martedì, Maggio 11

Egitto sull'orlo del collasso energetico field_506ffbaa4a8d4

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L’impresa britannica British Petroleum (BP) investirà più di 12 miliardi di dollari nella produzione di gas naturale in Egitto. Un regalo di Natale per Il Cairo, che da alcuni anni sta affrontando una delle crisi energetiche più dure della sua storia recente. Come spiega il ‘Country Manager’ di BP Egitto, Hesham Mekawi, l’impresa intende raddoppiare le forniture di gas naturale sul mercato locale nei prossimi dieci anni. Qualora il progetto si realizzasse, i contabili del Governo egiziano potrebbero tirare un sospiro di sollievo.

Il Paese africano, infatti, sembra essere entrato negli ultimi anni in una sorta di buco nero energetico, dopo esservi stato spinto dall’aumento del consumo interno di energia e dal calo della produzione. Con conseguente, costosissimo, aumento delle importazioni, in un Paese che dal 2011 a oggi ha visto due rovesciamenti di Governo e tumulti che ancora non sembrano finire. Di conseguenza, il debito accumulato con le imprese di petrolio e gas straniere è cresciuto costantemente, trasformandosi così in una ulteriore ‘spada di Damocle’ sul bilancio del Paese.

Calo della produzione, aumento dei consumi, aumento del debito: come sono nati questi tre aspetti, tra loro collegati, della crisi del Paese? I dati della Energy Information Administration (EIA) statunitense mostrano che il consumo totale di petrolio è cresciuto in Egitto a una media annuale del 3% negli ultimi dieci anni – circa 770.000 barili al giorno nel 2013 – superando i tassi di produzione fin dal 2010.

Sebbene l’Egitto possieda le maggiori infrastrutture di raffinazione di petrolio in Africa, queste stanno operando ben al di sotto delle loro potenzialità. Il prodotto delle raffinerie è crollato infatti del 28% tra il 2009 e il 2013. Come risultato, l’Egitto deve importare i prodotti petroliferi per soddisfare la propria domanda interna.

Un discorso analogo vale per la produzione di gas naturale, diminuita di una media annua del 3% tra il 2009 e il 2013. Le recenti scoperte di giacimenti di gas nel Mar Mediterraneo e in altre aree del Paese non hanno portato allo sviluppo di nuovi siti produttivi: il prezzo che il Governo intende pagare alle imprese straniere per lo sviluppo è troppo basso, rendendo gli investimenti commercialmente sconvenienti. Le esportazioni egiziane di gas naturale hanno risentito fin dal 2009 delle conseguenze dell’aumento del consumo interno e del calo della produzione, dal momento che il Governo egiziano ha sviato sul mercato locale parte delle forniture di gas naturale destinato all’esportazione.

Una manovra che certamente ha urtato i piani delle compagnie straniere. E che è stata seguita, qualche mese più tardi, dai tumulti del 2011 e degli anni seguenti, dal dissesto finanziario e dall’accumulo di un debito che Il Cairo ora si trova a dover saldare. Un situazione che, finora, non sembra migliorare. Nel settembre del 2014 le esportazioni di gas naturale egiziano sarebbero calate dell’ 81,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, come riporta il quotidiano egiziano ‘Ahram Online’. Il valore delle esportazioni avrebbe raggiunto 18,1 milioni di dollari, contro i 97,1 milioni di dollari del settembre 2013.

Il Ministro del petrolio egiziano, Sherif Ismail, spiegava a metà novembre scorso come tra il 2010 e il 2013 non siano state assegnate nuove concessioni per l’esplorazione, e come l’area esplorata si ridotta a soli 27 blocchi nel 2013, contro i 53 del 2010. E proprio le attività esplorative, spiega la rivista di settore ‘Natural Gas Asia’, sembrano essersi considerevolmente rallentate a causa del debito crescente nei confronti delle imprese di petrolio e gas straniere, accentuato in seguito alla rivolta del 2011.

Una rivolta che avrebbe spinto i Governi che da allora si sono succeduti a concedere ai consumatori interni sussidi per l’acquisto di energia: una mossa necessaria per calmare la popolazione, ma che d’altra parte è costata 26 miliardi di dollari solo nel 2012 e ha contribuito all’aumento della domanda interna di energia, delle importazioni e, di conseguenza, del deficit di bilancio. Un debito, quello con le imprese straniere, che comunque Il Cairo sta cercando di affrontare. È di qualche settimana fa la notizia secondo cui l’Egitto conterebbe di ripagare nei prossimi sei mesi il debito di 4,9 miliardi di dollari contratto con le imprese straniere.

Secondo le dichiarazioni del Ministro Ismail, l’Egitto progetta di ottenere un prestito di 2 miliardi per finanziare parte dei pagamenti, impegnandosi a saldare in pochi mesi il restante 60% dei suoi arretrati. Il Governo egiziano conterebbe di poter favorire, con questa manovra, una crescita delle esplorazioni e allentare la scarsità di energia nei prossimi anni. Già lo scorso ottobre il Governo annunciava di aver ripagato 1,5 miliardi di dollari, lasciando da saldare ancora 4,9 miliardi.

Una situazione difficile per un Paese che fino a poco tempo fa si presentava come il maggior produttore di petrolio in Africa al di fuori dei membri dell’OPEC, e il secondo maggior produttore di gas naturale nel continente. D’altro canto, i dati EIA dimostrano che l’Egitto è anche il maggior consumatore africano di petrolio e gas: basti pensare che nel 2013 il Paese ha totalizzato circa il 20% del consumo totale di petrolio e più del 40% del consumo di gas naturale del continente.

La crisi attuale appare pertanto come un circolo vizioso da cui il Paese africano potrebbe uscire proprio grazie alla ripresa degli investimenti da parte delle imprese straniere. Tra queste, la BP riveste sicuramente un ruolo fondamentale: attualmente, la compagnia britannica produce circa il 10% del petrolio egiziano e circa il 30% del gas del Paese. A fine novembre, il Ministro Ismail indicava il progetto ‘North Alexandria’, un impianto di produzione ‘offshore’ di gas naturale del valore di 10 miliardi di dollari e gestito dalla BP , come uno dei più importanti per il Paese.

Lo sviluppo del progetto, tuttavia, è in ritardo di circa tre anni rispetto ai piani originari: tra le cause, ancora una volta, i debiti che il Governo ha nei confronti dell’impresa, così come la mancanza di garanzie sulla quantità di gas che, una volta sviluppato l’impianto, spetterà all’impresa stessa. Tuttavia, già a novembre l’impresa britannica annunciava un accordo di investimento del valore di 240 milioni di dollari per un progetto di esplorazione di due nuovi blocchi in territorio egiziano.

Una piccola anteprima del regalo di Natale annunciato la scorsa settimana, che se certamente non risolverà da solo i problemi del Paese, tuttavia potrebbe essere la scintilla per far ripartire il motore energetico egiziano: riuscirà il Governo a sfruttarlo al meglio?

 

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