Elezioni 2022: fateci vedere il futuro, che sarà di noi tra qualche anno Seconda settimana di urla, strilli, volgarità varie, promesse assurde, improbabili e incredibili, fatte solo per ingannare l’elettore. Mentre questo sarebbe il momento di 'vedere' il futuro, di collocare il nostro Paese nella difficilissima situazione geopolitica dei prossimi anni e decenni, quando cambierà la gran parte delle cose alle quali siamo abituati, la gran parte dei punti di riferimento, la gran parte delle alleanze

Elezioni 2022: fateci vedere il futuro, che sarà di noi tra qualche anno
Elezioni 2022: fateci vedere il futuro, che sarà di noi tra qualche anno

Sulla vicenda delle elezioni 2022, alla fine della seconda settimana di urla, strilli e volgarità varie, ma specialmente di promesse assurde, improbabili e incredibili, e quindi in gran parte fatte solo per ingannare l’elettore, mi colpisce un giornalista che scrive (credo, cioè temo, seriamente) «Se il segretario Pd avesse letto il libro-manifesto del leader di Azione avrebbe capito in anticipo come andava a finire», dove, al di là della parola ‘leader’ che fa ridere, ciò che colpisce, o almeno colpisce me, è che ci sia qualcuno che pensa davvero che una persona normale, di sentimenti pacatamente umani, di cultura media benché non infima, che una persona così, dico, legga i ‘libri’ dei nostri politicanti! E di Carlo Calenda in particolare. Anche Giggino, se non ricordo male, ha scritto un libro: leggetelo e non raccontatemelo.
Ma scusate, vi sembra una cosa possibile? È vero che Enrico Letta non è una persona comune, ma è un politicante, e quindi è legittimo aspettarsi che legga i ‘libri’ dei suoi colleghi politicanti, fa parte del suo ‘lavoro’, ma contare che non solo li legga, ma arrivi al punto di capirne il contenuto psicologico, per non parlare di quello filosofico, e dedurne pertanto convinzioni sul comportamento del politicante de quo, mi sembra troppo pretendere. Anche perché presuppone l’impossibile di cui parlavo prima: che un politicante come Calenda scriva cose leggibili e, specialmente, dotate di senso, sia pure solo politico, e addirittura che mantenga la parola data. D’altra parte, diciamo la verità: lui, Letta, presume di essere pure uno scienziato della politica o della geopolitica, non ricordo bene, leggere i libri di Calenda ‘gli tocca’.

 

Dire, come fa Marco Damilano, che a Letta toccava di creare un accrocco che mettesse insieme, con loro soddisfazione, tutte quelle teste, che Letta voleva mettere insieme, compresa la sua, francamente è troppo anche per un politicante democristiano come Letta. Ciò posto, non invidio Letta che, oltre tutto, dovrà garantire l’elezione a Luigi Di Maio: cosa in sé disdicevole, ma, nella specie, anche pericolosa perché un elettore di normale intendimento, non potrà non reagire disgustato alla proposta.
Insomma, anche ammesso che Calenda non se ne fosse andato con Matteo Renzi (come era perfettamente prevedibile fin dal primo minuto secondo, specialmente a chi non avesse letto il libro) votare Di Maio per una persona di normali sentimenti era ed è impossibile. Misuri, dunque, Letta i suoi passi, prima di candidare il predetto, o almeno scelga il posto più defilato che sia possibile: la sua sola presenza implica la perdita di voti. Quanto a quest’altra novità ‘il diritto di tribuna’, non dello stadio spero, mi pare una sciocchezza pura e semplice. Stiamo parlando di Di Maio magari con l’aggiunta di Federico D’Incà, non di Kant! Anche se ha un che di razzista il giudizio del sempre interessante Makkox che parla di ‘furbizia napoletana’ (no Makkox, questo non è da te!) poi, però, rileva il vero, e cioè che Di Maio è «antipatico, è finto e bugiardo, si vede da lontano: non ha nulla di naturale» e questa, invece, è la pura verità: cinico opportunista anche se, certo, delle guerre puniche nulla sa.

 

Resta, però, il fatto che, per una volta che il PD avrebbe potuto fare una campagna elettorale combattiva, impegnata e tutta sui programmi, ha trovato egualmente il modo permandarla in vacca‘, per cui da oggi in poi qualunque intervento di Letta e di qualunque altro membro del PD, sarà sempre e solo un’affannosa ‘difesa’ della rottura con Calenda, dell’unione con un altro, ecc…. E quindi di cose politiche vere non si parlerà, anche se il PD facesse il più bel programma del mondo, cosa a dir poco improbabile visti i precedenti! Ed è, pensateci, un peccato, di qualunque parte sia chi mi legge. Mai come oggi il PD, dove di fatto o di diritto ‘militano’ teste notevoli, seppure ben defilate, perché il PD resta l’unica forza politica che ha un minimo di senso, per cui potrebbe combattere davvero fino all’ultimo respiro proponendo idee, progetti, visioni: una sorte di ultimo samurai politico, per poi subire la fiamma fascista, ahooo!

Voglio dire, insomma, che proprio l’assenza di Calenda e la, per ora, lontananza di Conte (dio ci scampi!), il cui scilinguagnolo metterebbe in crisi anche Hegel, potrebbe essere la grande e ultima occasione storica, di elaborare (ahi, difficile … ) e portare avanti a squarciagola un programma vero, pensato, concreto e teorico e progressista: colto.
Nel PD se ne parla da tempo. Le ‘teste’, almeno in teoria, non mancherebbero, che so il solito Gianni Cuperlo, Fabrizio Barca, magari, però, lasciando tranquilli a casa la signora Monica Cirinnà, tutta presa dal recupero dei suoi 24.000 euro, e anche, per favore, Goffredo Bettini, che con il suo solito modo di fare modesto, dice a proposito di Calenda: «Abbiamo fatto bene a provarci. Ma ho avvertito il mio partito che il percorso con lui sarebbe stato rischioso e difficile», e poi aggiunge, sofferente: «Mi sono speso fino all’ultimo per salvare la prospettiva unitaria con Conte». Bene ora speriamo che si riposi!

Provarci potrebbe essere l’occasione buona, specialmente se, come dicono vari sondaggisti, è sicuro che vincerà la destra. Quando si combatte con le spalle al muro, i coraggiosi, i seri danno il meglio di sé, e magari possono oscurare i Letta, gli Orsini, i Serracchiani, i Franceschini ecc., ecc. a vantaggio di gente che pensa e prepara il futuro dopo l’oscurantismo della destra al potere. Quanto alla solita polemicuccia da cortile, francamente trovo ridicolo cogliere l’occasione delle elezioni per indurre le signore Franceschini e Fratoianni a sentirsi discriminate perché non indicate come ‘politiche’, ma come ‘mogli di …’: su, un po’ di serietà e magari ironia al posto della seriosità polemica non guasterebbe … se ne foste capaci!

 

Certo, al solito, non è mancato e non mancherà il tentativo di rivoltare le carte colpendo il PD da parte del solito Renzi, che ha già messo in moto il suo tuttofare Stefano Bonaccini, che, in piena campagna elettorale, attacca alle spalle Letta, perché porterebbe il PD troppo a sinistra, cioè starebbe facendo il suo dovere. In altri tempi, neanche molto lontani, una cosa del genere avrebbe provocato a dir poco un provvedimento disciplinare se non l’espulsione dal partito.

Sarebbe quindi l’ora, per dirla con Damilano, di fare sì che «La lista dei Democratici e Progressisti rappresenterà davvero l’insieme delle battaglie sociali e civili che alcuni pezzi del Paese hanno combattuto in questi anni sul lavoro, l’insegnamento, l’accoglienza dei migranti. E i territori, su cui si svolge il combattimento quotidiano per evitare che prevalgano le spinte di disunità e di disgregazione». Ecco, sarebbe l’occasione buona.
Improbabile.

 

Leggo, però, in questo triste fine-settimana pre-elezioni anche altre cose, come quella, ripetuta su vari giornali, secondo cui ilpresidenzialismo‘, fortemente voluto dalla destra, ‘non fa necessariamente rima con fascismo‘. Affermazione tanto vera da essere distorcente al massimo. Perché in Italia, il presidenzialismo (se si fa eccezione per le confuse spinte in tal senso di Sergio Mattarella con la collaborazione di Mario Draghi, specie all’epoca della seconda elezione) purtroppo FA rima col fascismo, anche se negli altri Paesi in cui si pratica, il fascismo non c’entra nulla. Invero, fa anche rima con i pasticci, se ricordate le strampalate ‘idee’ di Giancarlo Giorgetti sul presidenzialismo di fatto!

Come si fa, infatti, a sottrarsi alla constatazione fattuale secondo cui quella forma di Governo è stata pretesa sempre, in Italia, da fascisti o aspiranti tali, ed ha motivazioni e contenuti sempre invariabilmente di riduzione dei margini della democrazia? Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Matteo Renzi ne sono i portabandiera. Si accompagnano sempre, quelle proposte, all’indicazione della necessità, tramite il presidenzialismo, di superare le lentezze dei Parlamenti -magari visti come luoghi di spreco del pubblico danaro, ad esempio da quel Giggino che straccia finti assegni in piazza-, oppure gli intralci delle burocrazie, o la (necessaria, in democrazia) lentezza delle decisioni da assumere, se e quando comprese e condivise dalla maggioranza.

Questo è il punto, non per caso espresso dalla destra, in particolare da Meloni e non solo. Tanto più che mi ha molto divertito il caso, forse casuale ma chissà!, per cui in un paio di foto sui giornali viene mostrata con il dito teso mentre afferma che il presidenzialismo è la soluzione. Confesso che ogni volta cerco di guardare bene se si tratti del medio!

Ecco, però: il timore, non infondato, è questo, diciamocelo chiaro. Aumentato fino al terrore, quando la stessa Meloni, ogni giorno più oltranzista nella rincorsa quotidiana di Salvini, parla di flat tax, pensioni, taglio dell’IVA, e poi, nella frenesia dell’inseguimento, condono fiscale, abbassamento delle tasse al 23%, dice Berlusconi, no, al 13%, replica Salvini, e Meloni annuisce, per forse proporre domani il 9%! Una rincorsa che ci mette su una linea di collisione programmatica con l’Europa (che, del resto, a Meloni non è mai piaciuta), e in particolare con la BCE.
Anche qui colpisce che, come sempre in questo Paese, il senso di responsabilità sia assente: solo fare certe affermazioni determina conseguenze gravi sui mercati, ma specialmente la cosa più grave di tutte: l’inaffidabilità. Finché il cosiddetto front runner della destra era Salvini, ormai in Europa ci si erano abituati e non lo prendevano più molto sul serio, ma ora, con l’aggiunta di Meloni e con la possibilità che vincano le elezioni davvero, in Europa si comincia a tremare. Tanto più che questi politicanti semifascisti, non hanno la minima idea di ciò che è in progetto in Europa (ne ho parlato l’altro giorno) ad opera di Francia, Germania, Italia e Spagna. Questa destra ottusa e oscurantista sarà ovviamente contraria a quel progetto, che sarebbe la soluzione politica più innovativa in questo momento di stracciamento delsistemauniversale delle alleanze fin qui esistito. E, vedrete, la prima cosa che cercheranno di fare sarà stracciare il Trattato del Quirinale.
Anche perché è del tutto vero ciò che dice parte della stampa a proposito di Draghi. Ciò che conta e ha contato in Draghi, oltre la straordinaria competenza, sono state la credibilità e l’affidabilità, ma specialmente l’autorevolezza.
Questa è la realtà e non si può nasconderla dietro un dito, sia pure della Meloni. Se oggi Draghi dicesse le stesse cose, parola per parola, che dicono Salvini e Meloni (per carità di patria sorvolo sulle dentiere di Berlusconi) in Europa tutti sorriderebbero benevolmente, ma solo un decimo detto da quei tre, fa gelare le vene in Europa, e gelerà certamente le banche, quella centrale inclusa.

Anche perché, magari non me ne sono accorto io, ma a me sembra che, sia pure con toni più edulcorati, né Meloni né Salvini hanno smesso di parlare o di borbottare contro l’Europa: l’Europa cattiva che ci impone cose strane e ci priva della libertà di indebitarci, per non parlare delle vongole. Si sente addirittura parlare di modificare o semplicemente cancellare gli articoli 11 e 117 della Costituzione italiana, che vorrebbe dire il distacco definitivo dall’Europa, senza che nemmeno sia necessario uscirne formalmente.

Di nuovo: Draghi ha appena finito di somministrarci un decreto di 17 miliardi, dopo un altro di circa 30 se non sbaglio, e in Europa perfino Christine Lagarde (che lo odia, ma ne ha visibilmente paura) non ha detto una parola. Immaginate cosa accadrebbe con Meloni a Palazzo Chigi, Salvini all’Interno e, che so, Tremonti (aiutato da Borghi) alle finanze! Perché, parliamoci chiaro, nella sostanza questo è ciò che ci prepara la destra se vincerà. E, temo, ci accorgeremo subito che alla prima tracimazione dal bilancio, da Bruxelles arriveranno colpi da orbi.

 

Una destra per di più che, dopo avere criticato la sinistra che lo accennava, è diventata l’arena in cui competono in prima persona vari personaggi, con varie aspirazioni personali sui posti futuri, Meloni in testa: ‘sarò io la Presidente del Consiglio’, mentre Salvini si comporta da Ministro dell’Interno, eccetera. Ma già la grossolanità di alcuni dei suoi aspiranti ministri colpisce. Ad esempio il prof. Matteo Bassetti, che dice di avere molti rapporti con i politici, cosa resa necessaria ‘in questi tempi’ … e perché? E poi, aggiunge elegantemente che lui è un liberale e sta pensando di candidarsi o con Meloni o con Berlusconi per fare il Ministro della Salute, visto che il lavoro di Speranza è «un disastro»: fine, elegante, rispettoso, equilibrato …

 

Ma poi, solo per caso, mi capita di vedere e sentire il messaggio della signora Meloni all’urbe e all’orbe, in tre lingue, per dire che loro non faranno strafasci (e vorrei vedere che dicessero il contrario) e che sono persone tranquillissime male illuminate dalla consorteria (al solito) della stampa europea di sinistra. Dove la signora, certo me lo perdonerà se lo dico, la signora Meloni, tutta elegantina e ben pettinata (la ricordate da Vox?), non si rende nemmeno conto di quanto abissale provincialismo vi sia in una cosa del genere: fare vedere (ci dobbiamo credere?) che ‘sa’ le lingue a noi e all’estero. Non credo che questa sciocchezza possa avere effetti di sorta, ma certo, dopo una cosa così, io una così non la voterei manco con un fucile puntato alla schiena!

E infatti anche questo non si può negare oggi a proposito della campagna elettorale in corso. A destra è tutto una lotta tra nomi, che si autopropongono, che si assegnano posti nel futuro governo ecc…. e che sentono il bisogno di cominciare i lorodiscorsi‘, spiegando che sono dei grandi democratici, dimostrando così che non lo sono.

A sinistra è tutta una girandola di alleanze, strette e rotte nello spazio di un mattino tra personaggi pieni di sé e solo di sé, che si sentono il sale della terra, che litigano per un niente e si chiamano l’un l’altro ‘leader’! e suppongono tutti, senza eccezioni, compreso il labile Letta, di avare nelle mani la ricetta per salvare l’Italia, che dico, il mondo!

Tanto per non essere squilibrato nel racconto, non meno deprimente è il duetto Letta-Bonino, con lui che dice -emozionato, dice la stampa, bah!-: «Per me essere accanto a Emma Bonino è veramente un privilegio» e lei che sottolinea «Non è che mi sta chiedendo di sposarlo eh, sia chiaro», che ironia, che eleganza, che originalità. E ciò poco dopo avere annunciato la candidatura di Carlo Cottarelli, persona certamente seria, ma un po’, come dire, onnipresente. Mentre, tanto per completare il quadro, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli annunciano la candidatura di Ilaria Cucchi, certamente interessante, ma perché, per cosa, quali competenze ha? Almeno, candidano anche uno che si è speso per difendere i migranti maltrattati sul lavoro come Aboubakar Soumahoro, ma, anche qui, la competenza, la conoscenza delle problematiche? I simboli servono per guardarli, ma non parlano.
Ma certo, è tutto normale, ora vedremo affollarsi ipersonaggi notia fare la fila per farsi candidare da questo e da quello: la politica della apparenza, mai dei programmi.

 

Sarebbe bello, invece, vedere uno di questi politicanti, più o meno avventizi, e i loro ‘capi’, riuscire a parlare di programmi, di cose da fare, ma specialmente di progetti coerenti, che ci facciano vedere che sarà di noi tra qualche anno.
Perché, va detto anche questo molto chiaro, questo non è il momento di fare la piccola, pur necessaria, politica delle cose concrete, delle soluzioni del momento. Questo è il momento di vedere il futuro, di collocare la nostra politica, e quindi il nostro Paese, nella difficilissima situazione geopolitica dei prossimi anni e decenni, quando cambierà la gran parte delle cose alle quali siamo abituati, la gran parte dei punti di riferimento, la gran parte delle alleanze. Alla fine di quella che io, come altri, ho chiamato la terza guerra mondiale, che vedrà certamente la sconfitta degli USA, tutto cambierà e bisogna prepararsi, avere vie di uscita, avere indirizzi, rotte da seguire, quand’anche la vincessero gli USA!

Il futuro, non solo dell’Italia, è complesso e oscuro, e richiede capacità di prospettiva, visione del futuro, che significa competenza, cultura, coraggio, dignità.
Sarò un malpensante, ma di roba del genere in giro non se ne vede.