martedì, Giugno 22

Ecuador tra petrolio, miniere e problemi Correa usa la tecnica del bastone della carota con investitori e indigeni

0

rafael-correa-ecuador

Quito – La notte del 17 luglio scorso, un gruppo composto da nove persone   -sei ambientalisti, tra cui Esperanza Martínez della organizzazione non governativa (ONG)  Acción Ecológica e tre giornalisti, tra cui il vostro Corrispondente- si è riunito presso il nuovo terminal degli autobus nella zona sud di Quito, la capitale dell’Ecuador, Paese membro dell’OPEC.  Intendevano entrare nel Yasuní National Park, una foresta pluviale protetta dotata di una biodiversità eccezionale anche per gli standard dell’Amazzonia, per indagare su Petroamazonas, ente petrolifero nazionale sussidiario della Petroecuador, compagnia di esplorazione e produzione di greggio. L’obiettivo era verificare se, nello sviluppo del più grande e ancora mai utilizzato bacino petrolifero del Paese, i termini delle norme ambientali venissero rispettati.

Nell’accingersi all’incursione notturna nella città amazzonica di Coca, molti di loro erano arrabbiati e preoccupati a causa della recente notizia che la Polizia aveva fermato tre giovani cittadini statunitensi durante una manifestazione organizzata dall’organizzazione non governativa (ONG) ambientalista Pachamama, con il pretesto di voler controllare la validità dei loro permessi di soggiorno. Nessuno, tra i componenti del gruppo, immaginava di stare andando incontro ad una persecuzione molto simile.

Quando Rafael Correa, professore di economia  -compresa economia ambientale- presso il prestigioso ateneo privato San Francisco di Quito, si candidò per la prima volta alla presidenza del Paese, nel 2006, le politiche ecologiste erano parte del suo programma. Sulle prime, anche gli ambientalisti storici di centrosinistra, tra cui l’economista Alberto Acosto e l’Acción Ecológica di Martínez lo avevano sostenuto. A livello internazionale, Correa poi fece scalpore quando permise agli ambientalisti di includere ‘i diritti della naturanella Costituzione del 2008, da lui promossa come parte della ‘rivoluzione dei cittadini’. Ma a fargli guadagnare le maggiori credenziali del mondo occidentale e dell’Europa fu la sua promessa di lasciare intatto il più grande bacino petrolifero ecuadoriano, Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT), in cambio di un risarcimento. L’idea che l’amministrazione Correa mise sul piatto prevedeva la rinuncia dell’Ecuador allo sviluppo dell’ITT, una delle aree con la maggior concentrazione al mondo di flora e fauna selvatica, a patto che il resto del mondo versasse al Paese un contributo economico di circa 3,6 miliardi di dollari. Inoltre, con la sua insistenza affinché lo Stato ricevesse una porzione maggiore dei proventi petroliferi, Correa sembrò essere inflessibile con le grandi compagnie petrolifere.

Nel novembre del 2007, senza nemmeno consultare il Ministro del petrolio, modificò radicalmente a suo favore una tassa sui profitti straordinari derivati dal petrolio. La legge, introdotta dal suo predecessore Alfredo Palacio, esigeva una tassa minima del 50% sul prezzo d’entrata del petrolio. Correa la portò al 99%. Gli accordi standard di produzione condivisa in vigore all’epoca facevano sì che mentre le entrate fino al prezzo concordato nel contratto  -intorno ai 22 dollari al barile-, venivano suddivise tra Stato e compagnie petrolifere, tutti i proventi derivati da prezzi più alti della soglia fissata andavano esclusivamente a queste ultime. Portare la tassa sui profitti straordinari al 99% portò il Governo ad incassare circa il 70% dei proventi di tutta l’attività estrattiva.

Per quanto riguarda invece l’attività mineraria, nell’aprile 2008 l’Assemblea incaricata di redigere la nuova Costituzione approvò, su ordine del Presidente dell’Assemblea Costituente Alberto Acosta Espinosa, una moratoria sugli scavi su vasta scala. Questo provvedimento paralizzò efficacemente i tentativi di esplorazione e di sviluppo -intrapresi principalmente dalle compagnie minerarie canadesi- di numerose miniere di rame e d’oro, che avrebbero comportato attività estrattive anche in superficie, a cielo aperto.

La confusione in materia ambientale dilagò rapidamente.
Già nel 2007 Correa aveva smantellato una legge che vietava l’esportazione di pinne di squalo. Il Governo lo consentiva ora per squali catturati ‘accidentalmente’, pur non avendo mai stabilito delle norme che definissero questo tipo di eventualità.
Oggi è facile vedere squali smembrati su spiagge celebri come Puerto López, punto nevralgico per l’osservazione degli squali da giugno a settembre. Secondo l’attivista ambientalista Deborah Chiriboga, ogni anno sono circa un milione gli squali catturati.
Inoltre, nonostante la moratoria sulle estrazioni su vasta scala, le operazioni altamente inquinanti di estrazioni su piccola scala sono andate avanti, causando uno dei più alti tassi del mondo di intossicazione da mercurio tra i giovani.

In alcuni casi il Governo ha invece adottato una linea dura.
Nell’Esmeraldas, la provincia nordoccidentale al confine con la Colombia, il Ministro della difesa ha utilizzato la dinamite contro dozzine di bulldozer ed altri mezzi pesanti utilizzati nelle miniere d’oro illegali, molte delle quali sospettate di agire come copertura per rifornire i clandestini colombiani di sostanze chimiche e di agevolare il riciclaggio dei proventi del narcotraffico. 

Altri casi indicano al contrario una certa tolleranza nei confronti del persistente inquinamento.
A Tenguel, un sobborgo rurale della città portuale di Guayaquil, l’ambientalista Esther Landeta ha accusato la compagnia mineraria Paz-Borja di aver inquinato quattro fiumi della zona, ed ha accusato Galo Borja, all’epoca Ministro dei settori strategici nel Governo Correa   -il cui portfolio comprende il coordinamento delle compagnie petrolifere, elettriche e di telecomunicazioni-  di stare cospirando per ucciderla a causa della sua attività contro la miniera. Borja, ha aggiunto Landeta, ha passato le sue quote della miniera ad un prestanome per nascondere la sua posizione di proprietario della Paz-Borja. Borja, attuamente legislatore per il movimento politico di Correa Alianza PAIS, ha sempre respinto le accuse.  

Nel frattempo, Correa ha beneficiato di prezzi del petrolio mai visti prima. Eccezion fatta per la crisi globale del 2008, quando il greggio crollò dal massimo storico di 145 dollari al barile (dati del West-Texas Intermediate, il punto di riferimento per il petrolio ecuadoriano) ad un minimo di 33,87 dollari, l’attuale Presidente ha potuto cavalcare un’onda che ha visto una media di 85,83 dollari al barile dal 2007 al 2013.
Dal 2000 al 2006 i suoi predecessori avevano registrato una media di soli 39,72 dollari al barile, sufficiente a spiegare l’instabilità politica che aveva caratterizzato i poco fortunati dieci anni precedenti all’avvento di Correa. Da dicembre a marzo del 1999 il petrolio era sceso sotto i 14 dollari, contribuendo alla profonda crisi economica e finanziaria locale che portò l’Ecuador ad abbandonare il sucre in favore del dollaro come valuta corrente.

Già con i primi segnali positivi del 2007, Correa aveva rivolto la propria attenzione ai prezzi del petrolio, tentando di ricavarne vantaggi ancora maggiori.
L’aumento della tassa sui profitti straordinari al 99% era infatti pensato per costringere le compagnie, tra cui la Andes Petroleum di proprietà cinese, la spagnola Repsol, l’Agip  e la brasiliana Petrobras, ad accettare nuovi contratti. Perenco, una compagnia privata francese, aveva contestato il diritto dell’Ecuador ad imporre una simile tassa. Un caso simile si era già verificato con la Occidental Petroleum (OXY): un tempo, la compagnia californiana era il principale investitore straniero in Ecuador, ma quando prese parte ad una controversia fiscale con l’Amministrazione Palacio, questa ne confiscò il patrimonio di 180.000 barili al giorno,  accusandola di violazioni al contratto stipulato con lo Stato. Anche Perenco, nel 2009, dovette subire una sorte simile.

Minacciando continuamente le compagnie con lo spettro della nazionalizzazione, Correa liquidò ben tre Ministri del petrolio  – Acosta, Galo Chiriboga e Germánico Pinto prima di decidere con esattezza in che modo cambiare i contratti petroliferi. Il Governo non era abbastanza fermo: spaventato dalla difficile situazione in cui versavano Oxy e Perenco, aveva ridotto i tagli nei loro confronti. Il tasso naturale di decremento delle operazioni petrolifere fece sì che la produzione di greggio ecuadoriana calasse mentre i prezzi raggiungevano picchi storici.

A partire dal 2010 la produzione complessiva, incluse la quota nazionalizzata di Oxy e quella di Petroecuador divenuta proprietà statale, era calata del 10%, passando dai livelli record di 536.000 barili al giorno a soli 480.000; anche la produzione privata quotidiana crollò del 37% quando Correa si insediò, passando da 256.000 barili a 162.000. Il Governo continuava quindi a godere i vantaggi degli alti prezzi del petrolio, ma allo stesso tempo, con il calo della produzione, perdeva miliardi di potenziali ricavi.

Peggio ancora andò alla compagnie minerarie. Il nuovo modello contrattuale, basato sulla Costituzione del 2008 e su una legge del 2009 in materia di estrazioni, impose nuove tasse e diritti di sfruttamento minimi, cominciando con l’annullamento di più di 2.000 concessioni che tornarono quindi allo Stato, e con la creazione di una nuova compagnia mineraria statale, Enami.

Con il prezzo dei metalli a livelli così alti da raggiungere quasi quello del petrolio, i soli cinque principali progetti estrattivi furono valutati 220 milioni di dollari. Tra questi, c’erano Mirador, un progetto realizzato da Ecuacorriente per l’estrazione di rame nella provincia sudorientale di Morona Santiago; Fruta del Norte, della canadese Kinross, per l’estrazione di oro e argento a Zamora Chinchipe, nel sud del Paese; e vicino a Cuenca, il progetto per l’estrazione di oro e argento denominato Río Blanco dell’International Mineral, così come analoghi progetti di Iamgold e Quimsacocha. 
Oltre a condividere lo scetticismo sull’insistenza di Correa nel pretendere un ricavo minimo maggiore del 50%, le compagnie erano unite anche nelle lamentele contro gli interminabili procedimenti burocratici degli uffici governativi, impreparati ad emettere i nuovi permessi richiesti.
Nel 2009 soltanto la Dynasty Metals and Mining, il cui progetto vicino a Zaruma, nella provincia di El Oro nel sud delle Ande, era prossimo al completamento, iniziò ad estrarre oro. Ed anch’essa, comunque, aveva ancora in sospeso altri progetti.

L’incompetenza statale non riuscì a impedire che le organizzazioni di nativi e gli ambientalisti si preoccupassero per le intenzioni del Governo in materia petrolifera e mineraria. Ciò che essi temevano maggiormente era l’inquinamento delle acque potabili e destinate all’irrigazione a causa degli impianti di lavorazione presenti vicino alle sorgenti dei fiumi, sia nei páramos paludosi altoandini, sia nella giungla amazzonica.
Il supporto degli indigeni a Correa crollò nel giro di pochi mesi a partire dall’approvazione della legge sulle estrazioni minerarie del gennaio 2009.
Nel giugno del 2010, nel tentativo di dimostrare il suo sostegno alla causa indigena, Correa organizzò un summit internazionale nella città di Otavalo, sede di un’importante comunità Quechua; erano presenti il Presidente del Venezuela Hugo  ChávezEvo Morales, Presidente della Bolivia.

Mentre Correa elargiva loro ponchos ed altri abiti ispirati allo stile indigeno, il summit sprofondava nell’imbarazzo: centinaia di manifestanti indigeni di diverse nazionalità circondavano lo stadio sede dell’evento, ripetendo «Correa fascista, falso socialista», desistendo dal loro assedio soltanto quando Morales acconsentì inviare un proprio Ambasciatore a ricevere una lettera dei manifestanti.

Come ripicca, il Presidente del cartello di organizzazioni indigene CONAIE, Marlon Santi, fu accusato di terrorismo quando un poliziotto dichiarò di aver perso un paio di manette durante gli scontri.  Un altro leader indigeno, Pepe Acacho, e con lui altri 10 nativi, furono accusati di terrorismo nel settembre dello stesso anno dopo l’omicidio di un’insegnante durante una manifestazione contro le estrazioni minerarie vicino a Macas, nella provincia di Morona Santiago. Le organizzazioni per i diritti umani iniziarono a prestare attenzione alle repressioni dei manifestanti e alle minacce alla libertà di stampa emanate dal Governo.

A metà 2013, il Governo ha fatto un passo avanti: riformando la legge sulle estrazioni minerarie adottando una procedura d’urgenza, ha soddisfatto gli interessi delle compagnie minerarie. La legge consente al Governo di dare concessioni minerarie alle compagnie statali straniere senza bandire una gara d’appalto, riduce a due  -quelli delle autorità ambientale e idrologica- i requisiti di approvazione per gli scavi di media scala, ma soprattutto limita all’8% le royalties sulle dimensioni del progetto minerario.

Gli azionisti della maggior parte delle compagnie minerarie canadesi ne avevano ormai abbastanza della burocrazia, e gli analisti dei mercati bancari avevano già detto che il boom dei metalli aveva superato i livelli massimi. Prima di giugno 2011 il valore stimato dei metalli nei maggiori depositi è sceso  -secondo la Camera di Consiglio delle compagnie minerarie dell’Ecuador-  a 151 miliardi di dollari, con un crollo del 31%. La maggior parte delle compagnie ha preferito liquidare i propri progetti andando in perdita piuttosto che rimanere, entrando così nel tortuoso processo di negoziazione di uscita.

Nel 2010 Ecuacorriente si era rivolta ad un acquirente cinese, Tongling, ed aveva iniziato a spendere i 2 miliardi previsti per gli investimenti per estrarre 2,9 milioni di tonnellate di rame a Mirador. L’operazione non andò liscia: quando gli operai della miniera abbatterono una chiesa ed una scuola su un territorio apparentemente compreso nella concessione, i manifestanti occuparono l’area. Anche nel tentativo di controllare le estrazioni illegali ci furono episodi di violenza, e nel novembre del 2013, durante un’operazione per confiscare le draghe del fiume Zamora, un pescatore di etnia Shuar rimase ucciso e nove soldati furono feriti.

La situazione è ugualmente tesa a Íntag, un’isolata valle subtropicale a ovest di Otavalo, dove la ben organizzata comunità locale ha bloccato i tentativi di estrazione del rame sin dal 1994, insistendo su una crescita economica basata sull’ecoturismo e la produzione di caffè biologico.
Il tentativo di sviluppo minerario più recente  -un progetto chiamato Llurimaguas con stime di produzione tra i 318 milioni e 1,6 miliardi di di tonnellate di rame-, è attualmente nelle mani di una joint venture tra l’esordiente Enami e la cilena Codelco, gigantesca compagnia statale. Una valutazione del 2011 firmata dall’ONG Earth Economics ne stima gli introiti statali a 7,6 miliardi di dollari, pur contemplando una possibile flessione – sia al rialzo che al ribasso – del 30%. 

Gli interessi del Governo hanno quindi fatto di Íntag un nuovo focolaio di tensioni sociali. Correa ne ha contestato un importante leader locale, Carlos Zorrilla, criticandolo per non essere un vero nativo del luogo e accusandolo di destabilizzare il Governo al punto che, nel dicembre del 2013, Amnesty International ha espresso preoccupazione per la sicurezza di Zorrilla.
Il 9 aprile la Polizia ha fermato Javier Ramírez, Presidente della comunità  Junín, con l’accusa di aver danneggiato un veicolo di Enami e di averne aggredito i funzionari. Ad oggi  Ramírez è ancora in carcere e per diverse settimane nei mesi di aprile e maggio la Polizia ha limitato l’accesso all’intera valle.

Per quanto riguarda il petrolio, nell’aprile del 2010 Correa ha coinvolto il più grande petroliere del Paese, Wilson Pastor, per tentare di raggiungere un accordo con le compagnie straniere. In effetti, l’intervento di Pastor ha portato perlomeno ad un parziale successo: a inizio 2011 due terzi delle compagnie avevano firmato i nuovi accordi, secondo i quali il Governo avrebbe pagato alle compagnie una quota fissa per ciascun barile, trattenendo per sé il resto. Con le tasse intorno ai 35 dollari al barile e il WTI ancora vicino ai 100, il Governo continua a trarne notevoli profitti.
Correa sottolinea come il Governo incassi ora dalle compagnie circa l’80% dei proventi del petrolio contro il 20% del passato, ma saggiamente trascura di citare la tassa sui profitti straordinari, già responsabile di un aumento dei profitti di circa il 70%. Con i nuovi contratti la produzione complessiva si è nel frattempo ripresa, superando a metà giugno la quota di 560,000 barili al giorno.

Fin qui, buone notizie. Ma all’orizzonte si intravedono già dei problemi
Ivanhoe
, una compagnia statunitense-canadese, ha fallito il tentativo di sviluppare un gigantesco e insolito giacimento di grezzo molto pesante vicino a Tena, stimato in 6 milioni di barili. Un altro tentativo di progetto petrolifero nell’Amazzonia sudorientale, biologicamente simile al Yasuní Park, è naufragato a novembre 2013 tra le proteste indigene e ambientaliste. Solo pochi mesi prima Correa aveva staccato la spina al progetto Yasuní-ITT, incolpando i riluttanti investitori stranieri del mancato incasso potenziale di 360 milioni annui. Il Presidente sostiene, infatti, che i proventi petroliferi di quasi un milione di barili di greggio pesante estratti nell’area del parco nazionale ed in altre zone adiacienti sia indispensabile per continuare quell’opera di costruzione di scuole e ambulatori che il Governo aveva intrapreso – per uscire dalla povertà – già nel 2007. 

In ogni caso, con  il monopolio dello Stato sulle spese e i frequenti cambiamenti nella tassazione, gli investitori se ne sono andati.
Le spese dello Stato ammontano ora a quasi la metà dei 100 miliardi del PIL, con un disavanzo pubblico intorno al 5% (quello italiano, nel frattempo, era al 3% nel 2013). Correa ha raggiunto il successo aumentando il debito nella prima metà del 2014, compresi 2 milioni di dollari nel rinnovo di un credito petrolifero con la Cina e una vendita di obbligazioni per altri 2 milioni, dopo essere stato inadempiente nel 2008 a 3,2 miliardi di bond per ragioni politiche; inoltre, ha sottoscritto un accordo di libero scambio con l’UE.
Nel primo trimestre il PIL è cresciuto di un discreto 4,9%, ma ci sono segnali di un’eccessiva pressione fiscale. Da gennaio a maggio, il Tesoro ha viaggiato su una media di soli 348 milioni con un calo del 72% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando ammontava a 1,25 miliardi. Il disperato interesse di Correa per lo sviluppo di miniere e pozzi petroliferi e per la ricerca di nuove fonti di reddito risulta quindi più comprensibile.

La società ecuadoriana è cambiata. La povertà, che nel periodo più critico della crisi finanziaria riguardava il 60% della popolazione, è scesa sotto il 25% nelle aree rurali e a meno del 15% nelle città, facendo emergere una nuova classe media. Con essa, è cresciuto anche lo scetticismo sulle reali capacità dell’industria estrattiva di sviluppare la società, considerando che l’Ecuador è un esportatore di petrolio da più di 40 anni.
Yasunidos, un gruppo ambientalista contrario al progetto petrolifero ITT, ha raccolto circa 800.000 firme per richiedere un referendum che ne fermasse lo sviluppo, ottenendo come solo risultato il rifiuto di una Commissione Elettorale Nazionale politicamente malleabile. E quando lo stesso gruppo ha diffuso i filmati satellitari che mostravano Petroamazonas abbattere all’interno del parco un’area di foresta pluviale larga almeno 60 metri, la risposta è stata un rabbioso diniego televisivo del Vicepresidente Jorge Glas, con l’invito a verificare la misura esatta con un metro avvolgibile. La Polizia, l’Esercito e lo stesso staff di Petroamazonas hanno sistematicamente fermato gli esponenti di Yasunidos, compresa l’ambientalista  Martínez, la quale il 17 luglio si è messa in viaggio per seguire il consiglio di Glas.

Sul fiume Tiputini, nel cuore dell’Amazzonia, alcuni poliziotti sono saliti sulla barca degli ambientalisti, costringendoli a proseguire verso Nuevo Rocafuerte, al confine con il Perù. Una volta là, hanno soggiornato tutti nello stesso albergo, fino a che uno degli agenti, riconosciuto dal pilota della barca, ha confessato di averli seguiti fin dall’appuntamento alla stazione degli autobus di Quito.
Un ufficiale del parco ha poi negato al gruppo il permesso di raggiungere Llanchama Kichwa, un villaggio contrario allo sviluppo petrolifero situato all’interno del parco, e la Marina ha ritardato per diverse ore la concessione del permesso necessario per tornare a Coca.
Durante il viaggio di ritorno il gruppo è velocemente sbarcato a Chiru Isla, un villaggio sulle rive del Napo, dove la nuova strada costruita da Petroamazonas per raggiungere i campi petroliferi si dirige a sud verso il parco, in un ultimo tentativo di misurare l’ampiezza del danno; ma un montacarichi di Petroamazonas ha sollevato un tronco d’albero minacciando di lasciarlo cadere sulla prua della barca.
Successivamente due imbarcazioni della Marina e della Polizia hanno quindi seguito il gruppo fino a Coca, dove un ufficiale della prefettura provinciale, controllata dall’opposizione, li aspettava sulla banchina.

Con gli attivisti sotto sorveglianza e a rischio di incarcerazione, è probabile che il conflitto continui. Se Correa riuscirà o meno a sviluppare le risorse sotterranee del Paese, resta da vedere.

 

Traduzione di Marta Abate

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->