lunedì, Aprile 12

Edith Piaf registra 'Hymne à l’amour'

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«Andrei ai confini del mondo/mi lascerei tingere i capelli di biondo/se tu me lo domandassi/andrei a staccare la luna/andrei a rubare la fortuna/se tu me lo domandassi/Rinnegherei la mia patria/rinnegherei i miei amici/se tu me lo domandassi/ridano pure di me/io farei qualunque cosa se tu me lo domandassi …» sono queste le parole con le quali il 2 maggio 1950 Edith Piaf incide su disco e rende immortale il suo disperato amore per il pugile Marcel Cerdan, un uomo amato alla follia e che le assomigliava moltissimo.
Come lei, infatti, era venuto dalla strada e s’era fatto largo con l’unica risorsa di cui disponeva. Quello che per Edith era la voce, per Marcel erano i pugni. Edith lo ama alla follia, e quando l’aereo sul quale il pugile sta volando verso di lei si schianta su una montagna delle Azzorre il mondo le crolla addosso.
Non vuole cantare più, non vuole vivere più, dice a tutti che non riuscirà a sopravvivere al dolore. È in uno stato di prostrazione totale e rifiuta ogni contatto con il mondo. Nessuno riesce a scalfire il muro che ha eretto intorno a sé, chiuso e impenetrabile. Nessuno può riuscire a superare quell’ostacolo tranne una persona. È Marguerite Monnot, la donna, la compositrice e l’amica che l’accompagna da sempre. Di lei la cantante si fida.
Pian piano Marguerite riesce a rompere l’isolamento e a convincerla a riprendere il cammino sulla strada della vita. La prende per mano con pazienza l’aiuta a riprendere il filo di un’esistenza che sembrava interrotta. Edith la segue, ma le fa una richiesta speciale. Le chiede di aiutarla a erigere un monumento musicale per l’amato Marcel.
In quei giorni di dolore nasce ‘L’hymne à l’amour‘, la canzone che riesce a far uscire la cantante dal guscio della disperazione.
Edith Piaf ne scrive le parole, mentre la musica, larga e imponente come una sinfonia o una cerimonia religiosa è di Marguerite Monnot.

A chi non ne conosce né la ragione né la storia il testo di quella canzone appare infantile, lontanissimo dalla geniale creatività e dalla maturità sofferta di un’artista come Edith Piaf. È come se il dolore avesse scavato fino in fondo nella donna capace di dominare il mondo dall’alto delle sue canzoni e della sua personalità, tanto in fondo da far riemergere la bambina impaurita che era diventata cieca per non vedere più il mondo.
Le canzoni per lei sono spesso il modo di buttar fuori i nodi che le si attorcigliano dentro. Sono consolazione, rabbia, sfida e qualche volta sublimi sberleffi. Brani come ‘Non, je ne regrette rien‘ (No, non rimpiango niente) o ‘J’ m’en fous pas mal‘ (Non me potrebbe importare di meno), raccontano più di tante parole il senso della vita e della carriera di un’artista che non ha mai avuto paura di quello che sarebbe accaduto il giorno dopo.
Le canzoni, però, non si leggono. Si ascoltano. Il pubblico dell’Olympia, che l’ascolta per la prima volta all’inizio del 1950 piange e gioisce insieme a quella figurina nera che sul palco sembra rubare la voce alla tempesta. Non è solo una canzone quella che Edith Piaf fa vivere sul palcoscenico, ma è l’insieme dei sogni e dei dolori che l’hanno accompagnata.

Il 2 maggio 1950 la registra per la prima volta su disco. Anche nei solchi del tondo 78 giri dell’epoca la sua voce accompagna il sentimento, lo accarezza e si fa accarezzare, lo graffia e si fa graffiare fino a esserne travolta. Quando scrive e interpreta ‘L’hymne à l’amour‘ si comporta come ha sempre fatto nella sua vita. Se sente di dover fare una cosa la fa. La fa e basta, senza porsi mai troppe domande, perché ha imparato presto che nella vita le domande sono relativamente facili da porre, ma non sempre si sopportano facilmente le risposte.

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