sabato, Aprile 10

Ecuador: gli indigeni contro Correa Indigeni e non solo in sciopero dal 13 agosto, promettono battaglia a Correa

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Quito – Sebbene a tenere banco in questi giorni, in Ecuador, sia il risveglio del vulcano Cotopaxi, il terremoto che più preoccupa il Governo del Presidente Rafel Correa è quello politico, ordito da alcuni settori indigeni e frange sociali, che il 13 agosto scorso hanno convocato ad uno sciopero nazionale con un imponente corteo nella capitale. Il risultato, oltre a blocchi stradali in diverse parti del Paese, è stato quello di numerosi scontri, talvolta estremamente violenti, tra le Forze dell’Ordine in tenuta antisommossa e i manifestanti con decine di feriti da una parte e dall’altra, e una cinquantina di persone arrestate ancora in stato di fermo.

Sembra, dunque, che l’idillio tra Correa e molti dei suoi seguitori o ex alleati sia al tramonto e che il Paese si accinga a vivere un periodo di grave instabilità e violenza.

Ciò che gli oppositori chiedono al Presidente è il ritiro di alcune leggi e riforme costituzionali che contemplano, tra l’altro, anche la rielezione indefinita per tutte le cariche pubbliche, compresa quella del Presidente della Repubblica.

Correa ha proposto il dialogo, ma i suoi detrattori non gli danno credito e continuano le proteste sia nella capitale che e in altre città del Paese, dove gli scontri cominciano a diventare cruenti; gli indigeni, soprattutto nella regione amazzonica, affrontano le Forze dell’ordine con lance, e hanno adottato la strategia di occupare enti pubblici o addirittura pozzi petroliferi.

I rappresentanti della CONAIE (Confederacion Nacionalidades Indigenas Ecuador) e del FUT (Frente Unitario Trab ajadores) i più acerrimi nemici della presidenza Correa, durante una conferenza stampa, ieri 19 agosto, a cui abbiamo partecipato, hanno accusato di violenza e repressione il Governo, che definiscono di destra e garante del capitale.
Il Presidente CONAIE, Jorge Herrera, ha affermato che «Correa ha tradito il popolo» e denunciato l’abuso di potere da parte dell’Esercito ecuadoriano che, a suo dire, sarebbe responsabile di aggressioni ai danni di civili in numerose località del Paese, dove, addirittura, i militari starebbero entrando con la forza nelle case di coloro che protestano per ritorsione.
Patricia Gualinga, una dirigente del popolo Sarayaku, acccusa Correa di aver seminato l’odio e di essere un dittatore.
Il responsabile del FUT ha, invece, sottolineato -quasi come avvertimento al Governo-, la coesione delle organizzazioni che si oppongono al regime e il successo delle proteste, che non solo non accennano a cessare, ma che, anzi, continueranno ad oltranza in tutto il Paese sino a quando il Governo non cederà alle loro richieste.
Tutte le opposizioni tengono a precisare: «Noi non siamo golpisti».

Da parte sua Correa, che forse attraversa il suo momento più difficile dal tentato Golpe del 30 Settembre 2010, accusa le opposizioni di essere strumentalizzate e di difendere interessi economici. In effetti il Presidente ha sempre dedicato molte risorse ed energie al mondo indigeno, anche per questo non si rassegna a piagnistei, invitando i suoi oppositori a sconfiggerlo alle urne, democraticamente. Correa è convinto che dietro le proteste si nascondano gruppi di potere, anche esterni, che vogliono riportare il Paese al passato. «Il vero popolo indigeno sta dalla parte della rivoluzione che gli offre educazione, salute e sta salvandolo dalla miseria dandogli dignità e protagonismo», ha affermato.
Il Presidente può ancora contare su molti sostenitori che vegliano sulla ‘revolucion ciudadana’ fuori dal palazzo presidenziale. Tant’è che alle organizzazioni ostili se ne contrappongono tante altre che aderiscono e sostengono la sua causa, come la FENOCIN (Confederación Nacional de Campesinos, Indígenas, Negras).

La Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador è particolarmente forte, altresì non è per nulla isolata, sulle stesse posizioni o quasi, comunque in aperto scontro con il Presidente, ci sono i sindacati di destra. Una convergenza pericolosa per Correa, soprattutto se la si somma alla crisi economica che si sta facendo strada nel Paese, con il crollo del prezzo del petrolio che sta insidiando la ‘revolucion’ di Rafael.

Difficile immaginare quanto questa pesante messa in discussione del potere di Correa possa incidere, quali gli scenari futuri del Paese, di certo è un attacco frontale al Governo, ben diverso dalle manifestazioni che si sono concluse in una bolla di sapone del giugno scorso.

 

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