martedì, Settembre 21

Educatori: l’orizzonte di una professione difficile ma preziosa Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una progressiva ‘accademizzazione’ delle figure educative. Nei corsi di laurea non viene sufficientemente trasmesso il valore dell'esperienza ‘sul campo’

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In questo ultimo periodo, all’interno del mio contesto lavorativo, si sente spesso parlare di ‘professionalità’ di ‘professionisti’, accompagnati da frasi come ‘siamo bravi nel nostro mestiere’, ‘siamo dei professionisti’.

Se da un lato ci si sente gratificati, dall’altro, forse complici i quasi 25 anni di lavoro educativo, questi aspetti mi pongono delle domande e delle riflessioni.

Cosa significa professionalità? Quali caratteristiche e quali competenze individuano un professionista? Il nostro ‘mestiere’ è differente in base ai contesti, alle tipologie d’utenza ed altre variabili oppure è generico.

Per provare a dare delle risposte a questi quesiti, ritengo sia necessario approfondire i diversi aspetti che compongono la complessità del nostro settore lavorativo.

Nelle righe che seguiranno vorrei portare il mio personale punto di vista ponendo l’attenzione su alcuni aspetti che sento a me più vicini, che mi sono da stimolo per mettermi in discussione, comunque consapevole dell’ampiezza e della complessità del tema, in relazione agli svariati punti di osservazione possibili.

All’interno di un’equipe di cui facevo parte parecchi anni fa i rapporti tra Coordinatrice da un lato ed educatori/educatrici dall’altro, ad un certo punto divennero difficili e conflittuali.

La Cooperativa propose un percorso di Supervisione al fine di aiutare e supportare l’equipe in quella fase così delicata.

Una domanda che la Supervisora fece alla Coordinatrice mi colpì molto e mi fece riflettere: “Quando eri piccola, ti ricordi quali erano le emozioni che vivevi quando tua madre ti sgridava e come reagivi?”.

Come lavoriamo, come ci relazioniamo con le varie tipologie d’utenza, le scelte educative che sosteniamo e portiamo avanti sono condizionate in buona percentuale anche da chi siamo noi, dalla nostra storia di vita, dai vissuti ed esperienze.

Nulla di nuovo fin qui, ma il nodo critico penso sia proprio la poca consapevolezza dell’importanza di questo aspetto ed anche il poco risalto che viene dato, sia durante il confronto educativo nei luoghi di lavoro, sia nel mondo accademico dell’Università, a queste variabili così importanti.

I nostri processi decisionali, nel nostro lavoro, sono anche riconducibili, su un piano meno razionale, alla nostra storia di vita ed esperienze.

L’efficacia dei nostri interventi e percorsi educativi con l’utenza passa inevitabilmente attraverso questi filtri.

La consapevolezza di queste dinamiche penso sia direttamente collegata all’efficacia.

Tanto più ci conosciamo, tanto più siamo consapevoli di chi siamo e di come funzioniamo, maggiore sarà l’efficacia del nostro lavoro e maggiori saranno i risultati e l’utilità dei percorsi e processi educativi che implementiamo e portiamo avanti.

Come regalo per la fine della terza media, era il 1985, ricevetti il mio primo apparecchio radio.

In quegli anni, le radio più sofisticate avevano un tastino che, quando premuto, aiutava la ricezione del canale in FM in modo più preciso.

Si chiamava la ‘sintonia fine’.

Quelle meno sofisticate, come la mia, invece del tasto avevano una rotellina che andava utilizzata manualmente.

Se la ricezione di una stazione radio non era perfetta mi mettevo li, con pazienza, tenacia e tanta sensibilità, a manovrare quella rotella con il mio esile dito, fino a quando quel canale radio non si sentiva in modo perfetto o quantomeno soddisfacente.

Mi è capitato di portare questo aneddoto durante equipe o supervisioni perché penso che racchiuda in se l’essenza del nostro lavoro educativo.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una progressivaaccademizzazionedelle figure educative.

La mia personale sensazione è che nei corsi di laurea non venga sufficientemente trasmesso il valore dell’esperienzasul campo’, dellanormalità intesa come strumento di crescita personale che attinge dalla vita di tutti i giorni,dalla quotidianità.

L’evoluzione delle figure educative penso parta proprio da qua, da quel processo che nasce e si sviluppa dall’essere consapevoli di chi siamo, delle esperienze che abbiamo vissuto e che arriva dalla capacità di mettere il nostro percorso di vita, la nostra “normalità” al servizio della nostra professione, della nostra utenza.

La nostra ‘normalità’ è quella sintonia fine di cui parlavo prima, che ci consente quell’empatia e quella vicinanza relazionale che valorizza e forse rende ancor più efficaci i nostri interventi educativi.

Inoltre, ci offrirebbe la possibilità di individuare il tipo di utenza nei confronti della quale potremmo, potenzialmente, essere più efficaci ed incisivi nel progetto educativo.

Il rischio di passare il messaggio che con una Laurea ci si possa occupare indifferentemente di utenze molto diverse tra loro, pensiamo ad esempio agli interventi educativi nelle scuole primarie accostati alle persone che fanno percorsi di recupero nelle comunità che si occupano di dipendenze, è quello di suscitare, da un lato, nelle educatrici ed educatori, un senso di perenne insicurezza, e dall’altro, invece, di creare dei professionisti che si percepiscano in modo autoreferenziale, dei detentori e detentrici del sapere educativo in senso assoluto.

L’ Università, partendo da questo punto di vista, dovrebbe a mio avviso, farsi maggiormente promotrice di percorsi che tengano in considerazione questi aspetti perché necessari per la formazione di professionisti e professioniste più competenti, anche sotto il profilo empatico ed emozionale, e strutturati.

 

 

* Italo Patella, Educatore presso la Cooperativa San Donato di Torino

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