venerdì, Settembre 17

Editoria e realtà virtuale: come? field_506ffb1d3dbe2

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Con un mercato dell’editoria che continua imperterrito la sua valanga rovinosa mietendo ogni giorno vittime tra le fila di giornalisti e editori sempre più disperati, i tentativi per infondere nuova linfa vitale in un settore allo stremo si moltiplicano. Lo sforzo comune è quello di chi cerca di venire a capo dell’intricata rete filata dalle nuove tecnologie, per gli addetti ai lavori ormai vera croce e delizia di questo millennio.

L’ultima frontiera del giornalismo 2.0 proviene niente meno che dal ‘The New Yorker‘, l’autorevole periodico statunitense che dal 1925 inonda le strade newyorkesi con articoli dal taglio sofisticato e cosmopolita. In un giorno che ci piace pensare nuvoloso e carico di promesse, come quasi sempre è nella Big Apple, Bradley Tucket, sviluppatore di tecnologia virtuale del giornale, si è domandato: «Perché leggere il The New Yorker solo con le mani quando è possibile leggerlo con tutta la testa?» Una riflessione che al tempo dev’essere sembrata quanto meno bizzarra, ma dalla quale è poi effettivamente scaturito un progetto di innegabile rilevanza sul piano tecnologico, che è ora pronto per essere presentato al pubblico.

«Noi del New Yorker abbracciamo da sempre le nuove tecnologie. Ecco perché siamo elettrizzati all’idea di presentare il nostro ultimo programma innovativo», dice Bryce Gimmer, responsabile delle innovazioni tecnologiche del magazine. Il programma a cui Gimmer si riferisce è un’app rivoluzionaria che prevede la lettura della rivista sfruttando la realtà virtuale.
Indossando visori simili a quelli usati nei videogiochi, ci si può, infatti, immergere nella lettura del giornale, sfogliando le pagine con gli occhi ma mantenendo la precisa sensazione di avere il magazine esattamente tra le proprie mani. Gimmer non ha dubbi sull’immediato successo dell’app, e rassicura i suoi lettori, abituati da anni ad articoli confezionati a regola d’arte: «Il livello dei contenuti è lo stesso che ci si aspetta dal New Yorker, ma scommetto che non li avete mai visti così.» L’antica concretezza e professionalità, quindi, ma coniugata ad una tecnologia nuova che permette una prospettiva inedita e del tutto inaspettata dei contenuti che i lettori della rivista sono soliti fruire quotidianamente.

Nello specifico, l’app è compatibile con il visore Samsung Gear VR che sarà sul mercato a novembre al costo di 99 dollari. Una tecnologia non certamente a poco prezzo, ma che confrontata con altri dispositivi si colloca senz’altro in una fascia medio-bassa e, potenzialmente, acquistabile da un vasto pubblicoIl settore della realtà virtuale, sebbene in passato abbia conosciuto alti e bassi, appare oggi in grande espansione, con grandi case di produzione come Samsung e Microsoft, ma anche Facebook e Sony al lavoro su dispositivi che stanno per invadere il mercato, o lo hanno già fatto.

 

Era forse allora solo questione di tempo prima che una rivista si rivolgesse anche alla realtà virtuale per cercare di risollevare le sorti del proprio fatturato e tentare di rispondere alle richieste di un pubblico sempre più frammentato e bombardato da impulsi provenienti dalle direzioni più disparate? Ne abbiamo parlato con Simone Tosoni, docente di Digital media e processi sociali, Media e reti sociali e Comunicazione e social media all’Università Cattolica di Milano.

 

Giornalismo e realtà virtuale, come vede questo connubio?

Direi che è un connubio al momento tutto da studiare. Applicazioni sperimentali come quella del ‘New Yorker‘ stanno iniziando a provarci, ma direi che al momento siamo ancora in una fase dove si punta alla ‘meraviglia’ della realtà virtuale per incuriosire e invogliare i lettori. Sono cose sicuramente divertenti, ma anche tutto sommato di interesse limitato (anche se le devo dire che non ho ancora avuto modo di provare l’applicazione del ‘New Yorker‘: non posso escludere che riservi qualche sorpresa!)  In ogni caso, questo è un momento tipico della prima fase di ogni nuovo medium, in cui si ripropone in modo ‘aumentato’ la tipica esperienza di fruizione di un vecchio medium. Chi si occupa di media chiama questo fenomeno ‘rimediazione’. Direi che la vera sperimentazione deve ancora iniziare. Sia per quanto riguarda l’esperienza di fruizione della notizia, sia per quanto riguarda il coinvolgimento della realtà virtuale nei processi di produzione dell’informazione.

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