lunedì, Aprile 19

Egitto, la complicità della Francia nella brutale repressione di Al-Sisi Un rapporto mostra come la repressione del regime di Al-Sisi sia stata alimentata dalla vendita di armi francesi. Il commento di Giuseppe Dentice, analista dell’ISPI

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Nel suo viaggio in Africa, dopo aver visitato la Mauritania per incontrare i leader del G5 del Saleh, il Presidente francese Emmanuel Macron si è diretto ieri in Nigeria, dove, ha assicurato il Paese di essere pronto ad offrire tutto il suo supporto per combattere la minaccia jihadista di Boko Haram attraverso «la difesa e la stabilizzazione della regione del Sahel».

Non stupisce certo che la lotta terrorismo continui ad essere al centro della diplomazia francese in Africa, una diplomazia che durante le proteste in Egitto del 2013, prima, e dopo il colpo di stato di Fattah Al-Sisi, si è macchiata di complicità «nella sanguinosa repressione egiziana degli ultimi cinque anni». É quanto emerge da un rapporto pubblicato lunedì da diverse ong, la parigina International Federation for Human Rights (FIDH), the Cairo Institute for Human Rights Studies, the League of Human Rights e the Observatory of Weaponry (OBSARM), intitolato ‘Egitto: una repressione made in Francia’. Il report espone la complicità della Francia e di diverse aziende francesi nella repressione brutale e senza precedenti inflitta agli egiziani dal regime di Al-Sisi a partire dal 2013.

La Francia è accusata di vendere armi che il Governo egiziano ha utilizzato per portare avanti le repressioni, armi che dovevano essere utilizzate per combattere il terrorismo, secondo la motivazione ufficiale, ma ovviamente non è andata così”. Commenta Giuseppe Dentice, ricercatore associato Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI. A partire dal 2013, in Egitto ci sono stati 60.000 prigionieri politici e 2811 casi di forzate sparizioni dal luglio 2013 al giugno 2016.

Una repressione che è andata di pari passo con il crescere dell’esportazione di armi francesi all’Egitto. Tra il 2010 e il 2014, si legge nel report, le consegne di armi dalla Francia all’Egitto sono aumentate da 39.6 milioni di euro a 838.4. Nel 2015 e nel 2016 queste vendite sono cresciute, con la consegna di armi che ha raggiunto un valore di 1.2 miliardi di euro nel 2015 e di 1.3 nel 2016. Tra il 2012 e il 2016, la consegna di armi al Cairo copriva il 10% del mercato totale francese per l’esportazione di armi. “Il giro di affari che c’è dietro a questo tipo di diplomazia economico militare è notevole, parliamo di un cumulo di affari che è passato ad avere un rapporto bilaterale franco – egiziano da 65 milioni nel 2010 a 1.6 miliardi nel 2015”.

La Francia ha venduto all’Egitto un arsenale militare convenzionale per la lotta al terrorismo nella penisola del Sinai, dove, fin dal colpo di stato di Fattah Al-Sisi ci sono state diverse insurrezioni armate.  Tra il 2015 e il 2016 il valore dell’esportazione di armi da piccolo calibro è aumentata da 702.002 euro a 22.003.57517. Tra il 2011 e il 2017, la Francia, secondo il report, avrebbe venduto quasi 90 macchinari per la produzione di munizioni di vario calibro (7.62; 9; 20; 23; e 40) dall’azienda Manurhin, identiche a quelle usate dalla polizia egiziana durante le rivolte.  Oltre ad una vendita per così dire ‘convenzionale’, il Governo francese ha autorizzato la vendita di vari sistemi di sorveglianza per l’intercettazione di comunicazioni, materiali considerati non di uso militare da un punto di vista legale, che si prestano per un ‘doppio uso’ civile e militare. Questa tecnologia intrusiva è stata accompagnata dalla vendita, da parte di IDEMIA e THALES, di sistemi per il raccoglimento di dati personali e transazioni, come parte di un piano di implementazione da parte della sicurezza egiziana di sorveglianza di massa basata sul raccoglimento di dati personali. «Prese assieme», scrivono le ong nel report, «queste esportazioni costituiscono i pezzi di un puzzle che oggi rappresenta la base per un piano di sorveglianza diffuso adottato dalla dittatura dei servizi di sicurezza egiziani. Ossessionato dalla sua stessa sopravvivenza, il regime sta portando avanti una repressione senza precedenti sulla popolazione, specialmente la società civile»

Uno scambio che ha certo favorito gli interessi economici francesi, e aiutato l’Egitto di Al-Sisi a mantenere il pieno controllo sulla popolazione; ma lo stretto rapporto di Parigi con il Cairo sembra andare al di là di mere transazioni commerciali. “C’è da tener presente che la Francia è da sempre un concorrente dell’Italia e come l’Italia è attiva nello stesso quadrante, ovvero nel Mediterraneo. La Francia era interessata, ed è interessata ancora di più oggi ad aumentare la sua influenza in Libia, come nel resto del bacino del Mediterraneo, e l’Egitto è uno degli attori più importanti. Questa doppia chiave di lettura economica e politica servono in realtà a fare capire quanto siano bilanciate le due cose e  vadano di pari passo. La Francia le ha utilizzate per entrare nel contesto mediorientale, a volte andando contro la sua stessa etichetta di difensore dei diritti umani”, dichiara Dentice.

Oltre ad aver tradito la sua immagine di ‘libertè’, ‘egalitè’ e ‘fraternitè’ la Francia, attraverso la sua vendita di armi è andata contro la sua stessa normativa e quella europea. L’ Arm Trade Treaty (ATT), il Trattato internazionale per il Commercio di Armi firmato dalla Francia, stabilisce che quando vi sia un sostanziale rischio di conseguenze negative, nessuna esportazione può essere autorizzata. Inoltre, secondo la normativa dell’Unione Europea  2008/944/PESC del Concilio dell’UE datata 8 Dicembre 2008, il permesso all’esportazione di armi è vietato se esiste «un ovvio rischio che i materiali esportati possano essere usati per repressioni interne». Ma non basta, nel 2013, a seguito delle proteste in Egitto e della violenta repressione messa in atto, l’Unione Europea si era espressa ancora una volta contro la vendita di armi dichiarando che «gli Stati membri dell’UE hanno deciso di sospendere l’export di tutte le dotazioni verso l’Egitto che possano essere usate per repressioni domestiche».

E proprio nel 2013 la “Francia aveva fiutato l’opportunità di poter sfruttare la sua carta egiziana per accrescere la sua influenza in cirenaica, dove aveva anche una sua presenza territoriale grazie ad imprese come la Total e ad altre aziende all’interno della Libia. Parigi ha usato la carta egiziana fornendo ad Al-Sisi quello di cui aveva bisogno, principalmente sistemi di difesa, armi che in quel momento rappresentavano la principale necessità dell’Egitto, ossia utilizzare tutti gli strumenti utili a combattere la possibile minaccia dell’islamismo radicale. La Francia è stata al gioco dell’Egitto e viceversa, è stato un mutuo interesse che ha mosso le azioni dei rispettivi Paesi” afferma Dentice.

Nonostante le richieste UE, la Francia ha continuato a seguire i suoi interessi. Secondo quanto emerge dal report, l’Eliseo ha voltato le spalle ai suoi obblighi nei confronti delle richieste europee con la vendita di camionette armate Renault tra il 2012 e il 2015, ignorando le prove che dimostravano il loro uso durante le violente repressioni all’inizio del 2013 in Egitto, specialmente durante il sit-in di Rabaa Al Adawiya, dove, il 14 agosto del 2013 morirono un migliaio di persone. Qualche giorno dopo il massacro, la CIEEMG, la Commissione Interministeriale francese per lo studio dell’esportazione di equipaggiamento militare, aveva autorizzato la consegna di macchinari Mnurhin per la produzione di ammonizioni. Anche riguardo alla consegna di sistemi di sorveglianza legati ad un “doppio uso”, la commissione interministeriale francese per il doppio uso, nonostante l’alta intrusività di questi sistemi, aveva determinato che il materiale in questione non era soggetto ad alcuna licenza, «autorizzando e rendendo di fatto possibile la consegna dei materiali ai servizi di intelligence dell’esercito egiziano», si legge nel report.

La Francia continua dunque a puntare sull’Egitto, e lo fa alimentando una dittatura altamente oppressiva. “Storicamente la Francia è un Paese che ha avuto le sue colonie dell’Africa mediterranea e sub-sahariana, ma tra i Paesi che le sono sfuggiti ci sono proprio la Libia e l’Egitto”, continua Dentice, “sono riusciti nel corso degli anni a costruire una rete di legami con diversi attori. Avere un Paese come l’Egitto e come la Libia rappresenta una posizione strategica per creare un continuum terrestre tra quelle aree che erano storicamente dipendenti dalla potenza francese, e Paesi che poi sono entrati in un’ottica di interesse francese”.

Le organizzazioni firmatarie del report hanno chiesto inoltre alla Francia di «sospendere tutte le esportazioni di armi e tecnologie di sorveglianza all’Egitto finchè continueranno a persistere gravi violazioni dei diritti umani dalle forze di sicurezza egiziane, e finché gli abusi commessi dal 2011 non saranno investigati». Una richiesta che, almeno fino ad ora, la Francia sembra aver totalmente trascurato, «ignorando i suoi impegni internazionali, con la pretesa di combattere il terrorismo, e fornendo equipaggiamento militare a Stati che sorvolano sul rispetto dei diritti umani come l’Arabia Saudita, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, per nominare alcuni regimi del mondo arabo» continua il rapporto.

La Francia ricopre un ruolo da leader nella regione e quindi vi sono una serie di interventi diplomatici che di fatto non aiutano a rendere stabile l’area in questione, ma la rendono ancora più instabile e gli stessi attori diventano parte del problema”, conclude Dentice

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