giovedì, Giugno 24

Editoria e realtà virtuale: come? field_506ffb1d3dbe2

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L’applicazione della realtà virtuale a un prodotto editoriale può essere inquadrata come un altro dei tentativi estremi di salvare un mercato che cola a picco, o può avere un senso di più ampio respiro?

Sì, al momento la vedo come un tentativo di attrarre nuovi lettori in un mercato in crisi, ma come le dicevo questo non è sorprendente. E ovviamente non esclude che la realtà virtuale possa avere presto un senso di più ampio respiro, per ogni settore dell’editoria. Provi a immaginare un libro di storia che le permette di visualizzare lo svolgimento di una battaglia famosa, muovendosi liberamente e zoomando sulla ricostruzione del suo scenario. O all’integrazione di queste possibilità nella divulgazione giornalistica, di cui chiedeva prima. Si tratta in sostanza di lasciar passare la fase della meraviglia e dello stupore per le possibilità del nuovo medium (su cui invece si punta nella fase della sua prima diffusione), per dare il via a una riflessione e sperimentazione delle sue effettive possibilità, nel campo dell’educazione, della divulgazione e anche dell’intrattenimento. Una mia studentessa sta ad esempio lavorando sulle potenzialità dell’incontro tra questo medium e le forme espressive della performance teatrale.

 

Quali caratteristiche peculiari dovrebbe avere, secondo Lei, un prodotto editoriale per essere sfruttato al massimo da una tecnologia di realtà virtuale?

Darle delle coordinate specifiche al momento è difficile, proprio perché siamo ai primi passi della sperimentazione. Un’indicazione di ordine generale invece l’ho già data: non puntare esclusivamente sulla meraviglia, ma sulle specifiche possibilità offerte dal medium, che in questo caso sono rappresentate dalla visualizzazione di spazi tridimensionali navigabili e interattivi. Un altro elemento da tenere in considerazione è la situazione di fruizione richiesta dal medium. Tra le altre cose, ad esempio, la realtà virtuale è al momento ancora relativamente ingombrante, isola l’individuo dal suo ambiente, e dà ancora qualche problema all’equilibrio (tanto che per usarla occorre stare seduti, o avere il supporto di una terza persona). Le nuove forme di testualità dovranno tenerne sicuramente conto, anche se la tecnologia non è ancora del tutto stabile e queste caratteristiche potrebbero cambiare.

 

Quali differenze rispetto a un prodotto pensato per la fruizione su carta o online?

Come le dicevo: diverse potenzialità espressive, ma per ora anche una situazione di fruizione radicalmente diversa. Da questo punto di vista il giornale e il web – grazie ai dispositivi di mobilità – sono molto più flessibili. Provi a pensare a quello che fa con un giornale mentre viaggia ogni giorno in treno e metropolitana, e immagini di farlo con l’Oculus Rift.

 

Qual è la diffusione delle tecnologie di realtà virtuale in Italia?

Il mercato di massa è ancora inesistente, ma anche da noi esiste una solida comunità di utenti-sviluppatori che sta iniziando a fare cose interessanti. Al mio corso sui Nuovi Media collabora ad esempio un designer di mondi virtuali, Olivers Pavicevic che sta applicando le tecnologie della realtà virtuale all’organizzazione di eventi: ha vinto numerosi premi per i suoi lavori. In quel mondo sta decollando il primo mercato vero e proprio, anche se questo non coinvolge ancora direttamente gli user come possibili acquirenti della tecnologia. Ma se parte un mercato, partono gli investimenti, la sperimentazione esce dalla sua fase amatoriale, e le cose possono accelerare anche in fretta. Per questo è interessante l’esperimento del New Yorker.

 

Quale futuro si prospetta per tali tecnologie?

Questa è una domanda che chi si occupa di media cerca sempre di evitare, perché in questo settore le cose si muovono così in fretta e fluidamente che fare previsioni sbagliate e figuracce è facilissimo. Diciamo che ci sono ancora un paio di nodi importanti da sciogliere, ma sembra proprio che finalmente le tecnologie della realtà virtuale nella sua forma immersiva decolleranno. D’altra parte, è dagli anni  ’70 che si stanno sperimentando, e dagli anni ’80 che si tenta di lanciarle.

 

Vede possibile un esperimento come quello del ‘The New Yorker‘ nel nostro Paese?

Anche fosse, non credo sarà quella la killer application per la diffusione della Realtà Virtuale, almeno in una prima fase…

 

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