domenica, Dicembre 5

Egitto: questioni di Politica Le difficoltà del Presidente al-Sisi

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Le notizie che arrivano dall’Egitto quest’autunno non sono certo rosee. L’assassinio del gruppo di turisti messicani, l’abbattimento dell’aereo russo nel Sinai, la sospensione dei voli per Sharm el-Sheikh, l’attacco di martedì ad al-Arish, città costiera nel nord del Sinai, sono tutti eventi che contribuiscono a dare la sensazione di un momento di caos e instabilità.

E pensare che il Presidente Abdel Fattah al-Sisi, sostenuto sia dagli alleati occidentali che dai patron del Golfo, era considerato l’uomo forte d’Egitto!

Emergono una serie di interrogativi sulla situazione odierna dell’Egitto. Cerchiamo di affrontarne qualcuno.

LE DIFFICOLTÀ DEL PRESIDENTE AL-SISI

La posizione di al-Sisi in questo momento è tutt’altro che invidiabile. Le critiche che gli vengono rivolte da ogni lato riguardano il fallimento nel gestire varie situazioni critiche: dall’economia alla sicurezza.

La situazione finanziaria dellEgitto è grave, soprattutto a causa del collasso del turismo (che rappresentava fino all’11 percento del PIL), ma anche a causa della mala gestione delle risorse. L’esercito, in particolare, controlla il 40 percento dell’intera economia e fagocita una quantità di denaro tale che le riserve di valuta straniera presso la Banca Centrale calano ad una velocità sorprendente. Intanto, la moneta egiziana perde terreno: in 14 mesi, riporta David Hearst del ‘Middle East Eye’, ha perso il 10 percento del suo valore. Le casse dello Stato si svuotano; sorprendente se si pensa che la fiducia riposta in al-Sisi dalla comunità internazionale era stata tale da garantirgli finanziamenti per svariate decine di miliardi di dollari.

Tra i responsabili della crisi economica c’è senza dubbio anche la questione sicurezza che scoraggia il turismo e tiene l’esercito nelle strade. L’Egitto sembra incapace di tenere sotto controllo la penisola del Sinai, infestata dallo Stato Islamico che ha lì impiantato la Wilayat Sinai (provincia del Sinai). Tra il 2012 e il 2015, racconta Omar Ashour per ‘Foreign Affairs’, si sono moltiplicati gli attacchi jihadisti nella regione, con altissime perdite per le forze egiziane regolari. L’ultimo attacco, in ordine di tempo, è proprio quello condotto ad al-Arish martedì scorso che sembra avesse come obiettivi i giudici incaricati di sorvegliare le elezioni.

La reazione di al-Sisi è scomposta. Uccisioni extragiudiziali, arresti indiscriminati, deportazione, distruzione di edifici… Ma l’arbitrarietà degli arresti non riguarda solo la lotta al terrorismo. Ben nota l’avversione del Presidente egiziano per il giornalismo indipendente e d’opposizione, ma anche quella per i Fratelli Musulmani – la formazione del predecessore di al-Sisi, Mohamed Morsi. Diciassette di loro sono stati arrestati, accusati di sabotaggio, durante l’ultima disastrosa inondazione che ha colpito Alessandria (uccidendo una ventina di persone).

Abdel Moneim Aboul-FatouhC’è chi parla già di crepuscolo per il Presidente al-Sisi. Il costante deterioramento della situazione politica, sociale ed economica non è sfuggita agli analisti, ma non sfugge nemmeno agli attori interni, come il leader dopposizione Abdel Moneim Aboul-Fatouh che, in un’intervista rilasciata alla BBC Arabic ha parlato di elezioni presidenziali.

LA POSIZIONE DEGLI ATTORI REGIONALI

Le difficoltà di al-Sisi sono tutt’altro che invisibili anche agli occhi di attori esterni. Secondo quanto riportato da ‘Bloomberg View’, gli Israeliani ritengono che le forze di sicurezza egiziane stanno commettendo ogni errore possibile nella lotto contro i jihadisti nel Wilayat Sinai.

È nuovamente David Hearst a guidarci attraverso le posizioni dei finanziatori di al-Sisi nel Golfo. Il Principe Mohammed bin Zayed al-Nahyan, erede al trono di Abu Dhabi, pare abbia esclamato: «Non sono un bancomat!» Sembra, infatti, che sia piuttosto insoddisfatto dei ricavi del proprio investimento. Gli Emirati vorrebbero essere coinvolti di più negli affari egiziani, al punto di controllarne la gestione e, se al-Sisi non servirà allo scopo, sono pronti a abbandonarlo a sé stesso e rimpiazzarlo. Gli Emirati sarebbero scontenti delle promesse infrante di al-Sisi, il quale non ha portato a casa le riforme economiche e amministrative sollecitate. Inoltre, l’Egitto si sarebbe tirato indietro nella campagna contro gli Houthi in Yemen, evitando di mandare truppe di terra. Senza contare la battaglia mediatica contro l’Arabia Saudita di Re Salman.

Riyadh, altro importante finanziatore di al-Sisi, ritiene che l’esercito sia l’unico in grado di mantenere l’Egitto stabile, ma non deve per forza scommettere sul al-Sisi. Infatti, un generale rivale, Sami Anan, avrebbe di recente visitato il regno. Secondo alcune fonti, Anan sarebbe uno dei papabili – ovviamente, secondo i Sauditi – per sostituire al-Sisi. Ahmed Shafiq e Murad Muwafi sarebbero gli altri due candidati, entrambi vicini agli interessi degli Emirati.

LE ELEZIONI PARLAMENTARI

Nel frattempo, lEgitto ha organizzato le elezioni parlamentari in due tornate. La prima si è svolta tra il 18 e il 19 Ottobre. La seconda si è appena conclusa (22-23 Novembre). I risultati non saranno disponibili prima di Dicembre.

Si tratta delle elezioni per il primo Parlamento dal Giugno del 2012 (quando la Corte ha sciolto quello democraticamente eletto nel 2011). Il nuovo Parlamento, unicamerale, conta 568 seggi elettivi con quote riservate per le donne, i giovani e i Cristiani. Il Presidente ha la facoltà di conferire l’incarico a un ulteriore 5 percento.

Tuttavia, l’opposizione – sia quella islamista che quella secolarista e democratica – lamenta il carattere farsesco di queste elezioni. Sono in molti a boicottarle, soprattutto giovani egiziani ormai delusi dai risultati della loro Primavera che, semplicemente, si rifiutano di prendere parte alla costituzione di un Parlamento che si limiterà a sanzionare le decisioni del Presidente.

L’affluenza alle urne durante la prima tornata è stata, effettivamente, molto bassa. Fonti ufficiali la indicavano al 26,6 percento, mentre altre stimano calcolano un’affluenza inferiore al 20 percento. Francamente, è improbabile che l’affluenza sia stata maggiore durante questa seconda tornata.

Chi, in Egitto, sostiene ancora al-Sisi lo fa soprattutto in nome della stabilità, dopo gli anni di subbuglio seguiti alla deposizione di Hosni Mubarak. Tuttavia, il vento sta cambiando di nuovo e al-Sisi, l’uomo forte d’Egitto, potrebbe venire travolto dal prossimo pretendente al trono d’Egitto. Come gli altri, un pretendente scelto non dai cittadini egiziani, ma dai burattinai dentro e fuori l’Egitto. Quanto reggerà ancora questo gigante (90 milioni di abitanti) dai piedi d’argilla? E cosa accadrebbe se il Paese dovesse disintegrarsi?

 

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