lunedì, Settembre 20

Egitto: ‘Il vero problema (per ora) resta il terrorismo e non Al-Sisi’

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E’ iniziato oggi uno dei viaggi apostolici di Papa Francesco che sicuramente resterà come una delle tappe più importanti di questo pontificato: la due giorni in Egitto. Subito dopo il suo arrivo nell’aeroporto internazionale del Cairo -dove è stato accolto da una delegazione di egiziani copti e dal Primo ministro Sherif Ismail– Papa Francesco è stato condotto al palazzo presidenziale di Eliopoli dove ad attenderlo all’ingresso, ha trovato il capo di Stato Abdel Fattah Al-Sisi, e dove i due si sono trattenuti per un colloquio privato.

Secondo l’autorevole quotidiano egiziano ‘al Ahram’, vicino al Governo, «una fonte diplomatica europea» sostiene che, «su richiesta della famiglia», il Papa avrebbe affrontato con il Presidente egiziano Al-Sisi la questione dell’assassinio di Giulio Regeni, trovato morto nella capitale egiziana il tre febbraio scorso. La versione online di ‘Al Ahram’, primo quotidiano egiziano, non riporta la notizia nel notiziario in lingua araba ma in quella inglese. Tra i temi affrontati a porte chiuse tra il Papa e Al-Sisi, riferisce lo stesso quotidiano, ci sarebbero stati «gli sviluppi in Medio Oriente, soprattutto la crescita del radicalismo, le relazioni tra la Chiesa cattolica e il mondo islamico, e alcune questioni bilaterali».

Di questa travagliata presidenza Al-Sisi -tesa a far recuperare al Paese un ruolo decisivo nella comunità internazionale– e del problema cardine che lacera in questo momento l’Egitto, il terrorismo islamico -con l’annessa necessità di ripensare e rilanciare il dialogo tra cristiani e musulmani, al centro del viaggio di Francesco e dell’appuntamento all’Università Al Azhar– abbiamo discusso con Simone Massi, responsabile del programma Medio Oriente presso il CSIC (Centro Studi sull’Islam Contemporaneo), analista che ha studiato presso la Bilgy University di Istanbul e ha lavorato per l’ICE in Egitto, attento studioso di Islam politico e di economia politica internazionale, con il quale ieri abbiamo affrontato l’altro tema che è sullo sfondo delle riflessioni sul futuro dell’Egitto, l’Islam politico.

 

Massi, ad oggi, quali sono i gruppi estremisti presenti in Egitto?

Il gruppo principale presente nel Sinai è il Gulan ya Sinai, che tradotto dall’arabo sarebbe ‘La provincia del Sinai’. Questa organizzazione  terroristica è emersa nel 2014 e si è affermata come ala locale dello Stato Islamico. La presenza del gruppo in Egitto rientra negli interessi di entrambe le parti. Da un lato lo Stato Islamico può difendere una posizione anche in Egitto, mentre dall’altro i terroristi locali possono associarsi a una realtà più internazionale e più di spessore. Il punto fondamentale, quando si parla di terrorismo in Egitto, è che il Paese riconosce come organizzazione terroristica anche i Fratelli Musulmani. Questa associazione riguarda l’Islam politico, si basa su una visione islamica della costruzione di un Stato e si trova nel Paese da più di 30 anni. I Fratelli Musulmani sono arrivati al potere con le elezioni del 2012, ma i militari ripresero il controllo del Paese  e dal quel momento in poi l’organizzazione è diventata oggetto di persecuzioni, motivate e non, da parte dello Stato centrale. Gualn Ya Sinai e i Fratelli Musulmani, ovviamente secondo la visione dello Stato egiziano, sono i due gruppi estremisti principali presenti ne Paese.

Quali sono le loro relative forze e i rispettivi obiettivi politici?

L’area più critica a riguardo è principalmente il Nord della penisola del Sinai, dove si scontrano forze governative e i gruppi locai. Il Sinai è sempre stato un territorio al margine, abitato soprattutto da beduini e da comunità tribali emarginate dal potere centrale egiziano. Di conseguenza queste comunità, non dico che hanno favorito i terroristi locali dell’ISIS, ma non li hanno combattuti come invece avrebbero potuto. Il gruppo terroristico affiliato allo Stato Islamico cerca di portare l’anarchia e il caos nella regione, o quanto meno di delegittimare e indebolire le postazioni militari. Per quanto riguarda, invece, i loro obiettivi, recentemente stiamo assistendo ad uno ‘shift’. Inizialmente l’obiettivo principale era debilitare e colpire il potere centrale e i militari, mentre da un anno e mezzo all’incirca, il gruppo ha spostato la sua attenzione verso obiettivi più ampi, come per esempio il Consolato italiano, o anche luoghi più turistici, come le località del Sinai.

Mentre l‘ISIS continua a perdere terreno e forze in Siria e in Iraq, i jihadisti stanno trasferendo le loro risorse umane, tattiche e strategiche in Egitto. La disintegrazione dell’organizzazione terroristica quali conseguenze può avere per l’Egitto?

Ad oggi ci si concentra molto sull’Occidente, pensando che un arretramento in Siria e in Iraq dell’ISIS potrebbe comportare maggiori attentati in Europa, ma io credo che questa osservazione possa essere più vera per l’Egitto. Il Paese infatti ha dei confini molto labili, sia ad occidente che a est. A occidente si trova il deserto, che permette facilmente di far passar armi e persone, soprattutto da un contesto particolare come la Libia, dove la caduta di Gheddafi ha portato alla riapertura di tutti gli armamenti e di tutte le riserve di armi. Dall’altro lato, quindi ad est, ci sono i celebri tunnel di Gaza, ovvero dei passaggi sotterranei dove si trasportavano non solo beni, ma anche armi  e persone. Li c’è stata una lotta molto dura, e in questo senso è molto importante notare quanto nel Sinai gli interessi dell’Egitto e d’Israele quasi convergano totalmente. Anche se non ci sono fonti ufficiali, perché naturalmente non è ammissibile, si è comunque parlato molto spesso di ‘sconfinamenti’ egiziani legittimi da parte delle truppe israeliane, per controllare e mantenere l’ordine nel Sinai. Entrambe gli Stati stanno così cercando  di impedire un trasferimento di risorse dall’area del Levante verso l’Egitto. Se la situazione è già critica nel Sinai, questo potrebbe solamente peggiorarla.

Secondo lei, l’instabilità politica interna e la dura repressione dovuta all’introduzione dello stato d’emergenza possono in un certo modo favorire gli interessi dello Stato Islamico?

Lo Stato d’Emergenza in Egitto è quasi una tradizione. Da quando Mubarak salì al potere nell’1981, lo Stato d’Emergenza è sempre rimasto in vigore sino praticamente alla sua caduta e legittima condizioni che naturalmente favoriscono lo Stato centrale A mio parere, però, favoriscono paradossalmente anche l’attività terroristica, in quanto la legittimano. Se lo Stato, con l’introduzione dello Stato d’Emergenza, rinuncia a parte dei suoi limiti, i gruppi terroristici possono pensare di autolegittimarsi, in quanto le stesse autorità si sono delegittimate da sole. E’ molto interessante analizzare, per esempio, l’attentato di Luxor nel 1997, considerato un po’ un punto di svolta. L’attacco, durante il quale vennero trucidati quasi un centinaio di turisti stranieri nel sito archeologico, viene considerato un punto fondamentale in quanto la popolazione si distanziò molto dai gruppi terroristici. Se prima godevano di un minimo di legittimità, e cioè non erano invisi alla parte più povera della popolazione, da quel momento in poi si capì che i gruppi terroristici in Egitto avevano oltrepassato un pò il limite, dal momento che avevano attaccato anche una parte fondamentale della vita egiziana, ovvero il turismo. Oggi invece assistiamo a dinamiche. La situazione in Egitto è  critica, il turismo è crollato, le condizioni economiche sono pessime, le fasce più basse della popolazione non hanno nè pane nè zucchero, i beni per la vita quotidiana. Non avendo nulla da perdere, le persone guardano quasi con favore a certi gruppi terroristici ovviamente.

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