sabato, Maggio 15

Editoria: arriva la riforma field_506ffbaa4a8d4

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Basta sprechi nell’editoria. O meglio basta finanziare giornali che poi non hanno svolto il loro ‘dovere’. Questo è il punto di partenza del nuovo testo su cui sta lavorando la Commissione Cultura alla Camera. Una riforma che si aspettava da tempo. Adesso il focus principale è l’editoria locale. O meglio cercare di mantenere più voci possibili oltre a quelle nazionali. Criteri restrittivi e maggiore trasparenza, questi sono gli elementi fondamentali. Noi de L’Indro ne abbiamo parlato direttamente con l’On. Roberto Rampi, del Partito Democratico e relatore della proposta di legge. Un contributo per il pluralismo, attenzione a tutta la filiera distributiva e incentivi per l’online. Adesso rimane la discussione in aula.

 

Riforma dell’editoria, necessaria anche perché come abbiamo visto negli ultimi anni l’accesso ai fondi pubblici non è stato gestito correttamente. Scandali, giornali di partito falliti e così via. Alla fine chi ne ha pagato le conseguenze sono stati i giornalisti. Quali sono stati i criteri con il quale è stato redatto il nuovo testo?

Siamo partiti proprio da questo punto. C’è una situazione preoccupante che riguarda un certo numero di imprese. Quando ci sono delle aziende che sono in difficoltà o in crisi è giusto che la politica se ne occupi: salvaguardarle significa proteggere lavoratori e lavoratrici, giornalisti, poligrafici che rischiano di perdere il loro posto di lavoro. Le imprese di cui parliamo non sono aziende qualunque, la loro vita o la loro morte rappresenta, in un certo senso, il concetto di democrazia. Questo vuol dire, nella pratica, che l’esistenza o la non esistenza di un’impresa che edita un giornale, significa che una voce si spegne e che in alcune parti del Paese viene a mancare un’opinione o ne rimane una sola. Oggi giorno viviamo in un contesto in cui l’informazione su quello che accade nel mondo è sempre presente: rete, televisione e così via. Su quello che succede geograficamente a casa nostra, invece, c’è una certa carenza. Di conseguenza siamo certi che, in particolare, il ruolo delle testate locali sia importantissimo, per garantire il pluralismo che è alla base della democrazia. Non solo in termini ideali, c’è bisogno del confronto di diverse voci. Questo è il motivo per cui si interviene.

Quali sono i metodi di intervento?

Si cerca di rafforzare una capacità nel pubblico di intervenire individuando delle risorse, e al tempo stesso facendo in modo che queste risorse, per essere spese in maniera efficace, possano davvero arrivare a chi svolge un lavoro importante e si è tentato di migliorare i criteri di delega sull’assegnazione dei fondi; parliamo di trasparenza, la reale esistenza delle testate, il numero delle copie vendute, la capacità di raccogliere risorse che sono elementi di misurazione utili per confermare la necessità di risorsa pubblica.

Anche il canone Rai servirà per il fondo all’editoria?

Si. Si chiamo fondo per il pluralismo dell’informazione che è composto da tutto quello che oggi veniva speso già per l’editoria: una parte delle plusvalenze del canone RAI, più una parte di un concetto nuovo che si chiama contributo solidarietà che viene dalle grandi concessionarie pubblicitarie e una piccola parte (lo 0,1%) andrà in questo fondo.

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