venerdì, Settembre 24

Economia, spina nel fianco del Governo Renzi Le censure della Banca Mondiale. Per la terza volta, in sei anni, in recessione

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Partita del cuore 2013

Cominciamo dalle cifre, che documentano e descrivono una realtà con cui, passato il Ferragosto, dovremo volenti o nolenti fare i conti: 11,3 per cento, per esempio, è il tasso di disoccupazione fotografato a giugno, in calo rispetto al 12,6 per cento registrato dall’Istat a Maggio. Il dato, tuttavia è cresciuto dello 0,1 per cento rispetto al mese di giugno del 2013. 43,7 per cento è il tasso di disoccupazione giovanile a giugno: un aumento di 4,3 punti percentuali rispetto al 2013. Tre milioni e centomila, circa, i senza lavoro a giugno: un calo del 2,4 per cento rispetto al mese precedente, un aumento dello 0,8 per cento su base annua.

Dopo aver incassato il primo sì alle riforme istituzionali (chiamiamola così la pasticciata e contestata riforma del Senato), Matteo Renzi e il suo Governo dovranno fare i conti con una gatta che non ne vuole davvero sapere di farsi pelare: una crisi che sembra non finire mai. E di questo gli renderà puntualmente conto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel corso del colloquio fissato per le prossime ore. L’inquilino (suo malgrado, in questo suo secondo mandato) del Quirinale non nasconde di essere tornato dale vacanze in Trentino Alto Adige moderatamente sollevato: con il primo sì alla riforma del Senato, e a prescindere dal suo contenuto, si è comunque interrotto quel circolo vizioso che aveva impantanato in una sabbia mobile il processo riformatore.

 Renzi, nel frattempo, approfitta della pausa ferragostana per un’offensiva mediatica. Si prenda per esempio l’intervista rilasciata al ‘Financial Times. Il Presidente del Consiglio attraverso quella autorevole tribuna ha inviato una serie di messaggi che val la pena di annotare, a futura memoria. Primo messaggio, destinataria l’Unione Europea e a quell Mario Draghi che nei giorni scorsi aveva suggerito ai vari stati membri di rinunciare a quote di sovranità nazionale in favore dell’Unione: «Le riforme le faccio io», sottotitolo: «Non mi faccio dettare l’agenda e la road map da Bruxelles».

La torinese ‘La Stampa‘ è poi servita per mandare a quel paese i suoi oppositori, quelli palesi e i più occulti, annidiati nel Partito Democratico: «quelle classi dirigenti che per vent’anni hanno nascosto le loro responsabilità e le loro manchevolezze dietro quelle, ancor più gravi della politica: ma ora la musica è cambiata, e sono prontissimo ad aprire un nuovo fronte 
polemiche
». Volete sapere con chi ce l’ha Renzi? L’elenco lo fa lui: «Professori, analisti, editorialisti, accademici», che spesso fanno parte della «solita compagnia di giro che firma appelli su appelli, qualunque appello, senza nemmeno leggerlo», ad esempio per dire che «la riforma del Senato è autoritaria». 
Renzi conferma la vocazione a essereone man show‘; e visto che per Ferragosto un po’ tutti vanno in vacanza, lui ne approfitta per occupare la scena. L’agenda diffusa da Palazzo Chigi accredita l’immagine di un leader che non si ferma mai. Per mercoledì è prevista una visita blitz ai cantieri milanesi di Expò 2015 (sarà un blitz per modo di dire, visto che è annunciato con discrete anticipo). Poi tornerà a Roma per salutare il papa Francesco che parte per il suo viaggio nella Corea del Sud. Il 14 agosto, come aveva promesso, sarà in tour nel Mezzogiorno: Napoli, Palermo, Reggio Calabria, per  «fare il punto sull’utilizzo dei fondi Ue».

Un lettore attento avrà fatto caso che Renzi, fin dall’inizio della sua scalata al potere non aveva risparmiato un pesante sarcasmo «alla compagnia dei ‘professoroni’ che gridano alla svolta autoritaria ogni volta che si prova a cambiare qualcosa»; una sorta di mantra, utilizzato per marcare la sua diversità e novità. Ora però, si colgono segnali di quella che è ancora prematuro definire una inversione di rotta, ma è comunque il segno di una consapevolezza nuova, l’aver preso atto che la politica è qualcosa che non può risolversi con le 140 battute di un twitter, e che di sole promesse non si vive; così, Renzi mette le mani avanti. Sa bene che fra qualche settimana arriverà un autunno di lacrime e sangue e che sarà chiamato a rispondere di ogni suo passo: «Ora c’è una parte di quei salotti che, dopo aver pronosticato una nostra sconfitta, immagina di farmi avere una ripresa agitata a settembre, e non si rendono conto che ogni loro attacco mi spinge a darci dentro ancora di più». Una apparente bellicosità che cerca di celare la consapevolezza che tutto l’edificio costruito poggia su fondamenta che possono franare con imprevedibili effetti.

Ed è per questo che non lesina toni rassicuranti: «Continueremo ad abbassare le tasse, faremo cose rivoluzionarie…Sono d’accordo con Draghi quando dice che l’Italia ha bisogno di fare le riforme, ma il modo in cui le faremo lo decido io, non la Troika, non la Bce, non la Commissione europea».

Da una breve ricerca di archivio:
Il 12 marzo scorso aveva assicurato che sarebbero bastati dieci miliardi di euro per far ripartire l’economia.
Il 17 marzo che con gli 80 euro elargiti ai meno abbienti non si resolve la crisi, ma si invia un messaggio che l’Italia torna a respirare.
Il 9 aprile che l’obiettivo era aumentare del 50 per cento la capacità di export «e possiamo farlo».
Il 15 giugno che «l’Italia deve smettere di stare a piangere tutti i giorni e non costruire occasioni di ricchezza e di sviluppo».
Il 24 luglio che «la crecita del PIL dello 0,4 o 0,8 o 1,5 per cento non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone».
Il 27 luglio che «se dico che non è ‘lo zero virgola’ a cambiare il destino, non sto sottostimando nulla; in sitesi non c’è un temporale, ma neppure il sole, un po’ come questa estate».

Poi, per tornare alle cifre con cui è cominciato l’articolo che avete appena letto, e che piacciano o no, sono ‘fatti’: Mediobanca ci fa sapere che in cinque anni i dipendenti delle imprese analizzate sono scesi da un milione e 402mila a un milione e 330mila: quasi 72mila in meno che equivalgono a una perdita secca del 5,1 per cento. I prezzi della produzione sono cresciuti del 12,1 per cento; i consumatori acquistano sempre meno, il costo unitario del personale è aumentato del 23,7 per cento, la perdita di competitività è stata pari a 10,2 punti.

La tendenza alla delocalizzazione delle imprese che hanno spostato all’estero la produzione del 67 per cento di quanto viene venduto come made in Italy non fa che accentuare la tendenza. La classifica ‘Doing business’ della Banca Mondiale colloca l’Italia al 66esimo posto per capacità di stimolare gli affari. Per la terza volta in soli sei anni il nostro Paese è ufficialmente di nuovo in recessione. Volete sapere perché siamo il fanalino di coda per quanto riguarda la crescita, perché l’economia italiana continua a essere anemica? Non è colpa dell’euro, della congiuntura dell’economia europea, della Germania della Merkel. E’ piuttosto la mancanza di una modernizzazione che passa attraverso la riforma del mercato del lavoro, del fisco, della burocrazia, del welfare; non saremo mai competitive fino a quando non avremo una giustizia con regole chiare e con tempi ragionevoli. Ecco i nodi del pettine del governo Renzi. Questa la situazione, questi i fatti. 

 

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