mercoledì, Ottobre 27

Ecuador e Bolivia: governi populisti con opposizione inconsistente

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In Ecuador e in Bolivia, governo e opposizione non hanno raggiunto una situazione d’equilibrio. I governi populisti, forti di una base popolare che da molto tempo non si vedeva in nessuno dei due Paesi, cambiano le regole del gioco mentre l’opposizione rimane frammentata, disarticolata, priva di spazi reali di potere e reclusa in nicchie regionali.

In Bolivia, l’opposizione al presidente Evo Morales (che è appena stato riconfermato per la terza volta al governo del Paese andino) occupa una porzione geografica sempre più piccola e non ha presenza a livello nazionale. In Ecuador, solo le manifestazioni di piazza esprimono disaccordo rispetto al governo di Rafael Correa e sono represse con violenza dalla Polizia, nonostante il fatto che nella Costituzione, voluta dal governo stesso, sia sancito il diritto alla protesta, giacché Correa è stato un manifestante di piazza (tra coloro che contribuirono a far cadere il governo di Lucio Gutiérrez, l’ultimo presidente che non ha portato a termine il suo mandato).

In Bolivia, le provincie orientali del Paese (pianeggianti e caratterizzate da un clima caldo umido) sono state fin dal principio contro Evo Morales, eletto nel 2006 come primo presidente indigeno in un paese a maggioranza indigena che è sempre stato governato da meticci. Quest’anno, la parte orientale della Bolivia, più ricca e prospera, ha presentato alcuni candidati alle elezioni presidenziali, ma senza unità. “L’opposizione non ha saputo presentarsi come un’alternativa. Nessuno ha avuto il coraggio di rinunciare a favore dell’altro e di unirsi per presentare una lista unica”, indica l’analista politico Jorge Lazarte.

Un errore di strategia per un’opposizione che ha visto tre dei suoi esponenti dichiararsi perseguitati politici a causa di processi giudiziari avviati dal governo di Morales, che controlla la Giustizia del Paese. L’ultimo a lasciare la Bolivia (in una fuga notturna, nascosto in un veicolo diplomatico che ha raggiunto la frontiera con il Brasile all’alba) è stato l’ex deputato Roger Pinto, che oggi continua rifugiato in Brasile. Prima di lui sono stati l’ex governatore del dipartimento di Tarija, Mario Cossío, e Manfred Reyes, l’ex sindaco di Cochabamba, un personaggio popolare, che nelle ultime elezioni aveva ottenuto il secondo miglior risultato, dopo Morales.

Parallelamente, la popolarità di Morales è aumentata, giacché la Bolivia sta crescendo del 5% ogni anno e in questo momento costituisce l’economia Sudamericana in più rapida espansione. Gli indici dei livelli di povertà, inoltre, si sono ridotti di circa il 20% nel corso di questi anni. L’opposizione popolare a Morales era forte nel dipartimento di Santa Cruz, dove il suo partito non vinceva mai un’elezione, mentre ora non lo considerano male. In quella ricca regione, piena di proprietari terrieri e produttori, il Movimiento Al Socialismo (MAS)  di Morales ha appena vinto le elezioni. Certamente a tale successo hanno contribuito le lodi ricevute dal Presidente sulla stampa economica specializzata.  L’accusa che gli rivolge l’opposizione, che all’inizio era di essere “comunista”, ora è quella di essere un “capitalista senza cuore”: sebbene il suo discorso di sinistra non sia cambiato (si dichiara anti-imperialista, ha espulso l’ambasciatore degli Stati Uniti, e tra le misure che adotta vi sono le statalizzazioni) dicono che Morales stia sfruttando le risorse naturali e stia lasciando l’economia in balia delle fluttuazioni dei prezzi.

In Ecuador, il governo di Rafael Correa gode di una situazione simile. Nel Parlamento l’opposizione è schiacciata dalla maggioranza filo-governativa. Il suo unico inciampo politico è accaduto all’inizio di quest’anno, quando nelle elezioni per la nomina di sindaci e prefetti, il suo partito ha perso il comune di Quito contro Mauricio Rodas, un volto relativamente nuovo nella politica. Guayaquil, la città dell’economia e degli affari, è governata dallo stesso partito da oltre vent’anni, il Social Cristiano, e il suo sindaco, Jaime Nebot, era stato fin’ora l’unica voce dissonante in un Paese che sembrava seguire ciecamente i dettami di Correa.

Gli abusi della polizia contro gli studenti che protestano nelle piazze, tuttavia, la chiusura, senza diritto di replica, di organizzazioni non governative a favore dell’ambiente e la concessione di terre indigene (compresi parchi nazionali e zone notoriamente abitate da comunità non contattate) a progetti petroliferi e minerari hanno iniziato a erodere l’immagine di ineffabile che Correa ha per la maggior parte degli ecuadoriani. Elsie Monge, della Comisión Ecuménica de Derechos Humanos, segnala che una modifica delle leggi ha trasformato le marce in un delitto. «La resistenza è un diritto costituzionale, ma nell’articolo 273 si afferma che la resistenza alle forze dell’ordine è un delitto e la pena va da uno a tre anni». Elsie Monge segue il caso di 60 studenti di scuola superiore arrestati per aver protestato, ricorda che venti di loro sono stati colpiti in testa e presi a calci mentre si trovavano in terra. 

L’ultimo progetto di Rafael Correa (un pacchetto di emendamenti alla Costituzione concepito e approvato dal suo stesso partito) ha fatto alzare voci di protesta nel Parlamento, voci prive del potere di impedire il progetto del Presidente giacché sono in minoranza. In questo progetto di emendamenti, c’è anche la possibilità di rielezione indefinita. Ma per quanto protesti l’opposizione, la maggioranza del Parlamento è in grado di approvarla senza che nessuno possa impedirlo. Correa, il quale difende anche lui un discorso anti-imperialista e ha espulso un’ambasciatrice degli Stati Uniti (benché diversamente dalla Bolivia, in Ecuador i rapporti diplomatici sono stati riallacciati attraverso gli ambasciatori), alla fine, è qualcuno che crede, e ha affermato, che Cuba (dominata da oltre cinquant’anni dalla stessa famiglia) è una democrazia.  

 

Traduzione di Marco Barberi

 

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