lunedì, Settembre 20

Egitto: il Paese che cerca di tornare ad essere decisivo

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Il 28 e 29 maggio Papa Francesco compirà una storica visita in Egitto. I due momenti chiave del viaggio papale saranno due: la visita all’Università di al Azhar, al Cairo, dove terrà un discorso, e l’incontro con il Presidente della Repubblica Egiziana, Abd al-Fattah al-Sisi.

Il viaggio apostolico rientra nel quadro, oggi molto complesso della diplomazia vaticana che, con il pontificato di Bergoglio, ha assunto un approccio volto ad un intervento diretto ad ampio raggio: dalla situazione in America Latina alle crisi nello scenario medio-orientale, dai rapporti con Cina e Russia agli effetti della crisi economica, dalla crisi dei migranti al futuro dell’Unione Europea, non c’è argomento della politica attuale che non sia affrontato dall’attuale politica estera dello Stato della Città del Vaticano.

In quest’ottica, il viaggio apostolico in Egitto assume un valore politico particolare per diverse ragioni.

In primo luogo, il viaggio ha luogo dopo una serie di sanguinosi attacchi contro obiettivi cristiani da parte di frange estreme della galassia musulmana. In realtà, il Paese è scosso da una situazione di forte instabilità soprattutto nell’area del Sinai e la presenza di uno dei più importanti leader del mondo cristiano potrebbe essere vista, dai gruppi fondamentalisti, come l’opportunità per compiere atti eclatanti.

In secondo luogo, il discorso che il Papa terrà all’Università di al-Azhar ha un valore altamente simbolico: l’Università è infatti uno dei principali centri di studio del mondo sunnita. Il gesto di distensione e dialogo interreligioso è necessario alla politica estera vaticana, che punta a ottenere sicurezza e una maggiore influenza per i cristiani nell’area, quanto al mondo sunnita moderato, che cerca alleati internazionali per uscire dalla complessa situazione in cui si trova: dopo la messa al bando dei Fratelli Musulmani, infatti, le autorità islamiche si trovano nella spiacevole condizione per cui non possono avallare l’operato del Governo ma non possono nemmeno condannarlo apertamente.

Infine, c’è l’aspirazione di al-Sisi a riportare l’Egitto al ruolo di Pese chiave dell’area, com’era ai tempi di Muhammad Mubārak.

Per tentare di comprendere meglio la situazione in cui questo viaggio apostolico avrà luogo, abbiamo parlato con il professor Stefano Torelli dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

 

Quanto pesa la politica estera vaticana in Egitto? Come sono cambiati i rapporti tra i due Stati con l’arrivo al potere di al-Sisi? Esiste la possibilità che la diplomazia vaticana, direttamente o tramite l’influenza di altre autorità religiose locali, riesca ad influire sulle politiche di al-Sisi nei confronti dei diritti degli oppositori?

La politica estera vaticana in Egitto, a mio avviso, ha un peso non così rilevante, anche perché l’Egitto, come molti altri Paesi dell’area, ha delle caratteristiche di autoritarismo che sono aumentate con al-Sisi. Questo fa sì che difficilmente il Paese possa essere influenzato da potenze esterne, soprattutto da uno Stato come il Vaticano che, di per sé, a parte pressioni diplomatiche per ciò che può rappresentare dal punto di vista religioso in alcune aree dell’America Latine e dell’Europa, non può avere, e storicamente non ha mai avuto, un ruolo importante in quell’area. Quindi non penso che si possa parlare di influenza politica del Vaticano in un Paese come l’Egitto. Tra l’altro i rapporti tra i due Paesi sono rapporti normali, anche un po’ freddi, come è normale che sia con regimi autoritari, soprattutto in contesti a maggioranza mussulmana. Sicuramente è importante che vi sia una forte presenza cristiana in Egitto; però, tra l’altro, bisogna ricordare che non parliamo di una presenza di cristiani cattolici: si tratta di cristiani copti che hanno comunque una loro chiesa e, addirittura, un loro Papa. Quindi, anche da questo punto di vista, è difficile che si possa parlare di un qualche tipo di influenza. Sicuramente la visita del Papa è un messaggio forte, un messaggio importante: bisognerà vedere quali saranno gli aspetti che andrà più a toccare con al-Sisi.

Non penso che la diplomazia vaticana possa influenzare le decisioni di al-Sisi sulla questione dei diritti, soprattutto per la riluttanza di questo che, a mio avviso, difficilmente potrà cedere su alcune posizioni, anche se a far pressione fosse un attore come il Vaticano: non ha ceduto di fronte a pressioni che potevano compromettere gli interessi dell’Egitto in maniera più sostanziosa, come nel caso dei rapporti con l’Italia quando c’è stato il caso Regeni, o anche dei rapporti con gli Stati Uniti di Barak Obama; mi sembra realisticamente difficile che possano avvenire dei cambiamenti significativi. Sicuramente i Papa porrà l’accento sul rispetto dei diritti civili, politici e umani in Egitto, ma non penso che questa visita possa portare ad un cambiamento di un regime che, per sua natura, è molto autoritario e si basa proprio su quel non-rispetto dei diritti fondamentali, politici, civili ed umani, per la propria sopravvivenza.

Quali sono oggi i rapporti tra musulmani, cristiani ed ebrei in Egitto e quali i rapporti tra le varie correnti dell’islam?

Escluderei gli ebrei perché hanno una presenza davvero molto limitata sul territorio egiziano. È invece importante il discorso dei rapporti tra comunità musulmane e cristiane. Tra l’altro, bisogna ricordare che la comunità cristiana egiziana è la più grande, dal punto di vista numerico di tutto il Medio-Oriente: circa otto milioni di persone. Storicamente, i rapporti tra le comunità cristiana e musulmana non sono necessariamente stati conflittuali e lo stesso vale oggi. Il problema, chiaramente, viene dalle frange estreme. Oggi come in passato, i gruppi estremisti, con la presenza di gruppi affiliati all’Isis sorti anche in Egitto, sicuramente le comunità cristiane sono un obbiettivo di queste forze radicali; non si tratta però dell’unico obbiettivo di queste forze radicali: il loro è un progetto più ampio di destabilizzazione. Dal punto di vista dei rapporti con il regime, sia sotto Mubārak che oggi, sicuramente ci sono delle disparità di trattamento tra comunità cristiane e musulmane.

Per quanto riguarda i rapporti tra le diverse anime dell’islam, il discorso è più delicato perché c’è soprattutto l’effetto della politica repressiva di al-Sisi contro la Fratellanza Mussulmana. La Fratellanza Musulmana è nata in Egitto e lì ha forti radici. La Fratellanza Musulmana, nonostante sia stata accusata da molti e in molte epoche di essere stata un po’ ambigua, ha sempre rappresentato un lato abbastanza moderato dell’islam politico. Al-Sisi, per evidenti ragioni di interesse di politica interna, ha deciso di reprimere la Fratellanza Musulmana addirittura accusandola di essere un’organizzazione terrorista e questo ha complicato molto i rapporti interni tra le comunità mussulmane perché, di fatto, la Fratellanza Musulmana oggi è esclusa dalla vita pubblica, politica e sociale, in quanto oggetto di repressione, e questo ha lasciato un vuoto che, pian piano, è colmato paradossalmente da gruppi ancora più estremisti e radicali: gruppi salafiti e gruppi jihadisti, come quelli affiliati all’Isis, che stanno avvantaggiandosi da questa situazione. In Egitto oggi c’è un rischio instabilità molto forte: la Fratellanza Mussulmana aveva sempre costituito una sorta di argine all’islam più radicale.

Quale è la posizione delle autorità islamiche egiziane nei confronti della galassia fondamentalista e dei Fratelli Musulmani?

Al-Azhar, che è il centro più importante, è in una posizione abbastanza delicata e scomoda nel senso che, da un lato non vede di buon occhio l’esclusione dei Fratelli Musulmani e sicuramente condanna fortemente l’islam radicale, dall’altro lato ha bisogno di mantenere un rapporto cordiale almeno di facciata con il regime: quindi è stretta tra due fuochi. Al-Azhar ufficialmente ha condannato e continua a condannare qualsiasi forma di estremizzazione dell’islam e di terrorismo, però, dall’altro lato, non ha usato, e forse non può usare, gli stessi toni di condanna per il regime di al-Sisi e sulla Fratellanza Musulmana non ha espresso una posizione forte: è vincolata da questa necessità, essendo anche  parte delle istituzioni, di non dissentire troppo con il regime.

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