lunedì, Luglio 26

Egitto e Qatar sempre più distanti field_506ffb1d3dbe2

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Fino alla scorsa estate, sembrava che il forte sostegno economico e politico garantito al Governo di Mohamed Morsi rappresentasse la migliore mossa possibile per l’emirato del Qatar, che negli ultimi anni ha dato vita a un’ambiziosa politica di espansione della propria sfera di influenza nel mondo arabo. Doha aveva compreso come, a seguito delle Primavere arabe, fosse in atto un processo di ristrutturazione degli equilibri diplomatici nella regione, e aveva compreso che sostenere i maggiori partiti islamisti le avrebbe garantito una nuova centralità all’interno di una regione MENA in evidente trasformazione.

A pochi mesi di distanza, molto sembra essere cambiato. La fine della breve esperienza di Governo della Fratellanza Musulmana e il ruolo centrale assunto dall’Esercito ha significato un repentino raffreddamento dei rapporti tra Egitto e Qatar, che tanto aveva investito nel sostegno alla Ikhwan, e una nuova centralità dell’Arabia Saudita, che è tornata a essere il principale punto di riferimento economico e politico per Il Cairo. L’irrigidimento delle posizioni ufficiali del Governo egiziano, non disposto a trattare con le opposizioni e intenzionato a portare avanti la propria repressione nei confronti della rivolta islamista in atto nel Paese, continua oggi ad ampliare la frattura apertasi tra i due Paesi.

Il 3 gennaio scorso, il Ministro degli Esteri del Qatar, Khalid bin Mohammad al-Attiyah, ha reso pubblico sul sito del suo Ministero un comunicato ufficiale in cui esprimeva la sua preoccupazione per il «crescente numero di vittime della soppressione delle manifestazioni»  e per «la morte di un grande numero di persone in tutte le parti dell’Egitto». «La decisione di considerare le manifestazioni come un atto di terrorismo non ha interrotto le proteste pacifiche», ha detto al-Attiyah «ma è stato un preludio alla politica di intensificazione delle sparatorie per uccidere i manifestanti». Al-Attiyah ha concluso sottolineando come il confronto diretto, l’opzione della sicurezza e la mobilitazione non siano le strade per portare stabilità, e come solo un dialogo inclusivo tra i segmenti politici possa essere una soluzione.

Già negli scorsi mesi si era compreso, a più riprese, come l’atteggiamento critico assunto dal Qatar nei confronti della nuova giunta al potere in Egitto e la condanna delle azioni armate contro i manifestanti da parte del piccolo Paese del Golfo avessero raffreddato i rapporti con un Governo alle prese con la stabilizzazione della situazione interna. A più riprese il Ministro egiziano degli Esteri, Nabil Fahmy, aveva fatto comprendere come l’Egitto avrebbe tollerato sempre meno i tentativi di interferenza da parte di Doha. «Rifiutiamo le dichiarazioni provenienti dal Qatar, nella forma e nel contenuto: non ci dovrebbe essere alcun intervento negli affari interni egiziani» affermò perentorio il Ministro, in risposta alle parole di al-Attiyah.

«Stiamo prendendo pazientemente in considerazione la posizione del Qatar e stiamo prendendo le nostre decisioni in maniera graduale» ha affermato Badr Abdel Ati, portavoce del Ministro degli Esteri, aggiungendo come l’Egitto sia «ancora tollerante e aperto a una relazione forte con il Qatar» e come le relazioni si siano deteriorate «in seguito all’interferenza qatarina negli affari egiziani. L’Egitto non ammetterà un ulteriore ingerenza nei suoi affari interni».

Le difficoltà nel dialogo tra Egitto e Qatar non passano, però, solo dalle parole della diplomazia ufficiale. Negli scorsi giorni, l’influente chierico egiziano Youssef al-Qaradawi, che da anni vive in esilio in Qatar e tiene una seguita trasmissione su ‘al-Jazeera‘, ha nuovamente puntato il dito contro l’Egitto e l’Arabia Saudita. In un’intervista rilasciata alla Reuters, Qaradawi ha stigmatizzato il supporto economico saudita al nuovo Governo egiziano, composto da persone «lontane da Dio e dall’Islam» e che usano il denaro straniero per «uccidere egiziani innocenti» piuttosto che aiutare i poveri.

«Chiamo la gente dell’Arabia Saudita e il regime saudita a schierarsi al fianco della gente egiziana, contro gli omicidi e i loro esecutori, mettendosi dalla parte del giusto contro lo sbagliato, di stare con le vittime invece che con gli assassini, con gli oppressi invece che con gli oppressori. […] Questi governanti odiano l’Arabia Saudita e il suo regime al potere. Non credono affatto nella sharia».

Nato in Egitto nel 1926, Youssef al-Qaradawi si è, nel corso degli ultimi vent’anni, imposto come uno dei più importanti teologi islamici sunniti. La sua capacità nel combinare un’indefessa attività di predicazione e di pubblicazione a una particolare attenzione per i nuovi mezzi di informazione ha fatto sì che la sua influenza sulla comunità islamica si espandesse in maniera esponenziale. Qaradawi conduce su ‘al-Jazeera‘ la trasmissione ‘Sharia and Life‘: il grande seguito ottenuto dalle sue trasmissioni lo ha reso particolarmente temuto dai governanti della regione, che lo hanno accusato di aizzare i suoi ascoltatori e di essere portatore degli interessi del Qatar.

Marc Lynch, analista di ‘Foreign Policy’ e professore di scienze politiche alla George Washington University, ha reso alla perfezione la perplessità generale riguardante quale sia oggi l’influenza che il chierico esercita dal Golfo: «L’annoso dibattito sul fatto che Qaradawi sia “un moderato o un estremista” ha sempre mancato il punto. E’ di gran lunga più importante rilevare come Qaradawi sia sempre stato un opportunista politico, con un senso eccezionalmente sviluppato di quale sia l’umore politico nel mondo arabo, in grado di riflettere e di dar forma alle principali posizioni pubbliche arabe, non necessariamente quelle degli islamisti […]. Oggi lui non è però più influente come fu un tempo, a causa del rapido e drammatico cambiamento nella politica nel mondo arabo, incluso il fastidio nei confronti del Qatar, il declino di al-Jazeera, la crescente polarizzazione contro la Fratellanza Musulmana, e la generale proliferazione di nuovi media e nuove voci».

 

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