Ecuador: i perchè di manifestazioni, violenze e richieste di ‘Via Lasso’ Le richieste degli indigeni, le ragioni della protesta che vanno oltre a quelle della componente indigena, la crisi dell'agricoltura, le difficoltà causate da una Costituzione iper-presidenzialista, il ruolo del partito di Correa

5 morti e centinai di feriti è il bilancio provvisorio delle proteste sociali in Ecuador. Gli indigeni ed i settori più vulnerabili del Paese, il 13 giugno hanno cominciato una massiccia rivolta popolare contro il governo di Guillermo Lasso che, da poco più di un anno, è Presidente della Repubblica.
Un governo molto conservatore e che all’inizio del mandato è stato capace di contenere e praticamente debellare il Covid-19 grazie ad una ben riuscita campagna di vaccinazione, ma che con il tempo ha dovuto affrontare nuove ed importanti sfide che a poco a poco hanno logorato la sua immagine.
Prime fra tutte le sfide, la lotta al narcotraffico e alla criminalità organizzata che, sebbene oggi stia subendo gravi colpi a causa dei sequestri record di droga, riesce a mantenere sotto scacco l’Esecutivo, che sul campo ha sicuramente perso la guerra e deve assumersi la responsabilità di un Paese che da gennaio ad aprile 2022 annovera ben 1.242 omicidi mentre che dentro le carceri. a causa delle rivolte interne, dal 2020 ad oggi i morti ammontano a più di 400.
E poi, tanta povertà, disoccupazione, carovita e strutture pubbliche, inclusa quella sanitaria, abbandonate a se stesse ed incapaci di soddisfare le esigenze più elementari.

Un dramma ignorato dalle autorità locali e da molti ministri che puntano tutto sul rapporto con il Fondo Monetario Internazionale e sugli obblighi da adempiere con la suddetta istituzione. Da lì, i tagli e i forti disagi ai servizi pubblici, paradossalmente, proprio nel momento in cui il petrolio, principale risorsa economica del Paese,gode di un altissimo prezzo internazionale e nonostante i sussidi ai carburanti siano stati eliminati o ridimensionati per poter destinare quei fondi ad opere e servizi a beneficio della popolazione.

Per tutto questo gli indigeni sono scesi in piazza ed hanno protestato, ostacolando le principali arterie viarie del Paese, impedendo il normale rifornimento dei mercati nazionali che presto si sono ritrovati senza beni di prima necessità.

Il Governo ha provato a intavolare il dialogo, ma gli indigeni hanno chiesto prima il soddisfacimento di 10 punti consegnati agli emissari del Presidente. Tra le richieste avanzate dalla CONAIE (principale organizzazione indigena del Paese) e dal suo dirigente, Leonidas Iza, segnaliamo:
-Diminuzione del prezzo del carburante
– Controllo dei prezzi
– Creazione di posti di lavoro
-No alla privatizzazione
-Limitazioni all’estrazione mineraria
Il dialogo non c’è mai stato e il Presidente Lasso ha dichiarato lo stato d’emergenza che ha permesso a Polizia ed Esercito di intervenire con determinazione.

La violenza ha ben presto preso il sopravvento, anche considerando che la Polizia ha potuto contare su di un impressionante arsenale, anche sofisticato, così da reprimere con la forza, a volte troppa, i cortei che minacciavano di avvicinarsi sia al Parlamento ecuadoriano che al palazzo presidenziale.
Centinai di feriti da una parte e dall’altra ma purtroppo anche 5 morti tra i manifestanti ed unapopolazione nel caos più profondo che solo dopo 15 giorni di proteste e cortei è riuscita ad ottenere che si abbassasse il prezzo del combustibile dì 10 centesimi e finalmente ieri il primo vero incontro tra rappresentanti del governo e rappresentanti della CONAIE dal quale però non è venuto fuori granché.

Nayra Chalàn

‘L’Indroha chiesto a Naira Chalán, Vice Presidente di ECUARUNARI, organizzazione che fa parte di CONAIE, cosa ne pensi delle proteste e a cosa si punta ottenere.
Secondo la dirigente, le proteste si devono alle gravi difficoltà economiche che stanno affrontando, tra l’altro all’aumento del prezzo dei carburanti che ha influito direttamente sul prezzo dei generi di prima necessità. Poi segnala e dettaglia gli altri punti principali rivendicati dal movimento indigeno e che includono una moratoria per i piccoli produttori che a causa della pandemia non possono pagare i debiti acquisiti con le differenti istituzioni finanziarie; far estendere la zona protetta a tutti quei territori che potrebbero essere pregiudicati dall’estrazione petrolifera e mineraria; far pagare un prezzo giusto per i prodotti dell’agricoltura; favorire l’insegnamento bilingue nelle scuole delle diverse comunità (oltre allo spagnolo, insegnare anche nella lingua nativa);evitare la speculazione sui generi di prima necessità; non permettere le privatizzazioni delle imprese pubbliche ed infine implementare una politica di sicurezza pubblica.
Ma la dirigente riconosce che in questo momento il movimento indigeno è diviso a causa, soprattutto, del suo braccio politico chiamato PACHAKUTIK, che ha una nutrita rappresentanza parlamentare. Secondo Chalán, alcuni parlamentari si sono dissociati dalla linea del movimento indigeno ed hanno preferito dare il loro voto per ottenere benefici personali. E fa nomi e cognomi di quei politici che secondo lei hanno tradito gli ideali del movimento. “Ci sono attori, dentro la Asemblea Nacional, che hanno adottato una posizione che li fa votare in cambio di benefici da parte del governo e tra questi ci sono Salvador Quispe Guadalupe Llori, Rafael Lucero, ecc.”.
Tuttavia, aggiunge che si tratta di una divisione che non intacca la struttura nazionale del movimento, bensì solamente alcuni parlamentari che vengono attratti dal potere. Chalán prende le distanze da coloro che li accusano di voler destituire Lasso, dato, dice, che non è questo il loro obiettivo. Tuttavia comprende l’indignazione dei manifestanti e assicura che se Lasso sarà destituito sarà per i suoi errori. “Il movimento indigeno non ha mai pensato di destituire il Presidente. Tuttavia stiamo vedendo che le strategie del governo per zittirci hanno fatto si che il movimento indigeno avanzi altre rivendicazioni e tutto inizia quando il Presidente CONAIE è stato sequestrato”, Leonidas Iza è stato arrestato il 14 giugno e rilasciato il 15 in concomitanza con l’inizio delle proteste. “In questo senso tutte le decisioni prese dal governo, inclusa la riduzione di 10 centesimi del prezzo della benzina e del diesel solo indignano perché sembra che si tratti di una presa in giro ed è per questo che la gente ormai grida: FUORI LASSO, e se Lasso cadrà sarà per essere stato testardo”.

Daniel Márquez

A Daniel Márquez, editorialista del quotidiano ‘La Hora‘, abbiamo chiesto la sua analisi e se davvero sia in corso un golpe contro il Presidente Lasso.
Le proteste, secondo Márquez, sono figlie di una crisi sistemica causata dalla Costituzione ecuadoriana che è iper-presidenzialista ed è stata pensata per un Presidente forte, popolare, con a disposizione ingenti risorse economiche ed all’interno di un contesto internazionale stabile. Se uno di questi fattori viene meno la Costituzione cessa di aiutare il Presidente in carica. E questi fattori, in Ecuador, non sussistono più da tempo. La pandemia nel 2020 e la speranza scaturita dalle nuove elezioni presidenziali sono riuscite a contenere gli effetti della crisi. Quindi, quello che sta succedendo adesso, pur essendo in atto da molto tempo, non era visibile.
In questo momento non ci troviamo di fronte ad una protesta indigena, ma piuttosto di fronte ad un insieme di problemi. Evidenziamo la protesta della CONAIE, però c’è anche il rimpianto di tempi migliori e il problema del settore agricolo ecuadoriano, che è forse uno dei principali problemi del Paese”.
Nel tentativo di far comprendere meglio cosa stia succedendo in Ecuador, Márquez richiama ribellioni del passato, come quella del 2019, e spiega che esistono alcune differenze, dato che mentre allora si avanzava una sola richiesta concreta, oggi si esige che si soddisfino 10 punti e tutti abbastanza, complessi rendendo la situazione molto più difficile. Un’altra differenza è che le proteste oggi non siano state organizzate e che sono il frutto del malcontento popolare, pertanto non possono essere controllate da nessuna organizzazione, proprio come già successo anni addietro in Argentina, Colombia, Cile. Ed è per questo che Márquez storce il naso quando sente parlare di golpe. “Non credo che la parola Golpe debba continuare ad essere usata in America Latina. I tempi sono cambiati e dovremmo inventarci una nuova parola per riferirci a quanto sta accadendo”. Probabilmente, dice il nostro intervistato, qualcuno vuole destituire il presidente però lo si fa come in qualunque altra democrazia. “In tutte le democrazie esiste un’opposizione che cerca sempre di far cadere il governo”. Quindi in questo caso si cerca di destituire il Presidente in virtù di norme previste dalla Costituzione che Márquez definisce pessima”. “La nostra Costituzione, però, contempla molti meccanismi assurdi e ridicoli per destituire il Presidente, dato che abbiamo un sistema presidenzialista e non parlamentare. Questa è la vera particolarità”.

La protesta è il risultato di una crisi economica dovuta a un codice del lavoro eccessivamente rigido, e a una produttività agricola molto limitata.
E ciò si deve al fatto che le persone che vivono dell’agricoltura si trovano in condizioni di vita con molte privazioni e non possono contare su prodotti che migliorino la produzione locale, dato che tutte le forniture agricole, compresi fertilizzanti e pesticidi,provengono dall’estero a prezzi spesso esorbitanti. Quindi, la gente che vive dell’agricoltura e che già soffriva a causa della crisi economica, adesso è ancora più povera a causa della pandemia e la guerra in Ucraina, che hanno causato una forte inflazione, a prescindere dai sussidi ai carburanti.
E tutto questo non si risolve con un decreto, ma con un grande accordo nazionale ed un lavoro intenso che coinvolga la componente economica, sociale, politica ed ambientale del Paese.
Se questo non accade, l’Ecuador tornerà agli anni 90, con scioperi una settimana si e una no; un giorno sciopero dei professori e il giorno dopo dei calzolai e così via. Insomma, un Paese assolutamente sconvolto.
La realtà finisce sempre per imporsi e a breve termine la situazione non cambierà molto”, afferma Daniel Márquez. Invece a medio termine prevede più emigrazione, aumento di narcotraffico eviolenza e aumento della disoccupazione. A lungo termine, in Ecuador la situazione dipenderà anche da ciò che succederà nel mondo e forse è arrivato anche il momento di cambiare la Costituzione perché il mondo è cambiato.

Annamaria Raffo

Anamaria Raffo, parlamentare del partito UNES dell’ex Presidente Rafael Correa, affronta la questione della destituzione di Lasso. “Non è vero che Correa, né il mio partito, abbiamo manipolato Iza e tanto meno abbiamo rapporti con lui”, ci dice. Il partito di Raffo è infatti da settimane accusato di essere il mandante delle proteste,utilizzando il movimento indigeno per far destituire il Presidente Lasso. Tuttavia non esistono prove di ciò, ed è abbastanza comune accusare Correa di tutto ciò che accade nel Paese. Ciò che è vero è che il partito di Correa sta promuovendo la destituzione legale del Presidente, ricorrendo all’articolo 130 della Costituzione, che prevede la destituzione nel caso in cui il Paese si trovi in grave crisi interna. “Il partito UNES ha attivato il meccanismo costituzionale articolo 130 comma 2 per crisi politica ed interna. È evidente che il Governo durante i suoi 13 mesi di gestione avrebbe potuto affrontare i problemi del Paese ed anzi ha acutizzato i problemi, ed è per questo che il popolo protesta, perché è stanco delle bugie e dell’abbandono del Governo che è inetto ed oppressore”.
Giusto segnalare che nel caso in cui il Parlamento destituisse il Presidente rimarrebbe al potere l’attuale vicepreseidente.
Raffo afferma che se la gente oggi è stanca perché dopo 10 anni di Correa in cui si sono fatte grandi cose, non è tollerabile che in pochi anni si distrugga il Paese. “Per questo oggi abbiamo un futuro incerto e molto dipenderà da quanto succeda domani in Parlamento quando voteremo per la destituzione di Lasso. Domani finalmente sapremo chi sono coloro che difendono un presidente che prende in giro il popolo”.
Restano da segnalare le aggressioni ai giornalisti che coprono le proteste e che sono presi di mira dai manifestanti. La gente sembra aver perso fiducia nella stampa.