lunedì, Luglio 26

Ecosostenibilità e Rifiuti Zero

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Boni rifiuti zero

L’instancabile biker Danilo Boni è già dal 27 maggio scorso in sella alla bicicletta elettrica Frisbee, fornita da TC Mobility, sponsor ufficiale del ‘Giro d’Italia delle buone pratiche a Rifiuti Zero’ promosso da Zero Waste Italy, sezione italiana del movimento-progetto Zero Waste Europe che lavora insieme ai municipi europei, alle organizzazioni internazionali no-profit e ai locali gruppi Zero Waste, si caratterizza per trovare una via per incrementare il riciclo con rifiuti pari allo zero al fine di migliorare l’ecosostenibilità delle imprese e dell’ambiente. Con la sua bici Boni sta portando la nomination ad aziende singole o in gruppo, che si sono distinte per il loro impegno nel promuovere processi di ‘produzione pulita’, sia nell’organizzazione del sistema di gestione dei rifiuti, che nel riutilizzo e bonifica dei prodotti restituiti dopo l’uso, oltre che dei rifiuti rimasti dalla lavorazione.

Tre aziende hanno già ricevuto la nomination: Carlsberg Italia, con sede a Milano; Effecorta, negozio di prodotti sfusi, alla spina e filiera corta sempre a Milano; e l’Hotel Ristorante alla Campagna, in provincia di Verona. Nel frattempo, Rossano Ercolinivincitore del Goldman Environmental Prize 2013 e presidente di Zero Waste Europe (che abbiamo intervistato) e Paul Connettprofessore emerito di chimica ambientale alla St. Lawrence University di New York e promotore nel mondo della strategia Rifiuti Zerostanno portando avanti conferenze o altre iniziative, parallele ma collegate al ‘Giro d’Italia delle buone pratiche a Rifiuti Zero’, per sensibilizzare sul problema che sta alla base di Zero Waste Europe.

L’Italia non ha ancora una legge riguardo l’adozione di ‘produzione pulita’ e la necessità di minimizzare lo scarto derivante dal consumo dei prodotti e della loro fabbricazione, tanto che tale scelta appare volontaria e facoltativa. Il riciclaggio dei rifiuti è un settore decisivo, secondo le stime dell’Ocse sulla crescita poco sostenibile del consumo delle materie prime, che è aumentata del 36% dal 1980 al 2002 e si prevede che crescerà ulteriormente, fino al 48% entro il 2020, per un valore di circa 80 miliardi di tonnellate. L’Unione Europea (con la direttiva 2008/98/CE) si è data l’obiettivo di diventare ‘una società del riciclaggio con alto livello di efficienza’, cercando di limitare la produzione di rifiuti e di utilizzarli come risorse. Agli Stati membri è inoltre richiesto di impegnarsi perché i materiali non riciclabili non finiscano nelle discariche e di accrescere del 50% in peso il riciclaggio dei rifiuti urbani entro il 2020. L’Italia è ancora lontana dalle disposizioni di legge e si attesta al 45% in peso, anche se il settore del riciclo è importante per l’economia nazionale con dinamiche in crescita continua, e strettamente connesso ai settori produttivi che utilizzano le materie seconde, che incide per il 60% nella produzione di metalli ferrosi e non, e per oltre il 50% nel settore cartario.

Con la decisione 2011/753/EU la Commissione europea ha indicato quattro metodi diversi, che variano a secondo delle tipologie (rifiuti domestici e urbani) e delle frazioni merceologiche che è possibile includere nel calcolo per effettuare il già citato obiettivo riciclo, lasciando gli Stati membri liberi di scegliere il metodo da utilizzare. In Italia il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha scelto il secondo metodo indicato dalla Commissione, includendo le seguenti frazioni merceologiche: carta, cartone, plastica, metalli, vetro, legno e frazione organica. La prevenzione al rifiuto richiede anche il controllo e il miglioramento continuo delle prestazioni e dell’efficienza ambientale; a tal fine le imprese produttrici dovranno provvedere alla introduzione dei sistemi di gestione ambientale all’interno dei processi industriali e dei servizi (tramite certificazioni ambientali), modificazione delle tecnologie di processo per ridurre l’inquinamento (eco-efficienza dei cicli di produzione e di consumo), miglioramento dei sistemi di abbattimento delle emissioni (aria, acqua e suolo), perseguimento dell’efficienza energetica, riduzione della produzione di rifiuti e innovazione ambientale di prodotto, oltre che di processo, attraverso il miglioramento delle prestazioni ambientali del prodotto e delle potenzialità di riutilizzo e recupero anche a fine ciclo d’uso.

Il Ministero, nell’ambito dei propri compiti istituzionali, ha individuato la Strategia del Riordinamento dei sistemi industriali di processo/prodotto tra gli obiettivi specifici da inserire nei Programmi Operativi Regionali (POR) e nei DOCUP redatti dalle Regioni per l’utilizzazione dei Fondi Strutturali Comunitari, alle quali le imprese potranno accedere predisponendo, in conformità delle richieste contenute nei bandi delle Regioni, adeguati progetti che, perseguendo il principio della sostenibilità ambientale, realizzino le azioni sopra citate. Ciò è in grado di determinare una drastica riduzione dei consumi energetici, dell’uso delle materie prime, della produzione dei rifiuti e delle missioni inquinanti e un netto miglioramento dei prodotti ecocompatibili, delle condizioni di lavoro degli addetti, della competitività delle imprese per uno sviluppo sostenibile.

Molte aziende puntano sempre di più quindi sull’ecosostenibilità delle loro produzioni, il che significa un’attività umana che regola la propria pratica secondo norme ecologiste nel quadro di uno sviluppo sostenibile. Il rinnovamento delle risorse è al centro dell’ecosostenibilità, visto come capacità intrinseca nel mondo di trasformarsi in maniera ciclica, da difendere per non alterare i delicati equilibri terrestri. Essere ecostenibile consiste nel fare agire l’uomo in modo che il consumo delle risorse abbia quantità uguale da una generazione all’altra. La sensibilizzazione verso l’ambiente ha permesso che l’ecosostenibiltà faccia la sua comparsa anche nell’architettura, con modelli di case ecosostenibili per ridurre l’impatto sull’ambiente e i consumi energetici, oltre che da pochi anni anche nella moda ecosolidale, con bassa incidenza ambientale sia nella coltivazione dei materiali sia nella produzione commerciale dei capi.

Rossano Ercolini, Lei è presidente della Zero Waste Europe: che cosa si propone di fare concretamente questa associazione?

Questa associazione su scala europea si propone ovviamente, come dice il nome, di promuovere la strategia dei dieci passi verso i Rifiuti Zero, ossia la modalità di gestione delle risorse. Ma noi siamo coinvolti soprattutto a livello nazionale italiano, per riuscire a implementare ulteriormente quel successo che la strategia Rifiuti Zero sta avendo e già ha avuto nel nostro Paese, dove già oggi ci sono circa 215 comuni che hanno adottato a livello formale la cosiddetta delibera, ossia l’impegno di perseguire l’obiettivo di azzerare i rifiuti nel 2020 (ma in alcuni casi nel 2022, a seconda dell’orizzonte temporale da cui gli stessi sono partiti). Lo scopo è quello di promuovere la strategia Rifiuti Zero a livello continentale con un occhio di riguardo, essendo italiano, alla situazione nazionale.

Che filosofia ecologica con particolare riguardo all’ambiente portate avanti con questa associazione?

Va detto che Zero Waste Europe è costituita da vari movimenti e associazioni nazionali, a livello europeo stiamo coinvolgendo soprattutto quei paesi dove la strategia Rifuti Zero ha già un precedente e ha segnato a suo favore alcuni risultati positivi. Sto parlando della Spagna (dove nei Paesi Baschi e in Catalogna sono partite le prime esperienze); della Francia (dove a Parigi in febbraio abbiamo lanciato il movimento Rifiuti Zero con una vasta eco e una grande partecipazione); di alcune aree del Regno Unito, in particolar modo nel Galles, dove ci sono i risultati più importanti da questo punto di vista; dei nuovi paesi dell’Est europeo, come la Slovenia, la Romania e le Repubbliche Baltiche, dove il messaggio sta segnando dei risultati importanti perché Lubiana (Slovenia) si avvia ad essere la prima capitale europea che pratica l’obiettivo Rifiuti Zero. Altra storia ancora più entusiasmante è quella dell’Italia, dove assistiamo ad un’esplosione del numero dei comitati e associazioni locali, dalla Val d’Aosta fino a Reggio Calabria, passando per le isole maggiori del nostro Paese. A livello di società civile esistono centinaia di gruppi locali che puntano e pressano sulla qualità del riciclo dei rifiuti. Questa pressione ha già dato risultati eclatanti con il coinvolgimento, come dicevo prima, di 215 comuni.

Il ‘Giro d’Italia delle buone pratiche’ persegue l’obiettivo di coinvolgere il terzo degli attori che stanno alla base del patto Rifiuti Zero, ovvero le comunità, i comuni, le leadership politiche locali e nazionali e le imprese. L’obiettivo del Giro è di andare a caccia delle buone pratiche di impresa, scovarle per dimostrare che anche quel mondo economico è sensibile alla maggiore efficienza, e che questa sposa la riduzione degli scarti e degli sprechi industriali, quindi la nostra strategia sui rifiuti. Alla conclusione del Giro il 21 giugno a Capannori daremo 18 premi, che coinvolgono almeno 80 imprese piccole, medie e in alcuni casi anche abbastanza grandi, che già da adesso stanno svolgendo un ottimo lavoro sul versante della corretta gestione dei materiali di scarto.

Lei ha scritto un libro: ‘Non Bruciamo il futuro’. Ce ne parla meglio mettendolo in relazione alla filosofia della Zero Waste Europe?

Questo libro, edito da Garzanti, è un po’ la storia del movimento, partito nel 1995 nella provincia di Lucca, ovvero nel comune di Capannori, contro la realizzazione di due inceneritori e ha vinto la sua battaglia a livello locale. In realtà ha rappresentato l’inizio di un processo che ha contagiato tantissime altre realtà a livello nazionale e non solo, arrivando ai livelli attuali, per cui nel 2013 ho ricevuto il Goldman Environmental Prize proprio per questo percorso, che dal locale ha saputo promuovere un messaggio globale. Dato che è stato detto che di giorno sono un maestro elementare e di notte un attivista, con la duplice veste di educare da un lato i bambini e dall’altra la comunità, il mio libro insegna fornendo delle indicazioni tecniche e di respiro perché l’obiettivo ‘spreco zero’ va oltre la corretta gestione del materiale di scarto e muove dalla mia biografia e storia personale raccontando momenti divertenti e interessanti, come il contatto con il professor Paul Connett iniziato già dal 1996, o il viaggio prima a Londra e da San Francisco fino a Washington per ricevere il premio, di cui parlavo prima. È un libro che consiglio di leggere perché mi si dice che scorre facilmente ed è ricco di respiro civile.

Ho visto in rete che c’è una campagna firme intitolata ‘Legge rifiuti zero’: in che modo è legata a Zero Waste Europe e che cosa si propone di attuare?

L’obiettivo è quello di coinvolgere nella strategia Rifiuti Zero uno degli attori, che ha un ruolo particolarmente importante alla base del patto sui rifiuti, ovvero la leadership politica. Noi ad oggi siamo stati in grado di coinvolgere quella locale, avendo molti sindaci, assessori e consigli comunali adottato la delibera Rifiuti Zero; ma una volta che abbiamo bussato e cercato di entrare nei palazzi del governo e dei poteri locali, abbiamo ritenuto di dover tentare anche nel palazzo più importante, cioè il Parlamento, perché faccia propria tale delibera con la sua normativa nazionale, che deve tenere conto di quella europea, fortemente sempre più orientata alla strategia Rifiuti Zero, anche se l’Europa non usa propriamente questa terminologia. Abbiamo agito raccogliendo e consegnando 90 mila firme al Presidente della Camera Laura Boldrini con l’auspicio e augurio di far discutere in Parlamento questa normativa (che chiamiamo Legge rifiuti zero) per porre l’Italia all’avanguardia nella gestione di quei materiali di scarto che erroneamente chiamiamo rifiuti. In questo modo l’Italia dimostrerebbe una capacità di innovazione, ricevendone probabilmente una visibilità e un rispetto con ripercussioni anche sulla capacità di attrarre nel nostro Paese importanti flussi economici provenienti dai regolamenti comunitari, e molto altro.

È anche un segnale dell’attualità del dibattito che si sta tenendo con il nuovo governo, volto a realizzare all’interno del Job Act un piano nazionale del riciclo che favorisca, con l’attuazione delle buone pratiche, la realizzazione di posti di lavoro e di visibilità per l’impresa. In Italia ci sono solo cinque piattaforme per recuperare i metalli preziosi che sono nei telefonini o nei computer (in 100 telefonini ci sono almeno 15 grammi di oro). Mettendo a sistema le buone pratiche, è facilmente intuibile come si possa dar vita non solo ad un percorso di grande rilievo per la sostenibilità ecologica, ma anche a livello sociale, che in campo di crisi segnala come sia giusta la parola d’ordine dell’Unione Europa in cui si afferma che essa uscirà dalla crisi nel momento in cui saprà promuovere la moderna industria del riciclo. L’Italia attraverso questa normativa potrebbe avere l’opportunità di porsi all’avanguardia in Europa nella promozione connessa con l’ecologia, insieme a nuova economia.

In che cosa consiste il ‘Giro d’Italia delle buone pratiche a Rifiuti Zero’ da voi promosso?

Come dicevo prima, lo scopo del nostro Giro d’Italia è quello di coinvolgere questa volta le imprese. L’ottavo passo nella sua seconda parte, divisa in ulteriori due sezioni, prevede il coinvolgimento e la responsabilità stessa dei produttori. In altre parole il 70-80% del problema lo risolvono i cittadini con le raccolte differenziate porta a porta, con i centri di riparazione e riuso, con il sistema di ricarica alla spina (e conseguente riduzione degli imballaggi), ma il 30-20% consiste nel prodotto di una progettazione industriale che ad oggi ci propone materiali affatto, o difficilmente riciclabili o compostabili, del tipo o con imballaggi usa e getta. Noi vogliamo far emergere quelle imprese italiane commerciali, manifatturiere, agricole, i servizi che già ad oggi attuano le buone pratiche, arrivando ad azzerare o che per lo meno si avvicinano a quell’obiettivo per i propri scarti nel riciclo. Nella pratica il nostro Giro consiste in almeno 35 incontri pubblici tra conferenze o altre manifestazioni, che si snodano attorno ad un ciclista, Danilo Boni, che è partito il 27 maggio da Milano e che attraverso un tour di 1500 km arriverà a Sorrento, per poi risalire a Capannori il 21 giugno prossimo per la cerimonia di premiazione di queste 18 imprese o consorzi d’impresa. È un mese di iniziative che hanno coinvolto oltre a me, il professor Paul Connett, con il quale abbiamo dato il via al Giro a Milano il 27 maggio scorso, esperti come Enzo Favoino, ricercatore della Scuola Agraria del Parco di Monza, e molti altri autorevoli attivisti Zero Waste che si stanno impegnando con grande passione civile, grande competenza e conoscenza di dettagli per promuovere la strategia dei passi verso Rifiuti Zero.

Ci sono iniziative parallele al ‘Giro d’Italia delle buone pratiche a Rifiuti Zero’ come quella del 6 giugno ‘Da rifiuto a risorsa, esempi di buone pratiche a Rifiuti Zero’ all’Aula Magna della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze. Ci parla di questa iniziativa e delle altre collegate al vostro Giro d’Italia?

Questo Giro è un insieme complementare di tre giri d’Italia: quello di Danilo Boni, ossia del biker vero e proprio, che si sposta per tappe di città in città ogni giorno fino a Sorrento, per poi risalire a Capannori; gli altri due, uno svolto da Paul Connett e uno da me, a volte insieme a Paul o separatamente, ci hanno portato dalla Valle d’Aosta a Reggio Calabria per tenere conferenze, incontri e sopralluoghi. In particolar modo accenno a quello di due sere fa a Zumaglia, in provincia di Biella, dove – a fronte di una platea numerosissima- io e Paul Connett abbiamo conferito la nomination e l’invito alla premiazione finale a Capannori del Consorzio della Lana del Wool Company che ha trasformato un problema, come quello delle lane di basso pregio delle pecore (che rientrano nella categoria di rifiuto speciale, perché venivano abbandonate in modo improprio) in opportunità: tutte queste lane, grazie al consorzio, vengono utilizzate per produrre tessuti.

Nei due giorni precedenti a questo evento, io e Paul Connett eravamo stati invitati all’Hotel Conca Park di Sorrento che ha bandito l’usa e getta all’interno di questo grande e bellissimo edificio, che ha più di 220 camere e impiega più 50 addetti. In questo albergo applicano tutti i sistemi di ricarica; hanno abolito la monodose della marmellata e quella del latte: tutto viene servito alla spina, avendo una clientela molto qualificata che viene prevalentemente dal mondo anglosassone e che apprezza moltissimo questa innovazione e attenzione alla strategia Rifiuti Zero. Stiamo incontrando un’Italia meravigliosa, ma non quella che va nei talk show televisivi, dove spesso troviamo argomenti e personaggi non sempre all’altezza della parte migliore del Paese.

Per l’iniziativa ‘Da rifiuto a risorsa, esempi di buone pratiche a Rifiuti Zero’ del 6 giugno lanceremo gli obiettivi che provengono dal Protocollo di intesa che è stato recentemente siglato circa un mese fa dal Centro di Ricerca Rifiuti Zero del mio comune, Capannori, di cui sono direttore, e dal Dipartimento di Agraria dell’Università di Firenze: insieme hanno curato (anche prima che il protocollo fosse formalmente siglato) il progetto, che sta attirando molto interesse, di trasformare i fondi del caffè, ad oggi un problema che viene risolto smaltendo come rifiuti le capsule o il fondo stesso delle macchine, da problema a risorsa. Abbiamo sviluppato un progetto pilota nelle scuole di Capannori, nel quale alla fine abbiamo prodotto funghi dai fondi del caffè. Alla base del progetto c’è una cospicua collaborazione, grazie ad un neolaureato all’Università di Firenze chiamato Antonio di Giovanni, fra alcuni professori e ricercatori del Dipartimento di Agraria di questa università e il nostro Centro di Ricerca. Le nostre università dovrebbero guardare di più alla natura, dal basso della società civile. Un’esperienza quasi informale del Centro di Ricerca Rifiuti Zero che ha promosso questo studio, in alternativa allo spreco del fondo del caffè, chiamato l’oro nero, ma che viene gettato in discarica o bruciato negli inceneritori con le capsule usa e getta, può e deve essere di grande interesse da parte delle istituzioni della ricerca e dell’istruzione, come le università. Il progetto è un esempio di come le università dovrebbero lavorare abbandonando un po’ quel podio che le rende separate dalla società civile. Il 6 giugno prossimo sarà un bel momento, quando all’interno di questa istituzione prestigiosa nel Parco delle Cascine, parleremo delle implicazioni di tale importante protocollo.

Voi avete portato delle nomination ad aziende o gruppi di aziende che si sono distinte per il loro impegno nel promuovere processi di ‘produzione pulita’. Ci spiega in base a quali criteri sono state scelte queste aziende rispetto ad altre?

I criteri di scelta delle aziende sono fondamentalmente due. Il primo riguarda l’abbattimento tendenzialmente a zero dei propri scarti: per fare un esempio, la Carlsberg Italy di Milano, sezione italiana della multinazionale danese della birra, avvia al riciclo il 98% dei propri scarti, attraverso una certificazione pubblica rigorosa e riconosciuta da protocolli che ne certificano i calcoli.

Nello stesso tempo, il secondo criterio è stato quello di valutare la messa a disposizione di servizi che riducono i rifiuti, soprattutto di imballaggio, che vanno in mano all’utente: facendo sempre l’esempio della Carlsberg, o del progetto Lavanda (le cooperative che hanno organizzato i sistemi di lavanderia negli asili nido di Bologna), viene messo a disposizione nel caso della prima azienda una sorta di contenitore che tende a fornire la birra alla spina, abbattendo il peso e l’incidenza delle bottiglie di vetro o delle lattine di alluminio, riducendo così il rifiuto alla fonte; nel secondo caso, viene offerto un servizio che consente alle famiglie, anche quelle che hanno meno tempo, di poter lavare e riutilizzare il pannolino lavabile rispetto a quello usa e getta che sta diventando sempre più un problema per la gestione dei rifiuti. Nella parte residua il pannolino o pannolone usa e getta sta incidendo per oltre il 15%, anche se si fanno degli ottimi porta a porta, e costituisce un problema che deve essere risolto.

Quanto viene fatto in Italia per ridurre a zero i rifiuti della produzione aziendale e del riciclo dei rifiuti stessi?

Vogliamo mettere in luce che tutto quanto riguarda l’adozione di ‘produzioni pulite’, e la minimizzazione di scarti da esse derivanti, è volontario e facoltativo. Questo è un limite: ecco perché è importante che si attui una normativa nazionale che ‘imponga’ l’adozione di processi produttivi efficienti e ‘puliti’; nonostante questa volontarietà e soggettività, assistiamo ad un dato che proviene da due parti, dal basso (ossia dalla società civile) che vuole un ambiente più pulito e vuole evitare Terre dei Fuochi, smaltimenti selvaggi che hanno messo e mettono a rischio la salute dei bambini e della comunità stessa, e parallelamente lo stesso mercato che è molto attento alla capacità di innovazione. La strategia Rifiuti Zero non l’abbiamo inventata noi, ma la Toyota, che ha capito che più un processo produttivo è inefficiente, maggiore è la produzione di scarti, mentre più è efficiente e più diventa ‘pulito’, minimizzando la produzione di scarti. Il mercato in parte comincia ad esaltare la sostenibilità ambientale e l’Europa ci aiuta affermando che nel cassonetto c’è una vera e propria miniera urbana; che le materie prime e seconde diventeranno nei prossimi venticinque anni sempre più preziose, e che si intravede un aumento del 75% del loro fabbisogno. Tutto questo favorisce il passaggio sempre più massiccio di imprese dalla insostenibilità alla sostenibilità. Noi crediamo che questo passaggio debba avvenire su base legislativa. Il Parlamento deve intervenire con leggi, anche severe, che obblighino alla ‘produzione pulita’ soprattutto l’industria manifatturiera, ma tutto il mondo dell’industria deve essere trasformato. Nello stesso tempo ci deve essere un riconoscimento e opportunità economica con accesso ad investimenti agevolati, che i governi nazionali e locali devono favorire per le imprese che fanno innovazione e investono nella strategia ‘Rifiuti Zero’.

Quanto è sentito dai cittadini questo problema ecologico dei rifiuti zero?

Da quando ho vinto il premio, avrò preso parte in Italia a più di 70 incontri e se dovessi calcolare la partecipazione, si parlerebbe di migliaia di persone che ho potuto incontrare. Devo dire che all’evento del 2 giugno a Biella, giorno di festa, c’erano 200 persone ad ascoltare me e Paul Connett. Questo è il segnale che esiste davvero quell’Italia che non ti aspetti, virtuosa e migliore di quanto a volte venga descritta o sembrerebbe. Non c’è solo il Paese pigro e dei furbetti, ma anche questa Italia profonda che vuole il cambiamento e la rivoluzione del buonsenso. Rifiuti Zero è l’inizio di questa evoluzione, con migliaia e migliaia di gruppi che nel nostro Paese promuovono questo obiettivo. Rifiuti Zero è fashion, ma dobbiamo stare attenti al problema della strumentalizzazione della sua spinta da parte di qualcuno che vuole fare mediante questo la sua carriera politica, o intende promuovere i propri prodotti sul mercato. Siamo soddisfatti del nostro lavoro, ma dobbiamo vigilare che nessuno usi i frutti delle nostre battaglie.

In che modo le iniziative Zero Waste Europe e altre simili possono sensibilizzare maggiormente la popolazione italiana ed europea a questo problema?

Rifiuti Zero è un movimento ‘botton up’, ossia muove dal basso, tendendo a conquistare le leadership, le élite politiche, sia sociali, come i movimenti di cittadinanza attiva, sia del mondo dell’economia e dell’impresa. Se noi mollassimo, se il martello rappresentato dalla partecipazione diretta e dalla democrazia diretta dei cittadini venisse meno, è chiaro che i risultati facilmente inaridirebbero, non si svilupperebbero e diminuirebbero di numero: quindi ancora una volta come la raccolta differenziata sta nelle nostre mani, il movimento Rifiuti Zero appartiene alla volontà della cittadinanza attiva. È questa che respirando, fa rifiatare il resto della nostra realtà italiana.

Cosa si deve ancora fare per ridurre quasi a zero i rifiuti industriali e il loro riciclo?

L’obiettivo principale, ossia l’ottavo passo, dei Rifiuti Zero è far sì gradualmente che quello che non è ‘digeribile’ dal sistema di riciclaggio dei rifiuti, quello che non si può avviare al riciclo o al compostaggio, debba essere riprogettato. Ciò che rimane, dopo un’ottima raccolta porta a porta, sono prodotti e materiali che costituiscono un errore di progettazione e vanno rimessi nelle mani del produttore che li ha immessi nel mercato dei consumi. Deve essere chiesto cortesemente a costoro di riprogettarlo in modo che diventi ‘digeribile’, che ritorni nel ciclo naturale, o compostandolo o immettendolo in nuovi cicli industriali. Questo è il passaggio che stiamo cercando con il ‘Giro d’Italia delle buone pratiche’ di enfatizzare, perché la cittadinanza attiva e la comunità sono già dalla nostra parte, non dovunque nello stesso modo, ma da molte zone d’Italia la società spinge a favore delle buone pratiche. Abbiamo visto che anche 200 sindaci, e ogni giorno aumenta questo numero, hanno già aderito, ma dobbiamo ancora penetrare e far nostro anche il mondo dell’impresa: sarà difficile, perché bisogna connettere energia con mercato, ma le sfide sono ciò che piace all’applicazione della strategia Rifiuti Zero.

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