sabato, Settembre 18

Egitto: Sinai, nuova terra di jihad Dagli attacchi al gasdotto verso Israele alla decapitazione di soldati, l’escalation jihadista nel Sinai

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TERRORISMO-AFRICA-STATE

Parigi – La più temibile falange terrorista egiziana, Ansar Beït al-Maqdess, ‘I partigiani di Gerusalemme’, ha recentemente rivendicato l’uccisione di quattro uomini di cui tre per decapitazione.  La pubblicazione del video mostra una nuova drammatica escalation di violenza (anche mediatica) del gruppo fondato nel 2011 in seguito alle rivolte che hanno portato alla caduta Hosni Moubarak. In meno di due mesi il gruppo ha pubblicato per ben due volte sui social network video di esecuzioni di persone accusate di lavorare per l’esercito egiziano o per il Mossad israeliano. Anche nel video del 5 Ottobre, diffuso attraverso un contatto Twitter, l’esecuzione è stata preceduta da una vera e propria messa in scena in cui le vittime confessavano di aver lavorato per l’esercito egiziano e per i servizi segreti israeliani,  in seguito apparivano estratti del discorso del portavoce dell’ISIS Abu Mohammed al-Adnani che invitava i gruppi jihadisti del Sinai a giustiziare poliziotti e militari egiziani.

 Invito raccolto dal gruppo Ansar Beït al-Maqdess che dapprima ha affermato di sostenere genericamente la lotta degli uomini di Abu Bakr Al-Baghdadi e poi si è schierato apertamente sulle posizioni dello Stato Islamico giurando fedeltà al califfo e abbandonando i ranghi d’Al-Qaeda. Qualche settimana prima Ansar Beït al-Maqdess aveva rivendicato anche un attentato nel Sinai nel quali avevano trovato la morte sei poliziotti. Ed è proprio la penisola del Sinai la base di questo gruppo che prima della destituzione di Mohammed Morsi aveva come principale obbiettivo Israele ed i suoi gasdotti che trasportano gas a buon mercato verso questo paese. Con la destituzione di Morsi, e la feroce repressione che ne è seguita, Ansar Beït al-Maqdess ha moltiplicato gli attacchi ai poliziotti e ai soldati nella regione. Si parla di centinaia di attacchi dal Luglio del 2013. Nel Sinai, giunti probabilmente dalla sua frontiera orientale, sono arrivati altri jihadisti provenienti dall’ Iraq e  dalla Siria che hanno fondato il Jund al Khilafah Kinana (I soldati del Califfo in Egitto) che, appena formato, ha anch’esso giurato fedeltà allo Stato islamico guidato da Abu Bakr al Baghdadi.

 Insomma la penisola del Sinai sembra particolarmente propizia alla formazione di costellazioni jihadiste. Ma perché il Sinai? A partire dalla deposizione di Mubarak il controllo sul Sinai è andato scemando creando una crescente instabilità soprattutto nella fascia settentrionale della penisola, ovvero nelle aree di confine con Israele (tra Rafah, al-Arish e Sheikh Zuweid), dove hanno preso piede gruppi armati jihadisti e salafiti, alcuni dei quali di chiara matrice qaidista.

 Ma per capire la situazione attuale dobbiamo fare qualche passo indietro, almeno fino al 2010 quando Al-Qaeda è riuscita a creare anche nella terra natale del suo capo Ayman Al-Zawahiri un ramo dell’organizzazione, dopo aver fallito un tentativo nel 2006. Già dal 2009 Al-Qaeda qui ha sfruttato un territorio propizio e particolarmente ostile ad Israele, un territorio continuamente vessato dalle violenze dell’esercito e della polizia egiziana, particolarmente sensibile alla causa della rivolta contro le strutture laiche e militari del governo, addomesticato nella cultura delle armi e in cui s’era già radicata una predispozione religiosa al salafismo armato e al jihadismo anti-sionista. Tra gli anni Ottanta e Novanta il Sinai ha visto nascere la Jihad islamica e la Gama’a al-Islamiyya, protagonista del sanguinoso attentato nel sito archeologico di Deir al-Bahari a Luxor nel 1997 nel quale perirono una sessantina di persone.

 Negli anni ’90 gli ufficiali dei servizi d’ispezione della sicurezza dello Stato inaugurarono nella regione una feroce repressione con conseguenti retate che invece di stroncare il problema del terrorismo (che era sul nascere) permisero lo scambio e la propagazione in prigione delle dottrine del salafismo armato e del pensiero jihadista. Tra i detenuti c’era anche il dentista Khaled Moussaed  il quale, appena uscito di prigione, fondò la “Jamaa al-Tawhid wal Jihad, un gruppo che rivendicò gli attentati di Taba e Nweiba nel 2004 e nel 2006. Moussaed verrà poi ucciso dalla polizia egiziana mentre la sua rete di terrore smantellata e dispersa dal lato palestinese di Rafah.

 Ritornando all’oggi e ad Ansar Beït al-Maqdess, fino al 2013 la strategia del gruppo era soprattutto quella di bloccare le forniture di gas con attacchi alla bomba al gasdotto nel Sinai che alimenta Israele e la Giordania, attacchi che hanno causato più volte la sospensione delle forniture egiziane di gas naturale ai suoi due principali clienti regionali. Dal nord del Sinai passa infatti l’Arab Gas Pipeline, il gasdotto egiziano che rifornisce di gas naturale liquido la Giordania e che ha coperto, con i suoi 1,7 miliardi di metri cubi, almeno il 40% dei consumi domestici israeliani fino all’aprile 2012. Ma la situazione sul Sinai dalla caduta di Mubarak s’è fatta tesa e pericolosa. Non per nulla Israele ha consigliato ai connazionali di  non recarsi nel Sinai, mettendoli in guardia contro le minacce di sequestro. La sicurezza della regione qui, dal definitivo ritiro israeliano nel 1982, è regolamentata dal trattato di pace del 1979 tra Israele ed Egitto e si basa, oltre che sulla presenza di 22.000 soldati, tollerati anche da Tel Aviv per accrescere sicurezza nei pressi del valico di Rafah, anche su 4.000 osservatori e militari della MFO (Multinational Force and Observers) che dalla caduta di Mubarak hanno subito diversi attacchi. Per respingere i continui attacchi le autorità egiziane dal 2011 hanno lanciato tre grandi operazioni di controterrorismo in tre anni: Operation Eagle nell’agosto 2011, Operation Sinai nell’agosto 2012 e Desert Storm nel luglio 2013. Queste operazioni hanno portato all’uccisione di 200 terroristi ed all’arresto di altri 1.500. I costi umani di queste operazioni sono però stati molto elevati : tra il 2011 e il 2013 tra militari e civili ne sono rimasti uccisi oltre 700 negli scontri con i gruppi jihadisti durante le operazioni nel Sinai. L’ultima grande operazione è stata proprio la liquidazione, lo scorso 23 maggio, di Shadi al-Menei, uno dei leader di Ansar Beït al-Maqdess che però resta tutt’ora la principale minaccia per lo stato egiziano.

 

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