domenica, Settembre 26

Editoria indipendente, paladina della bibliodiversità

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In Italia l’editoria indipendente si divide circa il 38,2 per cento delle quote di mercato. La restante percentuale è occupata da sei grandi gruppi editoriali, capitanati dal Gruppo Mondadori (26,5 per cento), che abbracciano le diverse case editrici. Pochi dati sono bastati per delineare una situazione di mercato “monopolistica” in Italia, in cui sono pochi a detenere il controllo sulla produzione culturale, e non senza influenze politiche, economiche e di mercato. Come sopravvive l’editoria indipendente in questo particolare contesto? Perché è giusto che ci sia e che continui a rimanere in vita?

Ne abbiamo parlato con Gino Iacobelli, presidente dell’ODEI, Osservatorio degli Editori Indipendenti, la prima associazione riconosciuta che si impegna a rappresentare, difendere e promuovere il panorama dell’editoria indipendente in Italia.

Gino, ci può dire come, da chi e perché nasce l’Osservatorio degli Editori Indipendenti?

L’ODEI nasce dall’esigenza di creare una rete. Come si è soliti dire dalla crisi nasce sempre qualcosa di buono. Sulla base della crisi del mercato degli ultimi anni, precisamente cinque anni fa, anche se l’associazione ufficialmente nasce solo verso l’inizio del 2015, un piccolo gruppo di editori indipendenti decide di collaborare per “mettersi in rete”. Il bisogno nasce peraltro, seppur per assurdo, da problematiche sindacali: essendo delle aziende a tutti gli effetti avevamo bisogno di un potere in grado di contrastare l’azione dei grandi distributori, i grandi monopoli della distribuzione. Facendo rete abbiamo scoperto di poter ottenere delle cose che effettivamente abbiamo ottenuto. Quindi l’Osservatorio nasce per colmare un sostanziale vuoto di rappresentanza, in quanto non esisteva effettivamente una rappresentanza in grado di coprire l’intero panorama editoriale, quell’ampio universo chiamato editoria indipendente.

Quindi cosa fate concretamente?

Sicuramente rappresentiamo un punto di riferimento riconosciuto per gli editori indipendenti, gestiamo una rete in grado di ottenere cose e fare cose. Un esempio è relativo al processo di digitalizzazione dell’editoria che richiede grandi costi, praticamente insostenibili dalle piccole realtà indipendenti. Unendoci possiamo avvicinarci più agevolmente all’innovazione tecnologica. Quindi abbiamo anche una funzione pratica se vogliamo.

Cosa vuol dire, praticamente ed ideologicamente, essere editori “indipendenti”?

Praticamente, relativamente al periodo storico che stiamo vivendo, essere un editore indipendente vuol dire lavorare diversamente. L’editoria indipendente può definirsi anche editoria a progetto, per sottolineare la sua vicinanza al modello di azienda a conduzione familiare, inteso come modo di lavorare. Politicamente, essere editore indipendente vuol dire non essere legato ai grandi monopoli, quindi essere soggetti all’influenza di linee politiche. L’editore indipendente rappresenta sé stesso, non il gruppo editoriale a cui fa riferimento, quindi è totalmente libero nel compiere le proprie scelte, indipendente da logiche aziendali e industriali che dominano l’editoria di mercato.

 “Compra indipendente. Difendi la bibliodiversità” è una dei vostri slogan. Cosa si intende per bibliodiversità?

La bibliodiversità è un concetto politicamente riferibile al sacrosanto diritto di ognuno sancito dalla Costituzione italiana di poter esprimere liberamente la propria opinione. Oggi abbiamo un problema reale, le percentuali di produzione editoriale non corrispondono a quelle di effettiva distribuzione sul mercato. C’è un problema di visibilità nelle librerie, nelle biblioteche e in tutti i luoghi in cui il libro è presente. Il lettore non può effettivamente scegliere in modo libero ed autonomo ciò che vuole leggere. Oggi come oggi per un lettore è difficile orientarsi tra i titoli di un supermercato o di una grande catena di librerie perché difficilmente avrà accesso a ciò che effettivamente desidera (o potrebbe desiderare) leggere. Un esempio di questa situazione è data dalle varie fiere della piccola e media editoria in cui il lettore può trovare tutto ciò che altrimenti non arriverebbe mai in libreria. Bibliodiversità vuol dire dunque garantire a tutti gli autori le stesse possibilità di poter emergere.

Si può realmente parlare di “crisi dell’editoria”? Quali sono le cause?

La crisi dell’editoria è una crisi generale che non riguarda specificamente l’indipendente ma tutto il settore editoriale. Anzi, nello specifico direi che ha colpito soprattutto i grandi gruppi che ne subiscono ampiamente le conseguenze. Se vogliamo indagare sul perché di questa crisi dell’editoria, volendola differenziare dalla crisi economica che ha colpito l’Occidente, vedremo che affonda le proprie radici da una recidiva cattiva gestione del mercato dell’editoria italiana (non a caso la nostra crisi è molto più grave rispetto agli altri Paesi Europei) determinata da due fattori principali: il primo è sicuramente il fatto che il più grande gruppo editoriale italiano gestisce anche la più grande catena di distribuzione (faccio ovviamente riferimento al gruppo Mondadori), il secondo è la mancanza di un adeguato supporto legislativo in grado di regolare il mercato dell’editoria.

L’impegno delle istituzioni è secondo lei adeguato alla carenza di fruizione della cultura che si registra nel nostro Paese?

Un vuoto delle istituzioni c’è stato per tantissimi anni. Il Manifesto del nostro sito esordisce con la frase di un ministro italiano che afferma che con la “cultura non si mangia”, il chiaro segno di come questo Stato per più di vent’anni ha gestito la cultura.  Negli ultimi anni, soprattutto a livello regionale e locale, ma anche a livello governativo, ci si sta muovendo: ci sono due leggi in Parlamento relative all’editoria, è stato fatto un intervento importante sul cinema dall’ex governo Renzi. Forse un po’ tardi, ma si sta cercando di recuperare. Siamo fiduciosi, nonostante l’abitudine alla delusione. Eppure qualcosa a livello istituzionale si sta muovendo e dobbiamo darne atto.

Si può parlare di “eticità” in riferimento all’editoria indipendente? Quale tipo di rapporto e quale messaggio vuole inviare al consumatore/lettore?

Partiamo da un presupposto: esiste un’editoria, che noi non definiamo tale, che spesso crea confusione, ovvero le case editrici di “servizio”, che chiedono del denaro agli autori per essere pubblicati. Ci differenziamo da questo tipo di editoria che non fa parte del panorama indipendente. L’editoria di progetto prevede una eticità intrinseca e soprattutto un certo modo di lavorare e relazionarsi con il mercato. L’OEDI è stata la prima associazione a stringere un accordo storico, riconosciuta addirittura da tutti i sindacati europei, con il Sindacato dei Traduttori. C’è dunque un percorso di buone pratiche e quindi di eticità non tanto dalla scelta dei contenuti ma nella gestione della casa editrice. Come al solito ci può essere la pecora nera del gruppo, ma di fondo credo che nell’editoria indipendente ci sia una grande dose eticità.

Un prodotto dell’editoria indipendente è sempre un prodotto di qualità?

La qualità del contenuto non dipende dalla provenienza dal mondo indipendente o della grande distribuzione, penso che la qualità dell’editoria indipendente sia nella gestione “ecosostenibile” delle aziende.

Cosa penso del libro in formato elettronico? Si perderà la in futuro la tradizione del libro come oggetto da sfogliare?

I tempi cambiano e bisogna capirli, comprenderli e cercare di interpretarli e prendere esempio da chi è già più avanti. Io credo che il libro sia una invenzione straordinaria, con una storia alle spalle indistruttibile che gli ha permesso di rimanere in vita ancora oggi. Ma, come dicevo prima, più che il mezzo è importante concentrarsi sul contenuto, sia che sia veicolato dalle pagine di un libro sia da una piattaforma tecnologica. Sicuramente ci sarà una grande evoluzione sugli e-book e su tutte le piattaforme tecnologiche dedicate alla lettura. Sinceramente in qualunque modo arrivi la cultura tra la gente non importa, l’importante è che arrivi e che sia di qualità, sia per quanto riguarda i libri che per il resto del panorama culturale. Lo dico un po’ a malincuore venendo dal mondo della tipografia, però bisogno fare i conti con il progresso. Non vedo assolutamente in negativo l’innovazione tecnologica nel mondo dell’editoria, mi spaventa un po’ come potrebbe venire utilizzata, ma questo vale un po’ per tutto.

Qual è il target dell’editore indipendente? Si rivolge a un pubblico “non convenzionale”? Come si comunica un progetto editoriale non convenzionale?

Il nostro target non si differenzia in generale da quello della grande editoria ma è molto differenziato al suo interno. Una grande casa editrice ha l’esigenza di una grande produzione per motivi pratici, altrimenti non rientrerebbe nel circuito industriale. Un editore indipendente invece può permettersi, anche perché non ha le possibilità economiche e pubblicitarie e di conseguenza minore visibilità, di curare un target più specifico e ridotto. Non parlerei di editoria elitaria, piuttosto di editoria di settore: case che si concentrano sui fumetti, sulle graphic novel, sulla narrativa proveniente da un determinato Paese. In termini di marketing parlerei di produzione di nicchia. Ovviamente, nel complesso, l’editoria indipendente riesce a coprire l’intero target e soddisfare le esigenze di tutti i lettori.

Quali sono gli obiettivi dell’Osservatorio di medio e lungo termine?

L’Osservatorio è cresciuto a dismisura negli ultimi anni soprattutto nel suo ruolo di rappresentanza per il mondo dell’editoria indipendente. Attualmente registra cento case editrici associate e moltissime simpatizzanti. Il progetto più importante a livello mediatico che rientra nei nostri obiettivi a lungo termine è sicuramente la prima Fiera organizzata dagli editori indipendenti stessi, l’unica in Italia, in cui sono coinvolti tutti i partecipanti della filiera, dai grafici ai traduttori. La manifestazione si chiama Book Pride e dà la possibilità di sottolineare il più ampio spettro possibile dell’editoria indipendente, non solo nell’esposizione dei propri libri ma anche nel lavoro e nella cura che mettiamo dietro ad ogni singolo libro. Abbiamo scelto di partire da Milano dal 24 al 26 marzo, l’ingresso gratuito nonostante l’assenza di qualunque tipo di sovvenzione istituzionale, perché pensiamo che visitare una fiera sia come visitare una grande libreria e riteniamo che sia la scelta più coerente con il nostro modo di lavorare. Abbiamo anche in progetto di ampliare le visite nelle nostre redazioni proprio perché vogliamo che il lettore si avvicini al nostro mondo e scopra il lavoro nascosto dietro ogni libro, il lavoro di professionisti di altissimo livello. Raccontarlo alla gente vorrebbe dire appassionarla a quei semplici fogli di carta stampata.

Qualche previsione sul futuro: come si prospetta quello degli editori indipendenti?

Sono abituato ad essere ottimista. Per chi ha coraggio e ha saputo resistere fino ad adesso sono sicuro che la situazione migliorerà, anche grazie, si spera, a una maggiore regolamentazione. È un augurio anche per il bene dei lettori. Spero sinceramente che le istituzioni contribuiscano alla diffusione nelle scuole e nelle biblioteche, l’Italia è uno dei Paesi europei in cui si legge di meno, e questo può giovare a tutti, editori indipendenti e non. Per quanto riguarda l’editoria indipendente, sono certo che non morirà, nonostante il trend fortemente negativo degli ultimi anni che ha visto la chiusura di moltissime case editrici e librerie indipendenti. Stiamo lavorando per arginare questo fenomeno.

 

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