mercoledì, Aprile 21

Egitto e la piaga del carburante field_506ffb1d3dbe2

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È l’estate del 2012 e siamo al Cairo. Morsi è stato eletto presidente solo poche settimane fa. Le sospensioni dell’elettricità sono la norma. La carenza d’acqua fa parte del modo di vivere. È il tempo di occuparsi degli oleodotti, che si estendono per chilometri e chilometri. Tutti sapevamo che l’Egitto stava attraversando una crisi energetica, ma quello che è successo è ridicolo. Ci vogliono otto, nove, dodici ore di fila per fare benzina. A volte scoppiano risse e perfino conflitti a fuoco: le munizioni sono quasi esaurite, nel cuore del Cairo.

L’unica cosa che sia peggio del dover riempire il serbatoio e dover aspettare (e lottare) così a lungo è quando raggiungi finalmente la pompa e chiedi umilmente 25 miserabili litri di benzina, con l’incredulità del benzinaio. Questo può succedere a chi, come me, possiede una Peugeot 405 con un delicato (e imperfetto) serbatoio che inizia a perdere se ci metti dentro più di 25 litri.

Così ho passato l’estate del 2012: tre giorni di esistenza normale (che a volte significa guidare tutto intorno alla città) hanno un prezzo: al quarto giorno devi arrenderti perché va offerto in sacrificio a una divinità pagana, il Dio dei combustibili fossili. Il petrolio era contrabbandato dalla striscia di Gaza, per gentile concessione di Hamas, o scambiato nel mercato nero, o semplicemente non bastava. La probabilità vedeva concorrere tutti questi fattori.

Facciamo un avanzamento rapido di 24 mesi. È l’estate del 2014 e l’Egitto ha un nuovo presidente. Una delle prime decisioni di Abdel Fattah al-Sisi è stata quella di respingere il bilancio presentato dal governo. È inaccettabile, dice, autorizzare un budget 2014-2015 con un deficit di 288 miliardi di EGP (40,2 miliardi di dollari), più dei 240 miliardi di EGP (33,5 miliardi di dollari), previsti entro la fine del giugno 2014. Ha annunciato che avrebbe rinunciato a metà del suo stipendio e delle sue proprietà, per il bene del Paese. Più tardi, Sisi ha approvato un bilancio revisionato con un deficit di 240 miliardi di EGP, il 10 per cento del PIL.

Allora, da dove verrà il denaro che ridurrà il deficit? Nel giro di poche ore, se non minuti, l’Egitto risuona delle voci sugli imminenti aumenti dei prezzi del carburante. Si parla di ‘ristrutturare’ il sussidio del combustibile. Pochi giorni dopo, ecco l’annuncio: il prezzo della benzina a 92 ottani sarà di 2,60 sterline egiziane al litro, con un aumento del 40 per cento, mentre la benzina a 80 ottani salirebbero a 1,60 sterline al litro, con un aumento del 78 per cento. Il diesel salirà a 1,80 sterline al litro, con un aumento del 63 per cento, mentre il gas naturale, meno comunemente utilizzato per i veicoli, aumenterà del 175 per cento a 1,10 sterline per metro cubo.

Il governo è fin troppo consapevole di quanto possa risultare sgradevole una simile mossa in un Paese come l’Egitto, che ha vissuto turbolenze civili ininterrotte per oltre tre anni. D’altra parte, il governo – e il presidente – sono anche ben consapevoli del fatto che l’Egitto non può permettersi di sostenere le sovvenzioni al combustibile (Bloomberg ha recentemente messo l’Egitto al quarto posto nella lista dei paesi in cui la benzina è più conveniente: un gallone di benzina in Egitto costa attualmente solo un dollaro).

Sisi ha cercato di preparare gli egiziani per l’annuncio. Solo poche settimane fa, gli egiziani si erano svegliati alla vista del loro presidente neo eletto a cavallo di una bicicletta, che guidava centinaia di ciclisti – tra cui personaggi pubblici, attori e membri del gabinetto – per le strade del Cairo. Nelle dichiarazioni post-pedale, Sisi ha detto: «Se si utilizza l’auto, si pagano circa 4 sterline per fare 20 o 25 km, e l’Egitto ne paga altre 8. Ma se 3.000 persone facessero questo (ciclismo) come me, quanto si risparmierebbe ogni giorno?».

Anche se ha senso ridurre le sovvenzioni di stato ai combustibili (che si mangiano un quinto del budget dell’Egitto), la decisione sarà sempre impopolare e richiede coraggio politico. La tempistica è ben lungi dall’essere perfetta. Gli aumenti vengono annunciati quasi esattamente un anno dopo la rimozione del presidente islamista Morsi dal suo incarico, dopo manifestazioni di massa e interferenze militari. Il fatto che gli aumenti dei prezzi coincidano con il Ramadan, quando ci sono i picchi di consumo, non aiuta. Benzina più costosa significa che costerà di più mettere il cibo in tavola. La maggior parte del cibo dell’Egitto è prodotto in zone rurali remote e viene trasportato verso le città. Nella frenesia generale degli aumenti dei prezzi del carburante, tutti i beni e i servizi costeranno di più; anche il garzone della locale lavanderia si aspetterà una mancia più alta.

La cybersfera reagisce con rabbia. Gli account dei filo-islamisti, in particolare, come ad esempio @Rassd_News (quasi 1,4 milioni di follower) @Eg_now e @ENN_press vivono giornate campali, ogni giorno, da settimane; si vedono video condivisi con tassisti arrabbiati e proprietari di negozi che minacciano la disobbedienza civile – alcuni si dicono rammaricati di aver votato Sisi alle elezioni presidenziali di maggio. Qualcuno su Facebook scrive: “restituite a Sisi quello che ha donato (la metà del suo stipendio e delle proprietà) e in cambio ci restituisca i vecchi prezzi del carburante”.

Nel frattempo, solo voci non confermate sulla ripresa degli approvvigionamenti di benzina al Cairo e l’incredulità anima ancora il viso dell’addetto alla pompa, quando finalmente lo raggiungo. Peccato che questa volta io non possa dare la colpa a Hamas.

(traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

 

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