mercoledì, Aprile 21

Edilizia antisismica: la lezione giapponese Al Festival della Diplomazia si discute di nuove soluzioni per ridurre i rischi legati ai terremoti

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 In occasione dell’anniversario del terremoto che, il 26 ottobre 2016, colpì e rase al suolo quasi totalmente i Comuni marchigiani di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, a Roma si è tenuta una conferenza che, nell’ambito del ‘Festival della Diplomazia, ha affrontato il tema dell’edilizia antisismica.
Alla Conferenza, tenutasi nella Sala Tevere della sede centrale della Regione Lazio, hanno partecipato Dario Focarelli, Direttore Generale dell’ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), Camillo Nuti, dell’Università degli Studi di Roma Tre, Paola Albrito, Capo dell’Ufficio Regionale per l’Europa della UNISDR (United Narions International Strategy for Disaster Reduction), Juliette Marin, dell’Università del Cile e, soprattutto, Akira Wada, dell’Istituto di Tecnologia di Tokyo e Presidente della Società Giapponese per l’Isolamento Sismico.

La presenza del Professor Wada è molto significativa perché, un Paese come l’Italia, in cui ventuno milioni e mezzo di persone vivono in zone ad alto o medio rischio sismico, ha molto da imparare dall’esperienza nipponica. La presenza, nel nostro Paese, di un gran numero di edifici antichi, pone infatti un problema: le strutture antiche non erano costruite con scientifici criteri antisismici e le tecniche che venivano utilizzate per evitarne il crollo in caso di terremoto erano basate un’esperienza empirica che non sempre ha avuto buoni effetti. Oltre ai problemi legati alla presenza di antichi edifici in aree sismiche, inoltre, vanno aggiunti quelli relativi alla diffusa speculazione edilizia che, per aumentare i guadagni, produce nuove costruzione che, sulla carta risultano antisismiche ma, in realtà, sono più pericolose di quelle antiche.
La protezione contro gli eventi sismici deve puntare a garantire, non solo la sicurezza delle persone, ma anche limitare i danni alle strutture, soprattutto in un Paese come l’Italia, il cui antico patrimonio architettonico costituisce anche una risorsa economica potenzialmente inesauribile: si tratta, quindi, non solo di costruire nuovi edifici adatti a resistere ai terremoti, ma anche di rendere gli antichi resistenti agli eventi sismici.

Per tutte queste ragioni, sarà importante imparare molto dal Giappone.
Situato all’interno della cosiddetta ‘Cintura di Fuoco‘ del Pacifico (ovvero un’area in cui si concentrano circa il 90% dei terremoti del Pianeta), il Giappone ha dovuto sviluppare molto presto delle contromisure per fronteggiare l’immensa attività sismica a cui è costantemente sottoposto: non è un caso che l’architettura tradizionale nipponica, a differenza delle coetanee architetture europee, si basa quasi interamente su materiali come il legno, il bambù o la carta; tutti materiali che, in virtù della loro leggerezza e della loro elasticità, resistono molto bene alle scosse e che, anche nel caso di crolli, producono meno danni di quanti ne possa produrre la pietra.

Con la fine dell’Era Tokugawa e l’inizio della Restaurazione Meiji (1868), le cose cambiarono radicalmente: dopo più di duecento anni di chiusura verso il mondo esterno, il Giapponese fu costretto ad aprirsi agli interessi statunitensi sotto la minaccia di nuove superiori tecnologie militari. Per un popolo fiero come quello giapponese, l’umiliazione fu traumatica: il nuovo regime, smantellato il sistema degli Shogun e accentrando il potere nelle mani dell’Imperatore, decise di concorrere con le potenze industriali e, nel giro di pochi decenni, arrivò ad avere un ruolo importante nello scacchiere internazionale. Anche l’architettura cambiò pesantemente e si adeguò ai modelli europei e statunitensi: le antiche case di legno cominciarono a lasciare il posto a grandi palazzi di cemento.
Nei primi anni del XX secolo, però, si cominciarono a vedere gli effetti che gli enormi eventi sismici del Paese avevano su quel tipo di rigide costruzioni: il terremoto Kantō, nel 1923, provocò più 142.800 morti e oltre 37.000 dispersi.

Superati gli anni della Guerra Mondiale, il Giappone cominciò la sua ricostruzione ma, forte del proprio progresso scientifico, tentò di sviluppare nuove tecnologie che rendessero più sicure le moderne costruzioni in cemento. Seguendo il principio che sta alla base di tutte le Arti Marziali tradizionali nipponiche (e di molti altri altri aspetti di quello cultura), la risposta venne trovata nella “cedevolezza”, nella “elasticità” (Ju, in giapponese, si traduce con Cedevolezza, Morbidezza; l’Arte Marziale del Ju Jutsu significa qualcosa come Arte della Cedevolezza): introducendo sistemi volti ad ammortizzare le scosse sismiche, si può fare in modo che queste vengano assorbite e si spengano nel movimento ondulatorio di una struttura. Ovviamente è impensabile annullare del tutto i danni provocati dai terremoti ma è indubbio che, anche a parità di intensità sismica, eventi catastrofici come il terremoto del 1923 non sono più avvenuti.

I terremoti non sono né prevedibili né evitabili: anche un Paese all’avanguardia nell’edilizia antisismica come Giappone, ha avuto e continua ad avere le sue vittime ed i suoi danni. Per questo, nel corso della conferenza di Roma, di è parlato anche del cosiddetto ‘protection gap‘, ovvero della differenza tra il valore economico e le perdite coperte dalle assicurazioni. Il fatto che non tutti i danni prodotti da un evento sismico possano essere rimborsati dalle assicurazioni ha fato sì che, ogni volta che ci si è trovati di fronte ad un evento del genere, le conseguenze economiche e sociali per l’area colpita sono state pesantissime. Per questo, oltre ad imparare la lezione dell’edilizia antisismica giapponese, sarà importante sviluppare nuove procedure per intervenire in maniera appropriata laddove si verifichi una catastrofe naturale.

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