martedì, Maggio 11

Egitto, il referendum lancia al-Sīsī field_506ffb1d3dbe2

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Prevedibile trionfo del ‘sì’ nel referendum costituzionale tenutosi in Egitto fino a ieri sera. Data la decisione dell’opposizione di boicottare le urne, la quasi totalità dei voti sembra aver approvato il nuovo testo fondamentale del Paese: fonti governative, ancora non supportate da dati ufficiali, parlano di un 95% di voti positivi, con un’affluenza stimata attorno al 42%. Il risultato è comunque una buona notizia per il Governo provvisorio instaurato dopo la destituzione del Presidente Mohamed Morsi, rappresentando una sorta di legittimazione popolare. In realtà, però, l’analisi del voto sembra suggerire una frattura territoriale tra il Nord del Paese, dove il referendum ha avuto successo, ed il Sud, in cui la forte presenza di gruppi islamisti ha portato ad un esito opposto. Di certo, però, la percentuale complessiva dei votanti supera quella del referendum tenutosi durante la Presidenza di Morsi e sembra lanciare una volta per tutte la corsa alla Presidenza dell’attuale Comandante in Capo delle Forze Armate, ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī.

Dall’altro lato del Mediterraneo, intanto, l’Unione Europea si trova impegnata su più fronti. Sembra infatti riaccendersi lo scontro ucraino tra i manifestanti a favore dell’avvicinamento a Bruxelles e le autorità del Paese. Dopo che, domenica, 50.000 persone avevano percorso le strade di Kiev per protestare contro il selvaggio pestaggio ai danni del politico Yuri Lutsenko da parte della polizia, un tribunale ha imposto il divieto per tali manifestazioni sino all’8 marzo. La decisione, in realtà, è stata presa il 6 gennaio, ma è stata resa nota solo ieri. Per tutta risposta, i manifestanti occupano ora la Piazza dell’Indipendenza, pur temendo a breve un intervento delle forze dell’ordine.

Da Oriente a Occidente: il Presidente della Commissione Europea José Manuel Durão Barroso era oggi a Madrid per ricevere il premio ‘Carlo V’ per il suo contributo al «processo di unificazione della Comunità Europea». Pur ricordando che «non siamo ancora usciti dall’impasse», Barroso ha elogiato gli «sforzi considerevoli» compiuti dalla Spagna ed ha messo in guardia «dagli egoismi nazionali e dai nazionalismi estremi». Ciononostante, proprio oggi il Parlamento della Catalogna ha approvato ad ampia maggioranza (87 a 43) l’invio di una richiesta formale a Madrid per indire un referendum sulla possibilità di secessione. I dati attuali, in realtà, non danno grandi speranze per un esito positivo di un simile voto, che sembra piuttosto rappresentare una sfida politica all’amministrazione del Primo Ministro Mariano Rajoy.

Su proposte divisive si è pronunciato oggi anche il Parlamento Europeo, approvando a larga maggioranza una risoluzione che rigetta l’intenzione del Premier britannico David Cameron di limitare la libertà di circolazione per i cittadini romeni e bulgari. Ma il tema dei migranti resta comunque al centro della campagna per le elezioni europee di maggio, e Cameron teme ora di vedere il proprio Partito Conservatore giungere terzo dietro ai Laburisti ed agli indipendentisti dell’UKIP di Nigel Farage. Gli ultimi sondaggi, infatti, indicano il passaggio di molti elettori conservatori al partito indipendentista per la sua intenzione di separare il Regno Unito dall’Unione Europea: significativamente, il sorpasso avverrebbe solo nell’ambito delle elezioni europee e non in quelle nazionali, in cui i conservatori manterrebbero ancora un ampio margine di vantaggio.

L’Italia, invece, continua a rivolgere la propria attenzione all’India, dove il Presidente della Corte Suprema, Palanisamy Sathasivam, ha iniziato ad esaminare il ricorso che l’Ambasciatore italiano Daniele Mancini ha presentato per sbloccare il processo ai due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. A due anni dall’omicidio di due pescatori indiani Gelastine e Ajesh Binki, l’Italia richiede un’accelerazione del giudizio e, per questa ragione, il Sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura si è recato in India per colloqui governativi.

In ambito internazionale, però, l’Italia è anche interessata dal processo di smaltimento delle armi chimiche siriane: i Ministri Maurizio Lupi e Emma Bonino hanno infatti annunciato per domani l’arrivo della nave danese Arc Futura a Gioia Tauro, col suo carico di 1500 container da trasbordare sulla nave Cape Ray. L’operazione dovrebbe essere terminata per metà febbraio e dovrebbe costituire un’una tantum per l’Italia, ma le autorità locali del porto calabrese hanno già dichiarato la propria disapprovazione. A riferire in Parlamento era oggi presente Ahmet Uzumcu, Capo dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, il quale ha ammesso che problemi logistici e di sicurezza faranno slittare la fine delle operazioni complessive di disarmo a fine giugno.

Si avvicina nel frattempo il tavolo di Ginevra II, volto a cercare una soluzione al conflitto siriano. Mentre l’Iran annuncia la propria disponibilità a parteciparvi, a patto di non dover sottostare a condizioni preliminari, l’opposizione siriana registra la sua prima defezione con l’abbandono del Comitato di Coordinamento Nazionale, rappresentanza spesso accostata allo stesso Presidente Baššar al-Asad. Ben più grave lo scontro interno all’opposizione nel Paese: sarebbero ormai più di 1000 i morti dopo due settimane di combattimenti fra milizie legate ad Al Qaeda (l’ISIL) ed altre truppe ribelli.

Il conflitto tra gruppi ribelli e Stato rimane presente anche in Pakistan. È infatti di almeno otto morti, tra cui due bambini, il novero delle vittime di un attentato terroristico avvenuto a Peshawar, Pakistan. Un ordigno  ha colpito un centro di preghiera, il Taableghi Markaz, dove ottocento credenti stavano partecipando ad una funzione religiosa. Al momento non vi sarebbero rivendicazioni, ma il dito sembra già puntato sui gruppi ribelli, benché in uno dei suoi rari comunicati, una di tali compagini, il Tehreek-e-Taliban Pakistan, abbia già condannato l’attentato, rifiutando ogni responsabilità.

E continua anche la sanguinosa guerra in Sud Sudan. Le Nazioni Unite hanno riferito oggi che, a due mesi dall’inizio delle ostilità, il numero di rifugiati è già arrivato a 400.000 persone, di cui la metà sono fuggite dalle proprie case solo nell’ultima settimana. Né sembrano migliori le prospettive per l’altro grande scontro interno africano, quello della Repubblica Centrafricana: sempre ufficiali delle Nazioni Unite hanno indicato il rischio concreto di genocidio, sostenendo che nello Stato ora governato da Alexandre-Ferdinand Nguendet si ritrovino gli stessi elementi già visti in Ruanda e Bosnia. Per queste ragioni, l’ONU ha richiesto una maggior partecipazione da parte della comunità internazionale.

Sarebbero gli scarsi risultati ottenuti contro la guerriglia islamica Boko Haram ad aver spinto il Presidene nigeriano Goodluck Jonathan a rimuovere tutti i vertici militari del Paese. A capo di Esercito, Marina, Forze Aeree e Difesa sono stati nominate nuove personalità, ma la decisione inattesa di Jonathan ha spinto uno dei suoi maggiori alleati, Bamanga Tukur, a rassegnare le dimissioni da Segretario del Partito Democratico Popolare, aggravando così una profonda crisi in quella che è anche la formazione del Presidente e già era lacerata dalla volontà di quest’ultimo di ricandidarsi nel 2015. Evidentemente, Jonathan sperava di trarre maggior forza da eventuali successi contro Boko Haram, che sta cercando di creare uno Stato islamico nel Nord della Nigeria ed è anche nella lista nera di Washington.

Washington, però, è impegnata anche su altri fronti, come quello coreano. Un comunicato del Ministero della Difesa di Seul ha infatti confermato per la fine di febbraio le annuali esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti, note come ‘Key Resolve’ e ‘Foal Eagle’. Tali operazioni non sono viste di buon occhio da Pyongyang, che le vede come una provocazione diretta e ha a più riprese minacciato un conseguente peggioramento delle relazioni intrapeninsulari. Tuttavia, Seul ha tenuto a sottolineare la natura «difensiva» delle stesse.

Per quanto riguarda la politica interna, invece, la Casa Bianca osserva con attenzione l’approvazione, da parte della Camera dei Rappresentanti, della legge di spesa da 1,1 bilioni di dollari. Se approvata anche dal Senato, la legge assicurerebbe i fondi per le attività dell’Esecutivo e, soprattutto, porrebbe fine allo scontro fra il Congresso e la Casa Bianca, che in ottobre aveva portato alla chiusura parziale del Governo per sedici giorni. Governo che, nel prossimo mandato, potrebbe essere guidato da Hillary Clinton, che ha staccato nei sondaggi (50% contro 37%) il Governatore repubblicano del New Jersey Chris Christie. Quasi alla pari con l’ex Segretario di Stato a dicembre, Christie paga il prezzo degli scandali riguardanti la sua amministrazione, emersi negli ultimi giorni.

 

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