sabato, Ottobre 16

Egitto, il nuovo progetto costituzionale e i suoi limiti field_506ffb1d3dbe2

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costituzione egitto

Una settimana è trascorsa da quando l’Assemblea costituente egiziana ha approvato la bozza della nuova Costituzione, destinata a sostituire quella emanata nel dicembre 2012 sotto il Governo dell’ex Presidente Mohammed Morsi. La forte connotazione islamista della Carta è divenuta inaccettabile per le nuove istituzioni egiziane, intente a portare a compimento un processo di bonifica dell’agone politico dai lasciti dell’esperienza islamista dello scorso anno. Nonostante il comitato dei costituzionalisti e le forze di governo cerchino di evidenziare come il nuovo testo ponga le migliori fondamenta possibili per la costruzione di un Egitto democratico, nel Paese circola una forte diffidenza nei confronti di una Carta ritenuta ambigua ed eccessivamente conservatrice. Abbiamo intervistato Alessandro Accorsi e Giovanni Piazzese, due giornalisti e analisti free-lance che vivono in Egitto e fanno parte del collettivo di reporter ‘Zeernews’, per comprendere quale sia stata la reazione pubblica nel Paese all’uscita del testo e come si stia evolvendo il dibattito politico in Egitto.

 

Mohamed Salmawy, giornalista e portavoce del comitato dei 50 costituzionalisti che hanno redatto la nuova Carta, ha affermato che il referendum per l’approvazione del testo sarà «la pietra miliare su cui un nuovo sistema secolare e democraticamente eletto verrà formato». Il dissenso a tale riguardo è però forte: molti oppositori ritengono che la Carta non sia espressione dei valori della rivoluzione, quanto piuttosto di una diffusa volontà di stabilizzazione. Cosa pensate a tale riguardo?

L’impressione che abbiamo avuto, parlando anche con esperti legali, è che la Costituzione mantenga l’assetto di quella del 1971, una Costituzione molto conservatrice, pur senza i riferimenti islamisti di quella dello scorso anno. La Costituzione voluta da Sadat è una che dà molti diritti, ma può anche riprenderseli subito tramite la legge, trasformando di fatto l’Egitto in una democrazia ‘cosmetica’. Il linguaggio di questa bozza resta quindi conservatore: sono state emendate tutte le storpiature islamiste aggiunte lo scorso anno, alcune delle quali paradossali e assurde – ad esempio l’articolo in cui lo Stato si impegna a garantire l’eguaglianza tra uomo e donna a meno che non sia in conflitto con le regole della sharia o i riferimenti alla Umma nel primo articolo. Il problema è che, come dice l’analista Zaid al-Ali, i costituzionalisti hanno spinto al massimo l’assetto costituzionale del 1971, senza però cambiarlo e mantenendone l’impostazione profondamente conservatrice.

Per com’è fatta, la Costituzione potrebbe essere sufficiente a garantire equità e rispetto a tutti i cittadini – considerato il maggior spazio riservato ai diritti rispetto a quella del 2012 – ma può al contempo essere plasmata a piacimento dal Presidente. Il rischio è che un Parlamento molto conservatore o un Presidente forte e autoritario come Sisi potrebbero facilmente minare gli stessi diritti che vengono teoricamente garantiti dalla Costituzione. Non c’è quindi solo un attacco ai Fratelli Musulmani, ma a tutti coloro che non vogliono una società troppo conservatrice. La nostra impressione è che la Carta sia miope e sconti tutte le preoccupazioni degli ultimi mesi, eccedendo nell’intenzione di riportare la sicurezza. Si vuole restaurare un ordine chiuso che ignori tutti i problemi del Paese, dalla necessità di una riconciliazione nazionale alle richieste per maggior giustizia sociale, dando un taglio netto rispetto agli ultimi tre anni di rivoluzione e lasciando spazio alla formazione di un governo autoritario.

La nuova Legge sulle manifestazioni, approvata a fine novembre, mostra con ogni evidenza come oggi le forze governative stiano dando la priorità data al rafforzamento della sicurezza interna e alla stabilizzazione politica piuttosto che al riavvio di un sincero processo democratico. Siete d’accordo?

C’è sicuramente la volontà di chiudere totalmente con la stagione di proteste. Pochi giorni fa il magnate egiziano Sawiris ha fatto un appello alla nazione per dire ‘basta agli scioperi e alle proteste ‘ ed esortare a lavorare per risolvere la crisi economica. La stabilizzazione del Paese non passa però oggi dalla repressione del dissenso ma da un suo riassorbimento: negli ultimi 5 mesi si è visto che, per quanto la Fratellanza sia allo sbando, mantiene comunque un forte supporto popolare. Più la repressione si fa dura, più l’alleanza che si sta ricreando attorno al simbolo di Rabaa cresce. 

Il Governo deve lavorare molto per assicurare la sicurezza al Paese: ci sono stati otto attacchi bomba nel Paese, tra Sinai, Ismailiyya e Cairo. La scorsa settimana al Cairo è esplosa una bomba a mano presso un checkpoint della polizia. Ci sono una serie di gruppi islamisti radicali che si muovono a livello locale, completamente staccati dalla Fratellanza. Non c’è un ritorno alla sicurezza: sono stati arrestati e massacrati anche gran parte di coloro che non volevano la violenza e cercavano di manifestare i propri diritti (il 6 ottobre sono stati uccisi altri 50 Fratelli Musulmani). Da una parte i gruppi violenti stanno aumentando la propria forza, dall’altra parte la repressione del dissenso si sta allargando per colpire anche gran parte dei rivoluzionari della prima ora. Si vuole voltare pagina e assicurare l’ordine nel momento in cui per la prima volta nel corso dei mesi recenti il discorso pro-militare inizia a rompersi. Fino a qualche settimana fa, andando per le strade di qualsiasi quartiere del Cairo, accadeva raramente di imbattersi in qualcuno che parlasse male dei militari: tutti erano contro i Fratelli Musulmani e gli islamisti, mentre l’Esercito era salutato come un’istituzione eroica, i ‘figli della Patria’ che hanno salvato il Paese. Nelle ultime settimane invece, dopo le recenti repressioni delle manifestazioni di molti degli attivisti che hanno dato il via alla rivoluzione popolare contro Morsi, inizia a montare la rabbia nei confronti dei militari. Le televisioni hanno ripreso le immagini della violenza contro i manifestanti secolari che richiedevano maggiori diritti, iniziando a porre domande sulla liceità di quella violenza e su quale sia il limite della repressione.

Qual è stato il momento in cui si è compreso che sarebbe stato impossibile tornare a includere i gruppi islamisti all’interno del dibattito politico?

A mio parere è stato il massacro del 26 luglio a Rabaa, la prova generale di quello che sarebbe accaduto ad agosto, quando la polizia ha iniziato a sparare su un corteo di islamisti che cercavano di uscire dalla piazza, dando il via a una battaglia durata tutta la notte e uccidendo 120-130 persone. Fino al 26 luglio la possibilità c’era, era stato attivato un dialogo tra dirigenza dei Fratelli Musulmani e Governo. I Fratelli erano disposti a rinunciare al Governo Morsi, ma volevano garanzie sulla libertà di azione politica nel futuro e la possibilità di mantenere le strutture del partito per competere in futuro. I militari chiedevano che venissero smantellati i sit-in e che le persone tornassero a casa e poi si sarebbe potuto discutere. I Fratelli non hanno potuto accettare perché hanno venduto all’inverosimile ai propri militanti il ritorno di Morsi, convincendoli della possibilità di tale evenienza: a quel punto per loro era impossibile tornare indietro e hanno deciso di continuare a negoziare utilizzando le proteste per mantenere una posizione di forza. I militari hanno iniziato ad alzare l’asticella delle richieste, chiudendo nel giro di qualche settimana lo spazio per il dialogo. L’unico che avrebbe potuto tenere aperto il dialogo era el-Baradei, la cui dipartita ha eliminato l’unica figura di riferimento che avrebbe potuto permettere ai Fratelli di essere riassorbiti nel sistema. Oggi c’è un clima di ‘caccia alle streghe’, che chiude ogni possibilità di dialogo, ma al contempo produce una forma di disillusione generalizzata

Zaid al-Ali, acuto analista dei processi costituzionali, ha detto al Guardian che «la Costituzione sembra più attenta a tenere la Fratellanza lontana dal potere che a implementare i processi che possono fermare l’impoverimento di massa in Egitto». Siete d’accordo con questa affermazione?

Abbiamo recentemente intervistato Zaid al-Ali, che ci ha spiegato come secondo lui la Carta non contiene idee rivoluzionarie: i diritti vengono assicurati, ma non si spiega come garantire l’accesso ai servizi di base per milioni di egiziani. C’è il diritto di educazione, ma non si chiarisce come applicarlo. Grande potere è messo in mano alle corti e ai tribunali. L’eccessiva indipendenza del potere giudiziario in Egitto crea un evidente problema: mancano gli strumenti veri e propri per assicurare i diritti, lasciando troppa autorità a istituzioni profondamente conservatrici e ai codici legali che queste producono. Si veda l’esempio riguardante la rappresentanza sindacale: si sottolinea il diritto di ogni lavoratore di far parte di un sindacato, ma al contempo si mantiene l’impostazione della Costituzione dell’anno scorso che garantisce il diritto di rappresentanza, ma prevedeva l’esistenza di un solo sindacato per ogni categoria professionale. Come garantire i diritti dei lavoratori se non si fornisce loro la possibilità di uscire fuori dal contesto del sindacato unico creato da Nasser? Troppe istanze rivoluzionarie non vengono prese in considerazione da questa Carta. In Egitto, intanto, continua a crescere l’inflazione: la Banca centrale egiziana ha recentemente tagliato i tassi di interesse e la moneta perde valore. L’assenza di lavoro, l’aumento dei prezzi e il calo degli stipendi stanno facendo sentire fortemente la crisi agli egiziani che ora faticano ad arrivare alla fine del mese.

Qual è la portata della frattura in seno alla società civile egiziana oggi? Qual è il livello di polarizzazione raggiunto all’interno del Paese?

C’è un problema di narrazione rivoluzionaria, che molti hanno piegato secondo i propri interessi. I Fratelli Musulmani ne hanno una fortemente sbilanciata a loro favore, che li mostra come coloro che hanno dato vita alla rivoluzione del 25 gennaio – cosa non vera. Inoltre, sostengono di essersi sempre opposti ai militari, come in occasione degli scontri di Mohamed Mahmoud nel Novembre 2011, mentre solo alcuni dei suoi membri più giovani erano per strada in quei giorni e i suoi esponenti politici cercavano di negoziare a porte chiuse con le forze armate. Molti dei seguaci della Fratellanza vogliono ignorare che il 5 dicembre scorso le loro milizie hanno massacrato i manifestanti che assediavano pacificamente il Palazzo presidenziale, allestendo camere di tortura dentro l’edificio e agendo con l’aiuto della polizia. Dall’altra parte c’è una differente narrazione anch’essa falsa, quella dei militari, che vogliono mettere a tacere le voci riguardanti abusi e violenze compiute negli ultimi anni e mostrarsi come forza rivoluzionaria, cercando di arrogarsi più poteri possibile. Entrambi i lati si stanno appropriando di una verità rivoluzionaria che in realtà non appartiene a nessuna delle parti. 

 

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