domenica, Aprile 18

Egitto: come lo voleva Morsi

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L’Egitto non ha certo avuto una storia facile. E ogni Presidente ha lasciato la sua impronta nella vita politica del Paese: Gamal Abdel Nasser, Anwar Sadat, e Hosni Mubarack. La Primavera araba, Primavera di nome ma Inverno di fatto, aveva sollevato le speranze di molti, e così le centinaia di manifestanti riuniti a Piazza Tahir, al Cairo, chiedevano a gran voce un cambiamento. E il cambiamento si è di certo avuto, anche se non nella forma che molti si aspettavano. Se i manifestanti avevano chiesto più democrazia, più equità e giustizia sociale, più diritti e più uguaglianza, in un Paese in cui tutto questo non sembrava essere una realtà, non avrebbero visto concretizzarsi le proprie speranze. La Primavera non sembrava avere il sapore che tutti, tra un misto di speranza e di ingenuità, si attendevano.
Così, nell’estate del 2012, iniziava l’era del Presidente Mohamed Morsi, e dei Fratelli Musulmani, organizzazione culturale e politica che oggi, dopo il colpo di Stato del Generale  Abdel Fattah El Sisi e i recenti fatti è tornata all’onore delle cronache. Il Governo Morsi ebbe vita breve, soltanto un anno, ma anche in questo breve lasso di tempo ebbe modo di far parlare di sé. Oggi più che mai, da quando il Governo militare di al-Sisi ha deposto il primo Presidente eletto della storia egiziana dando il via ad una dura repressione tra i ranghi dei Fratelli Musulmani, giova chiedersi il perché di tanti sconvolgimenti. Se da una parte Morsi difendeva la propria legittimazione democratica, e se dall’altra al-Sisi denunciava le violenze di un partito che sempre di più sembrava acquisire i metodi di un’organizzazione terroristica, la situazione si prospetta assai complessa.

Il Governo Morsi è stato caratterizzato soprattutto per una marcata tendenza all’islamizzazione dello Stato, ed è senza dubbio questo l’aspetto più interessante. Se è vero che Sadat e Mubarack non potevano certo prescindere dal ruolo che la religione musulmana era chiamata a giocare all’interno della società egiziana, è vero anche che le Istituzioni statali, specialmente la Suprema Corte Costituzionale, avevano sempre contenuto l’influenza islamica, vigilando sull’applicazione dei principi dell’ordinamento. Anche la condizione delle donne nella vita pubblica era notevolmente migliorata, negli ultimi decenni, e nessuno avrebbe potuto definire l’Egitto come un Paese fondamentalista. Quando si parla di Paesi fondamentalisti, infatti, siamo abotuati a pensare a ben altri modelli.
Ma cosa bisogna intedere per islamizzazione dello Stato? Al di là del clima di tensione nei confronti delle minoranze non sunnite, specialmente cristiane, la modifica più radicale si è avuta con l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Le Costituzioni in Egitto non sono mai variate di molto, e le modifiche, spesso, hanno riguardato solo aspetti marginali, mentre l’impianto di fondo dell’ordinamento rimaneva il medesimo. Con il Governo dei Fratelli Musulmani, invece, assistiamo alla più radicale modifica della Carta costituzionale egiziana. E anche se questa nuova Costituzione ha avuto vita breve, proprio come il Governo Morsi, non ha mancato di suscitare molte polemiche. I manifestanti di Piazza Tahir avevano protestato per un Paese più democratico e per godere di più diritti, la nuova Costituzione non sembrava muoversi in tal senso, limitandosi a rivedere alcune caratteristiche della figura del Presidente, ma lasciando la disciplina dei diritti invariata, e talvolta addirittura peggiore della precedente. L’educazione veniva, anzi, improntata ai valori e ai principi della religione islamica, e venivano poste le basi per l’incriminazione di dissidenti, e per la condanna di chi avesse contestato i principi islamici.
Il punto di maggior interesse è comunque l’articolo 2 della nuova Costituzione, rimasto invariata dalla sua precedente formulazione. Tale articolo, spesso noto come clausola confessionale, introduce nell’ordinamento giuridico i principi della Shari’a, la legge islamica, e li eleva a principale fonte della legislazione. Ciò significa che i Tribunali avrebbero potuto giudicare sulla base di una legge non scritta e non codificata, come la appunto la legge islamica, intorno alla quale esistono comunque una pluralità di visioni non sempre concordanti. Inoltre, le leggi avrebbero potuto essere dichiarate incostituzionali qualora avessero contrastato con la Shari’a, e il Legislatore non avrebbe potuto emanare nuovi atti normativi se non fossero stati in accordo con i principi islamici. Ciò, ovviamente, avrebbe posto tutta una serie di problemi: innanzitutto di certezza del diritto, perché le leggi devono essere conoscibili, ma anche di tutela dei diritti, in quanto la Shari’a non sempre si concilia con i principi costituzionali dell’ordinamento.
Per il passato, sotto il Governo di Sadat prima di Mubarack poi, la Corte Costituzionale era sempre riuscita a trovare una mediazione tra la legge islamica e la legge dello Stato, tra le esigenze della fede e quelle dell’ordinamento, contenendo l’influenza della religione nelle Istituzioni. Così, attraverso l’interpretazione delle norme, i giudici costituzionali erano sempre riusciti a trovare un punto d’incontro, e a garantire il rispetto dei diritti individuali, evitando una deriva teocratica del sistema costituzionale. Con Mohamed Morsi, al contrario, la Corte Costituzionale perdeva la sua possibilità di interpretare le norme della legge islamica, e l’interpretazione della Shari’a sarebbe andata, invece, agli studiosi dell’Università coranica di al-Azhar, la luminosa. Al-Azhar è il più grande centro di studio e predicazione dell’Islam sunnita nel mondo, e uno dei più antichi e prestigiosi in assoluto. Al-Azhar non è solo un’Università, non è solo un luogo di insegnamento, ma è anche un luogo di culto e di predicazione, e il suo Rettore è la terza carica spirituale del Paese: al-Azhar è, quindi, un’istituzione religiosa.
Va da sé che quando alla Magistratura viene tolto il primato nell’interpretazione della legge, e quando una legge religiosa viene interpretata da un’istituzione religiosa per poi essere applicata dagli organi dello Stato, la situazione può sfuggire di mano, e portare ad esiti imprevedibili. E infatti le proteste, già durante i primi mesi del Governo Morsi, sono state molte. Celebri sono state le incriminazioni di persone sull’accusa di vilipendio all’Islam, come nel caso di Albert Saber, accusato di blasmefia per aver pubblicato sulla sua pagina parti di un film, o dei due bambini cristiani Nabil Naji Riz e Mina Nadi Faraj, di nove e dieci anni, anch’essi accusati di blasfemia e rilasciati per le numerose proteste internazionali. Era chiaro che i manifestanti di Piazza Tahir, invocando il cambiamento, non avevano in mente necessariamente questo tipo di cambiamento.
Nell’estate del 2013, un anno dopo la presa del potere dei Fratelli Musulmani, il Governo di Mohamed Morsi consumava i suoi ultimi giorni. Il colpo di Stato del Generale al-Sisi, sull’onda delle proteste contro il nuovo corso storico islamista, si preparava a deporre il Presidente eletto, e poco dopo ad abrogare la nuova Costituzione con tutti i suoi punti controversi. L’era di Morsi non è stata di certo duratura, essendosi tutto consumato nel giro di un anno, ma risulta ancora oggi di fondamentale importanza per comprendere certe dinamiche del Paese, in special modo il problematico punto di equilibrio tra legge dello Stato e legge islamica, tra tradizione e modernizzazione, e tra fede e Istituzioni. L’ago della bilancia, come era stato spostato a favore della moschea due anni fa, è stato spostato nuovamente a favore dell’Esercito l’anno passato.

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