martedì, Aprile 20

Egitto, referendum di sangue field_506ffb1d3dbe2

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Referendum costituzionale macchiato dal sangue, in Egitto. Il 14 e il 15 gennaio, nel Paese si vota per approvare o respingere le modifiche alla Carta costituzionale, in origine ispirata dai Fratelli musulmani e approvata nel 2012. Ma congelata, con la destituzione, nel luglio scorso, del Presidente Mohamed Morsi, leader dei Fratellanza, e infine emendata da una commissione di 50 membri, nominati dai generali saliti al potere.
Il bilancio provvisorio degli scontri, in tutto il Paese, tra i supporter di Morsi e le forze dell’ordine, è di almeno dieci morti, decine di feriti e 46 arrestati. Al Cairo, una bomba esplosa davanti al tribunale ha rovinato l’edificio, senza tuttavia provocare morti né feriti.
Disordini sono in corso anche all’università di al Azhar , nella capitale, e in numerose città. Nel governatorato di Fayyum, a sud del Cairo, si è sparato contro la chiesa copta nel villaggio di Sinnuras. I cristiani, favoriti nel nuovo testo, sono stati anche minacciati da gruppi fondamentalisti.
Al Cairo, gli elicotteri da combattimento Apache sorvolano piazza Tahrir. Il Ministero dell’Interno ha promesso «durezza e fermezza» contro i boicottatori. Per garantire l’affluenza – oltre 53 milioni gli elettori – sono scattate imponenti misure di sicurezza: circa 30 mila seggi, in tutto il Paese, presidiati da 160 mila, tra agenti della polizia e militari, con l’ordine di sparare a vista.

Lo schieramento non ha arginato le violenze. Un’ora dopo l’apertura delle urne, gli agenti hanno lanciato lacrimogeni per disperdere i dimostranti della Fratellanza musulmana, bandita come organizzazione terroristica, che tentavano di impedire l’accesso ai seggi.
Nonostante ciò, l’affluenza viene indicata alta. Nel complesso, la Costituzione riscritta dai generali autori del golpe del 3 luglio 2013 è meno islamica e più militare, con pieni poteri per le Corti marziali di processare i civili e ampie garanzie di controllo del Parlamento da parte dell’apparato di sicurezza.
La Carta imposta dall’alta prevede più diritti civili per le donne, i laici e le minoranze religiose, rispetto alla versione della presidenza Morsi, che, anche nelle procedure di nomina della Costituente, aveva avuto una legittimazione democratica.
Il successo del referendum è scontato: per il via libera basta la soglia del 33% dei sì che, due anni fa, approvò la carta dei Fratelli musulmani. Nel programma dei generali, la consultazione è la prima tappa della «transizione democratica». Poi, entro 90 giorni, verranno le presidenziali, per le quali si è candidato il comandante in capo delle Forze armate, il generale Abdel Fatah al Sisi, nuovo uomo forte dell’Egitto. Infine le legislative.

In Europa, nessuna concessione del Presidente francese François Hollande al plotone di 600 giornalisti, soprattutto stranieri, che lo aspettava al varco, all’attesissima conferenza stampa dell’Eliseo, convocata prima di Natale, per rilanciare il suo mandato, prima che esplodesse il sexy scandalo sulla sua relazione segreta con l’attrice Julie Gayet.
Come da programma, Hollande ha parlato di ricette contro la crisi e la disoccupazione, politiche europee ed economia francese, rimbalzando i cronisti che lo incalzavano: «Non è questo né il momento né il luogo. Non risponderò qui a nessuna di queste domande». «Il momento è doloroso», ha ammesso, «ma gli affari privati si trattano in privato, in un intimità rispettosa di ognuno». «Totalmente indignato» per il modo in cui la vicenda è stata trattata dai media, «violando le libertà fondamentali di tutti» , il futuro del suo rapporto con la compagna Valerie Trierweiler – dunque anche il suo status di first lady – sarà «chiarito entro l’11 febbraio», ha promesso Hollande, per il giorno in cui è atteso in visita ufficiale a Washington. Intanto, ricoverata in ospedale da giorni, «Valerie si riposa». «La mia sicurezza è garantita dappertutto, a Parigi, in Francia e nel mondo», ha tagliato corto, annunciando «per produrre di più e meglio, problema principale della Francia per tornare a crescere». Dal Parlamento europeo di Strasburgo, il Presidente della Commissione europa (Ue) José Manuel Barroso ha prospettato un «anno di cambiamenti positivi per l’economia europea, non possiamo dire che siamo fuori dalla crisi, ma la recessione è alle spalle».

In India, il futuro dei marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si profila molto incerto. Nuove indiscrezioni della stampa di New Delhi rimandano ancora la decisione, «probabilmente nei prossimi giorni» del Governo indiano sul modo in cui gli agenti della National investigation agency (Nia), responsabili dell’inchiesta, si muoveranno per incriminare i due fucilieri a bordo della nave Enrica Lexie, accusati di avere ucciso, il 15 febbraio 2012, due pescatori del Kerala.
Citando fonti anonime, l’agenzia di stampa ‘Pti‘ precisa che la Nia sarebbe intenzionata a utilizzare il Sua Act, legge indiana per la repressione della pirateria, che prevede la pena di morte. E che il Ministero dell’interno, dopo aver assicurato all’Italia di escludere questa misura, sarebbe in un «pasticcio».
Intanto, sul fronte politico Rahul Gandhi, 43enne figlio ed erede politico della leader italo-indiana Sonia, ha detto ai media di «essere pronto per la responsabilità» di correre per la premiership, dopo il recente annuncio del ritiro del Primo ministro Manmohan Singh.

Sempre in Asia, i riflettori sono puntati sulla Thailandia. A Bangkok continua la marcia pacifica di migliaia di manifestanti antigovernativi verso Ministeri e uffici pubblici, per «paralizzare» la capitale, costringendo la Premier Yingluck Shinawatra alle dimissioni.
In mattinata, alcuni gruppi si sono diretti verso il Dipartimento delle dogane e il quartier generale della polizia. Altri dimostranti sono rimasti accampati in strada, compromettendo la circolazione nelle arterie del centro. Ma, nel complesso, nel secondo giorno la protesta sembra essersi sgonfiata. L’obiettivo dei contestatori è rimandare le legislative del 2 febbraio 2014. Yingluck, che ha spostato il suo ufficio in un edificio in periferia, ha proposto, dal 15 gennaio, un negoziato per rinviare il voto. lIpotesi rispedita al mittente dal leader della protesta, l’ex vice Premier Suthep Thaugsuban.

Sul fronte medio-orientale, le potenze occidentali stringono il cerchio attorno ai ribelli siriani che, a una settimana dalla Conferenza di Pace di Ginevra 2 in Svizzera, dal 22 al 24 gennaio prossimo, intendono disertare i negoziati con il Presidente siriano Bashar al Assad.
Gran Bretagna e Stati Uniti minacciano di togliere l’appoggio al principale gruppo di opposizione, la Coalizione nazionale siriana (Cns) con sede in Turchia, che il 17 gennaio si riunirà per decidere, a votazione, il sì o il no. Intanto l’opposizione interna del Comitato di coordinamento nazionale (Ccn), dissidenti laici e di sinistra basati a Damasco, conferma che non parteciperà.
Il dibattito è aperto. Dall’Italia, il Ministro degli Esteri Emma Bonino invita gli insorti alla mediazione: «Non presentarsi in Svizzera sarebbe la grande vittoria di Assad. Devono fare uno sforzo ed esserci, nel modo più credibile possibile».

In Africa, la Tunisia celebra senza incidenti il terzo anniversario della rivoluzione, che né 2011 diede il la alla Primavera araba.
L’emergenza si è spostata, a sud, nel cuore del continente. È arrivata soltanto in giornata, infatti, la notizia del naufragio, nel Sud Sudan a ferro e a fuoco per la crisi tra il Presidente Salva Kiir con il suo vice Riek Machar, di un barcone di sfollati, tra cui molte donne e bambini, andato a picco nelle acque del Nilo, per il carico troppo pesante.
I morti sono oltre 200, ha informato l’esercito, tra gli abitanti in fuga dalla città di Malakal, dove si combatte aspramente per il controllo dei giacimenti di petrolio. «Non ci sono soluzioni miracolose per il Sud Sudan, c’è solo una difficilissima soluzione politica che non sembra andare da molte parti», ha commentato la titolare della Farnesina Bonino, «ma che tuttavia bisogna continuare, testardamente, a percorrere».

Trasferta in Messico, infine, per il Premier italiano Enrico Letta e l’Amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, andati a inaugurare a Città del Messico l’ufficio di rappresentanza del Cane a sei zampe, che, abolite le nazionalizzazioni nella Carta costituzionale, intende entrare nel mercato petrolifero del Paese.
In questo senso, il Presidente messicano Enrique Pena Nieto avrebbe «fortemente spinto perché l’Italia cogliesse da subito l’opportunità di entrare nel mercato energetico», ha commentato Letta, dando quasi l’idea che l’Italia sia un interlocutore privilegiato del Paese.

 

 

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