martedì, Ottobre 26

Elezioni 2021: le poste in palio del turno elettorale Che risposte configurano le urne, oltre a restituire a 1342 comuni italiani sindaci validi o inadeguati? C’è una questione (che in apparenza non si pone) di influenza tra risultati e tenuta del governo?

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Elezioni 2021. Il turno elettorale del 3 e 4 ottobre -che chiude le urne a metà giornata- fatica molto ad essere etichettato come sempliceturno amministrativo‘.
Perché stando agli aspetti locali esso comprende il governo delle maggiori città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino). Cioè la dimensione in cui i sindaci pesano sugli indirizzi delle proprie comunità ciascuno non meno di un ministro della Repubblica. A cui si aggiungono nella dorsale ovest Savona, Varese, Novara, Grosseto, Caserta, Benevento, Salerno; e nella dorsale est Trieste, Pordenone, Ravenna, Rimini, Isernia. Più altri 1.326 comuni non capoluogo distribuiti in tutto il territorio nazionale.
Inoltre, il test comprende il voto regionale della Calabria, territorio al limite dei confini tra ‘controllo e non controllo pubblico’ del territorio stesso.
E ancora il turno comprende due suppletive che daranno risposte circa due nodi. La tenuta del leader del PD (Enrico Letta corre a Siena per un argomento che viene descritto in modo un po’ ottocentesco, controllare meglio ‘stando lì’ i suoi parlamentari nel corso delle prossime presidenziali). E la tenuta dell’appoggio organico di M5S al candidato del PD Andrea Casu a Primavalle per contrastare spinte imprevedibili del voto con le candidature dell’ex-magistrato radiato Luca Palamara, dell’ex ministra Elisabetta Trenta (ora Italia dei Valori) e del candidato ufficiale del centro-destra (Pasquale Calzetta, Forza Italia).
Fa cornice poi un tema disvelante, essendo queste elezioni le uniche che avvengono in Italia nel biennio della pandemia divampata a fine febbraio 2020 e ancora non domata, che ha gradatamente trasformato l’emergenza sanitaria anche in emergenza economica e in emergenza politica. Mescolando i problemi, ma anche mantenendo naturale conflittualità circa le soluzioni.
Questo commento si propone due tempi. Ora le poste in gioco, domani le risposte di un elettorato che viene considerato più misterioso di altre volte.
Le indicazioni di domani sera avranno ancora dati probabilmente provvisori o comunque tendenziali. Ma è appunto di tendenzialità che ci si si vuole occupare per il carattere di test accennato.

 

I DUELLI SOTTESI
Tre sono i grandi duelli sottesi tra questo appuntamento elettorale e la composizione bicamerale allargata ai rappresentanti regionali che, tra quattro mesi, eleggerà il nuovo Capo dello Stato.
Il primo duello è di sistema. L’Italia opta (tendenzialmente) verso il bipolarismo, in cui i partiti perno parevano essere il PD nel centro sinistra e la Lega nel centrodestra, obbligando gli altri, anche quelli riluttanti, a fare scelte più o meno digeribili di alleanze; oppure prende corpo -tra sgretolamenti di alcuni fronti e consolidamenti di aree intermedie- un profilo tripolare della politica italiana che potrebbe assumere carattere strutturale per le elezioni del 2023?
Il secondo duello è di leadership. Ballano tutti i capi dei partiti contendibili. Enrico Letta potrà rafforzarsi dal probabile successo del PD nelle maggiori città, ma deve spuntarla anche di persona per mantenere il controllo; Giuseppe Conte deve mostrare, proprio nelle amministrative (che non sono il campo di gioco migliore dei 5 Stelle) che la prevedibile sconfitta di Roma presenta adeguate contropartite; Matteo Salvini -che accumula contraccolpi reputazionali- dovrà spiegare sull’onda dei risultati se e come mantiene il traino sostanziale del centrodestra; Giorgia Meloni, se i suoi candidati (direttamente scelti) reggeranno, terrà alta l’asticella della coalizione, ma se si scioglieranno come neve al sole anche la sua reputazione di alternativa al governo sarà intaccata; Silvio Berlusconi avrà tirato la corda all’inverosimile circa l’ambiguità strategica e sarà nelle condizioni di gestire davvero la sua legacy o di vedere sbranate le sue fila sia da destra che da sinistra; quanto all’area liberaldemocratica la consistenza del risultato di Carlo Calenda (che potrebbe fargli aumentare di quattro o cinque volte la stima del consenso nazionale finora contenuto entro il 3,5%) potrebbe (o non potrebbe) segnare una nuova condizione per mettere i piccoli soggetti da lui coalizzati a Roma ma poco propensi a patti nazionali (Italia Viva, Più Europa, Base Italia) in propensione federativa. Insomma elezioni ‘amministrative’ sì, ma in cui i leader non escono con lo stesso ‘valore in borsa’ di prima.
Il terzo duello è sociale e riguarda il rapporto fiduciario degli italiani con la politica e il sistema dei partiti. Qui il dato della partecipazione al voto assume un senso correlato al persistere di sfiducia in tutte le rilevazioni demoscopiche con l’aggiunta di un certo successo finora del ‘governo di emergenza’ che, malgrado la prudenza tattica di Mario Draghi, vede i tecnici rappresentati come più capaci di garantire soluzioni rispetto alla modesta qualità governante dei rappresentanti dei partiti. E’ il primo test in tempo di multiple crisi che potrebbe dare indicazioni evolutive di un tema di fondo (la qualità della democrazia italiana) rispetto a cui anche gli esperti si dividono tra chi annette preoccupata importanza alla cosa e chi dice invece che la democrazia italiana (perché tenuta insieme dal cordone europeo) è fuori discussione.

A margine di questi aspetti, ce ne è uno che è ‘di scuola’ quando si parla di turno amministrativo. Come i risultati influenzano il quadro di governo?
Di solito la risposta (anch’essa da manuale) è: le amministrative non regolano l’aritmetica parlamentare e dunque non toccano (in democrazia parlamentare) equilibri connessi al voto dei provvedimenti e al carattere tonico ovvero sciupato della maggioranza.
E’ fin troppo ovvio che la situazione attuale rende questa risposta da una parte scontata, anche perché tolto il partito Fratelli d’Italia, insieme alla frangia comunista a sinistra, tutti gli altri sono ‘in maggioranza’.
Ma il rapporto tra Mario Draghi e la politica italiana è più aperto e complesso di questa ovvietà.
E contiene il passaggio -che il voto di oggi potrebbe ridurre o accelerare- di un clima che può segnalarsi come stabile ma anche di un clima in cui il periodo degli applausi potrebbe diventare meno rituale. Segnando -accanto a provvedimenti che presuppongono forti lotte di interesse- brezze, venti e qualche monsone.

Ho fin qui cercato di mettere in chiaro -più che il peso di percentuali e poltrone- la posta che le urne d’autunno stanno profilando, al di là del fatto più significativo che gli elettori probabilmente vedono più chiaro nell’occasione. Se cioè il sindaco che alla fine governerà la loro città e la loro comunità è buono o cattivo, ovvero idoneo a capire i problemi e a promuovere gli adeguamenti.
Domani mattina proveremo a vedere come i dati che stanno maturando chiudono o tengono ancora aperti gli interrogativi accennati.

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Sull'autore

Stefano Rolando, 1948, laureato a Milano in Scienze Politiche, è docente, manager, comunicatore. Dopo esperienze di management in aziende (Rai e Olivetti) e istituzioni (Presidenza Consiglio dei Ministri e Consiglio Regionale della Lombardia), è stato dal 2001 al 2018 professore di ruolo (Economia e gestione delle imprese) alla facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università IULM di Milano, dove continua gli insegnamenti in materia di comunicazione pubblica e politica e l'attività di ricerca applicata Dal 2005 al 2010 è stato segretario generale della Fondazione di ricerca dell'ateneo. È stato anche segretario generale della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali italiane e rappresentante italiano nel comitato scientifico Unesco-Bresce. Dal 2008 è presidente (Melfi-Roma) della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (www.fondazionefsnitti.it). Dal 2021 è anche presidente (Milano) della Fondazione “Paolo Grassi – La voce della cultura” (www.fondazionepaolograssimilano.org/). Attività e pubblicazioni www.stefanorolando.it

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