domenica, Aprile 18

Elena e Gabriele Elena B.B., la donna che per prima scoprì il seno - Capitolo 8

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Passarono gli anni, i mesi, i giorni, ed a contarli anche i minuti, e fu la Guerra, l’Inutile strage come la definì il successore di Pio X, Benedetto XV, inutilmente cercando di fermarla. Del povero marito d’Elena, Arduino Bugli Conte di San Giorgio, si erano perse le tracce, forse disperso durante la battaglia dell’altipiano della Bainsizza, o forse aveva semplicemente approfittato dell’occasione per fuggire il più lontano possibile provando a dimenticare Elena, l’indimenticabile.

Lei viveva ritirata, vedendo i barbari passare su quell’Epoca bella e felice, componendo acrostici indolenti. Ed, assiduamente, il suo Diario, iniziato il giorno immediatamente successivo all’Evento della spiaggia di Cervia. Ma ora la Guerra era finita e si ricominciava a vivere, così la ‘Domenica del Corriere’ ricordò la sua storia dedicandole una copertina di Achille Beltrame. Ed anche l’Epoca nuova di Elena fu così informata. E proprio nel senso di dare forma, ché di sé ricominciò ad influenzare, modificandola, la società. I Salotti romani, centri di cultura e politica, così come le consorterie milanesi, la pretendevano. E a Roma scese, prendendo un quartierino, e frequentando le più vivaci e libere menti, uomini e donne di cui divenne ben presto musa ispiratrice e motore propulsivo.

Di quegli ambienti era protagonista indiscusso, in presenza ed assenza, uno sgomitante giornalista abruzzese Gabriele Rapagnetta. Il padre, Francesco Paolo, si era arricchito e ‘nobilitato’ facendosi adottare dallo zio Antonio D’Annunzio, che oltre ai soldi portava in dote pure quel cognome che cancellava l’impresentabile ‘Rapagnetta’, e che il ragazzo, come il padre un po’ mitomane (poi incontenibilmente), volle da subito ulteriormente nobilitare, prima firmandosi Gabriele d’Annunzio con minuscola araldica, poi ottenendo, ma solo nel millenovecentoventiquattro, il titolo di Principe di Montenevoso. I suoi libri, le sue invenzioni, le sue imprese belliche ne avevano fatto un mito, ed i due nomi, quello d’Elena e quello di Gabriele, venivano costantemente collegati, protagonisti ed emblemi di un’Italia che risorgeva dalle macerie del conflitto. Tanto che si dava per scontato che si conoscessero e frequentassero. E, considerando le abitudini del Vate, si amassero carnalmente. In realtà i due continuamente si sfiorarono, e per quei casi della vita che tutto sono meno che caso, mai s’incontrarono in quei mesi del millenovecentodiciotto e sin quasi alla fine del millenovecentodiciannove. Si guatarono a distanza, si diedero generici appuntamenti per l’una o l’altra occasione, si scrissero anche qualche breve missiva, ma di persona mai.

La Guerra, la Grande Guerra, era terminata, ma non per tutti. Così il dodici Settembre millenovecentodiciannove, D’Annunzio, il Comandante, alla guida di una masnada brancaleonesca, occupò la città istriana di Fiume per ribaltare il senso della ‘Vittoria dimezzata’. E da lì lanciava i suoi proclami all’Italia e al mondo. Un proclama, privato, lo lanciò pure verso Elena, invitandola a raggiungerlo ed essere la Regina di quel Regno repubblicano. Ma quando lei giunse in quello che doveva essere l’avamposto di una nuova Società, e di un Uomo nuovo, subito si accorse che il clima era malsano, percorso da ragazze dai non irreprensibili costumi, cioè, a dirla tutta, vagonate di ‘ragazze facili’, diciamo così, cui si sarebbe ispirato poi Gabriele Garcia Marquez per il suo celebre assolo di ‘Cent’anni di solitudine’: “E in un mercoledì carico di gloria fecero venire un treno carico di puttane inverosimili, femmine babiloniche addestrate a trucchi immemorabili, e provviste di ogni sorta  di unguenti e dispositivi per stimolare gli inermi, aizzare i timidi, saziare i voraci, esaltare i modesti, temperare i multipli e correggere i solitari”. E poi efebi italiani e d’ogni parte dei Balcani e del mondo rallegravano i Legionari, che, come in tutti gli ambienti concentrazionari maschili, esaltavano la donna, anche se in toni e modi non esattamente signorili, e praticavano d’uomo. O, in caso di necessità, pure peggio.

D’Annunzio, o d’Annunzio, cercava di tenere a freno quelle pulsioni, anche se lui pure, riservatamente, ma di una riservatezza che via via veniva meno, non disdegnava pratiche omosessuali, ma pur sempre con una certa eleganza. Elena arrivò proprio mentre il Comandante stava tenendo a rapporto la  Terza Schiera, affrontando il ‘caso la mula’. Era cominciata a correre voce, progressivamente fattasi più insistente e cresciuta come un gigantesco bubbone, che quelli della Terza, in gran parte formata da eroici alpini che avevano impavidamente fronteggiato il nemico sul Carso, avevano preso anche l’abitudine di ‘intrattenersi’ con la mula. “Chi di voi ha sodomizzato la mula faccia un passo avanti”, tuonò. Al Comandante non si poteva neanche immaginare di mentire, così tutti i colpevoli fecero quel passo avanti. Ed erano tutti, proprio tutti e ventotto i presenti, tranne uno che se ne stette fermo al proprio posto. “Bravo, vai premiato. Vieni qui, e dimmi come ti chiami”, “Alberto La Mula, ostrega”.

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