito allo scopo di cercare di salvare sé stesso, e forse un paio di suoi colleghi, spacca il partito sapendo benissimo che ciò metterà Conte e Grillo alla frusta.
E Conte, infatti, ci casca. Non solo. Grillo (chi sa se non ‘suggerito’ da Giggino) organizza il colpo perfetto, quello del quale non troverai mai il vero colpevole. Piomba a Roma dopo la scissione asupportareConte e intanto scatena Domenico De Masi a dire che Draghi ha chiesto a Grillo di cacciare Conte.
La cosa ovviamente non può essere vera, perché una persona seria come Draghi non si mette a implorare un guitto da baraccone per fregare Conte, che, indubbiamente, continua a ‘soffrire’ il Governo Draghi, perché si sente scalzato da quest’ultimo. E però, la pochette ambulante coglie al balzo l’occasione, per fare la scena di gelosia e iniziare quella ridicola serie di riunioni fiume, tese solo ad arrivare alla non fiducia, e costringere Draghi (persona seria) a dimettersi. E poi metterlo nella condizione odiosa che o mantiene le dimissioni (venendo poi accusato di irresponsabilità), oppure deve accettare un Governo senza Conte, cioè il contrario di quello che ha detto più volte. In entrambi i casi, fa una figuraccia e dunque,e il cerchio si chiude: comunque vadano le cose, Draghi si potrà scordare la Presidenza della Repubblica, facendo la gioia, di Grillo, di Berlusconi e di qualche altro politicante.

E Letta? Letta mentre tutto questo si consumava restava a insistere su una cosa impossibile e irreale: ilcampo largo‘ che non significava già più nulla ormai. Come si fa a sostenere una alleanza di ferro con … Conte? Alla fine, anche l’Enrico nazionale se ne accorge e molla la presa. Allearsi con uno come Conte equivale a perdere le elezioni con certezza matematica.
C’è chi gongola, però. Renzi, Calenda, e qualche altro, si sono liberati in un sol colpo di Draghi e degli stellini, e dunque, il 25 settembre, chi vivrà vedrà.
È troppo arzigogolata, dite? In questo Paese ne abbiamo viste anche di peggio.

Intanto i 3 dell’Ave Maria, ieri sera, dopo la sceneggiata del caso, hanno trovato l”intesa’, dicono le cronache, su premier e collegi uninominali, e ora ci proporranno un «programma condiviso e innovativo». Letta no, lui è ancora in alto mare, il ‘non-campo-largo’ ancora deve capire che sarà da grande. Diamogli tempo.