martedì, Ottobre 19

Edimburgo VS Londra: il difficile percorso verso un secondo voto sull’indipendenza della Scozia Un nuovo referendum negoziato e riconosciuto appare la via maestra nella strategia dei nazionalisti scozzesi

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Le recenti elezioni per il rinnovo del parlamento scozzese hanno visto la riconferma della maggioranza indipendentista con numeri accresciuti.

Il Primo Ministro Nicola Sturgeon, leader dello Scottish National Party, non ha dubbi nell’interpretare il risultato come un mandato per un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia, dopo quello celebrato nel 2014 e conclusosi con il successo dei sostenitori della prosecuzione dell’Unione.

Come ci si può immaginare, non è dello stesso parere il premier britannico Boris Johnson, per il quale il risultato del referendum di sette anni fa deve essere considerato vincolante almeno per una generazione. Nei fatti Johnson ha più volte ripetuto che non ha nessuna intenzione di concedere una nuova consultazione durante tutto il periodo in cui resterà Primo Ministro.

In qualche modo ciascuna delle due parti ha qualche ragione. Da un lato è difficile pensare che su questioni che portano con sé conseguenze istituzionali profonde si possa votare ogni tre per due, pena far restare un Paese in condizioni di perenne incertezza e fibrillazione.

D’altro canto non si può negare che l’evento della Brexit abbia rappresentato un cambio di scenario che ha fatto venire meno alcune delle premesse su cui si era basata la campagna del 2014. Una delle argomentazioni unioniste, di fatto, era proprio che, secedendo, la Scozia si sarebbe tecnicamente trovata fuori dall’Unione Europea e i termini di un eventuale riammissione sarebbero stati tutt’altro che chiari. Adesso, però, il Regno Unito ha scelto di uscire dall’Unione Europea e la Scozia si è trovata trascinata fuori contro il parere della maggioranza dei propri cittadini.

Per la Sturgeon la prospettiva europeista rappresenta oggi l’argomentazione principale a favore dell’indipendenza, anche se paradossalmente il nuovo scenario porta nuove munizioni anche alla parte unionista; infatti, lo scenario di una Scozia che rientri nell’UE a fronte di un Regno Unito che ne sia fuori significherebbe la creazione di un ‘confine duro’ tra Scozia e Inghilterra che nel 2014 non ci sarebbe probabilmente stato.

Ovviamente il dibattito sul merito, sui possibili vantaggi e svantaggi di una Scozia indipendente, dovrà prima di tutto essere preceduto dal percorso verso l’effettiva indizione del nuovo referendum. Quello del 2014 fu concordato con Londra, quando a Downing Street c’era un altro premier conservatore, David Cameron.
Diversamente dalla via ‘unilateralista’ tentata nel 2017 in Catalogna, il conseguimento di un nuovo referendum negoziato e riconosciuto appare la via maestra nella strategia dei nazionalisti scozzesi. Nei fatti, malgrado i segnali contrari che arrivano da Boris Johnson, il referendum del 2014 è visto come un precedente forte a favore del riconoscimento del diritto degli scozzesi all’autodeterminazione. E da questo punto di vista è significativo come il dibattito della stampa britannica sulla questione scozzese continui a prendere in considerazione un secondo referendum come un’eventualità concreta e plausibile -al punto che, secondo molti, la questione non è se verrà mai celebrato, quanto piuttosto quando.

Da un certo punto di vista, il rischio che Boris Johnson corre, negando una nuova consultazione, è quello di fornire a Nicola Sturgeon e al Partito Nazionalista Scozzese una facile rendita politica -la possibilità di rafforzare la propria posizione in Scozia semplicemente sulla base della denuncia di un ‘deficit di democrazia”’britannico e di un’imposizione da Londra di scelte politiche contrarie agli interessi scozzesi.

Certamente stiamo assistendo ad una divaricazione sempre maggiore tra le dinamiche politiche di Inghilterra e Scozia; non è un caso se il nuovo successo elettorale del nazionalismo scozzese si è determinato proprio in un momento in cui è massima, in terra inglese, la popolarità di Johnson, anche a seguito del successo della campagna vaccinale.
Nei fatti i Tories di Boris Johnson accrescono la propria presa sull’Inghilterra, sfondando anche nelle tradizionali roccaforti operaie dei Laburisti e consolidando l’opinione favorevole rispetto alla scelta della Brexit, ma restano in qualche misura un partito stranieroin Scozia dove non riescono ad andare oltre il consenso di un elettore su cinque.
La Scozia, nei fatti, sembra cercare altro -come testimonia il risultato elettorale che ha visto il partito della Sturgeon imporsi in 62 dei 73 collegi uninominali- e anela ancora ad un futuro all’interno dell’Unione Europea.

La sensazione è che il nazionalismo scozzese possa avere ulteriori spazi di crescita nell’elettorato a fronte della perdurante crisi, a livello britannico, di Laburisti e Liberal Democrats. Potrebbe, in futuro, apparire più evidente che l’alternativa più promettente al governo conservatore di Londra non passa per il tradizionale bipolarismo destra-sinistra di Westminster bensì per un nuovo ‘bipolarismo territoriale’ tra centralismo e indipendenze. 

Quello che è certo è che nei prossimi mesi il governo di Edimburgo aumenterà la pressione sulla questione referendaria, tanto che sia per ottenere effettive concessioni nella direzione di un nuovo voto, quanto che sia per trarre, a suo favore, capitale politico dai probabili ‘no’.

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