lunedì, Maggio 17

Ecovillaggio: modo di vivere alternativo e non solo Negli anni il fenomeno ha attirato un numero crescente di persone per varie ragioni: ecco quali

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Gli ecovillaggi sono migliaia e sono sparsi in tutto il mondo. L’area più ricca di ecovillaggi è il continente americano che conta almeno 2.000 comunità. In Europa, invece, si segnalano la Gran Bretagna e l’Irlanda con 250 comunità, seguite da Germania, Francia, Paesi scandinavi, Spagna, Portogallo e Italia dove le comunità registrate sono circa una ventina.

Negli anni il fenomeno ha attirato un numero crescente di persone per varie ragioni: la scarsa vivibilità delle grandi città, la crisi economica (vivere insieme costa meno), la fine della militanza politica, una generale crisi dei valori, il radicamento del pensiero ambientalista e la volontà di cambiare stile di vita per eliminare lo stress e le tensione negative.

Ma cos’è un ecovillaggio?

Il termine ‘ecovillaggio’ deriva dal termine inglese eco-village, utilizzato per la prima volta nel libro di Robert e Diane Gilman intitolato ‘Eco-villages and Susteinable Communities’, ovvero ‘Ecovillaggi e comunità sostenibili’, e pubblicato nel 1991. Anni dopo, viene fondato il Gen (Global Ecovillages Network), una rete mondiale di ecovillaggi che dà il via alla formazione delle varie comunità sparse in giro per il mondo.

Definire cosa sia un ecovillaggio non è una cosa semplice, ma la definizione che ne dà il Gen è questa: ‘un centro abitato moderno dove l’uomo vive in armonia e cooperazione con la natura, sperimentando nuove tecnologie e nuove abilità per creare un modo di vivere più sostenibile, pacifico e diverso.

Ogni villaggio è caratterizzato da diversi elementi.

Per prima cosa, al suo interno si producono alimenti che non danneggino l’ecosistema; si costruiscono case che favoriscano il benessere psicofisico dei loro abitanti e che siano edificate con materiale compatibile con l’habitat esterno; le decisioni vengono prese di comune accordo e le proprie competenze possono essere messe a servizio degli abitanti che vivono nei dintorni e che popolano quelle zone.

Gli ecovillaggi rappresentano, dunque, un modo di vivere alternativo che si basa sulla profonda comprensione che tutte le cose e tutte le creature viventi sono interconnesse fra di loro e che i nostri pensieri e le nostre azioni hanno un impatto decisivo sull’ambiente. Le persone che ci abitano, infatti, conducono uno stile di vita in armonia con la natura e con i loro amici e familiari. La motivazione profonda che li ha spinti a costituire delle comunità indipendenti nasce dal bisogno di svolgere azioni concrete per arrestare la degradazione degli ambienti urbani e per frenare le pratiche distruttive che gli uomini stanno compiendo nei confronti del pianeta.

Gli ecovillaggi seguono una propria filosofia di vita che si basa su quattro principi cardini: ecologia, dimensione sociale, cultura e spiritualità.

L’aspetto ecologico è di fondamentale importanza in queste comunità dato il rapporto viscerale che si crea fra l’uomo e la natura che lo circonda. Ogni attività è volta a salvaguardare l’ambiente, a partire dal riciclo dei beni materiali che per molti sono ormai usurati, dall’utilizzo delle energie rinnovabili, dalla raccolta differenziata, dalla coltivazione del cibo nel proprio orto, dal mantenimento di suolo, acqua e aria puliti attraverso un’equa amministrazione delle risorse e dalla protezione della biodiversità e delle aree deserte.

La dimensione sociale degli ecovillaggi riguarda, invece, il desiderio delle persone di trascorrere più tempo insieme e di creare un ambiente dove ognuno possa crescere sia come individuo libero che come parte di un gruppo. Qui, ognuno ha la possibilità di prendere decisioni e di sentirsi appagato come individuo. I bambini vivono in un ambiente confortevole e praticano attività all’aria aperta, come il giardinaggio e la costruzione di oggetti artigianali. Ciò permette loro di imparare una serie di abilità attraverso l’esperienza pratica. Così facendo, crescono esseri umani liberi e pieni di motivazione ed imparano  a misurarsi sia con i propri bisogni che con quelli della società in cui vivono.

Grazie all’integrazione di principi culturali e spirituali all’interno della loro struttura, diversi ecovillaggi promuovono la rinascita di tradizioni culturali provenienti da ogni parte del mondo e ciò li conduce verso un cammino spirituale nel quale predominano: il senso di gioia e di appartenenza attraverso rituali e celebrazioni in seguito a cicli naturali (festa della raccolta, solstizio d’estate); la creatività e le arti come espressione di unità e interrelazione con il nostro universo e il rispetto nei confronti di culture differenti, facilitando così la propria crescita personale.

Quando nasce il primo ecovillaggio? Nel 1971, un professore di San Francisco, Stephen Gaskin, fondò The Farm, il primo ecovillaggio del mondo, a Summertown, Tennessee (lo stesso anno in Danimarca era nata Christiana, la famosa comune di Copenaghen; e solo tre anni prima era stata fondata Auroville in India, anche se gli esperimenti comunitari cominciarono già nei primi dell’ottocento con le utopie socialiste). Più di quarant’anni dopo, The Farm esiste ancora, ospita 250 persone ed è impegnata nel campo della ricerca sostenibile.

Ma quali sono gli ecovillaggi presenti in Italia? Secondo la Rive (Rete Italiana Villaggi Ecologici) oggi, in Italia, ci sono circa venti ecovillaggi, altri sedici sono in costruzione e ventidue sono i progetti da approvare.

Sulle colline tra Perugia e Terni, c’è Utopioggia, l’ecovillaggio più antico e longevo d’Italia fondato nel 1972 da un gruppo di ragazzi che decidono di vivere in maniera anarchica e anticonformista. All’inizio, la comunità era nata a Barhof, in Germania, e poi nel 1982 si è trasferita in Italia. Oggi Ildiko (una delle ragazze del gruppo) ha i capelli bianchi e vive con Franco, bolognese, in una delle case del villaggio. Lei tinge lana e seta con tinte naturali e lui, ex giornalista di Lotta continua, ora scrive di Bioagricoltura.

A Passignano sul Trasimeno, c’è Panta Rei, un centro di educazione ambientale. La gente che vive qui mangia verdure dell’orto, riso alla zucca e beve tisana al rosmarino. Le casette sono belle e luminose: alcune sono costruite sull’albero, altre hanno una serra dentro casa. Nel 1995, Dino Mengucci e compagni decidono di recuperare un’area danneggiata da un incendio e di far nascere in quell’appezzamento di terra Panta Rei. Il villaggio è completamente sostenibile a livello energetico: l’acqua proviene da un sistema di fitodepurazione o dalla raccolta piovana e l’energia dai pannelli solari. Panta Rei oggi offre ospitalità anche a comitive di studenti o di adulti ed è attivo quasi tutto l’anno con corsi e seminari di permacultura, yoga ed ecologia.

Questi sono solo alcuni degli esempi di ecovilliaggi che abbiamo in Italia dove il clima che si respira è sempre festoso ed ogni attività che si svolge è unicamente per il bene comunitario e per la protezione dell’ambiente.

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