sabato, Maggio 8

Economia socialista di mercato e aziende di Stato cinesi L'economia mista come chiave per la crescita cinese del futuro

0

Con la chiusura della annuale Assemblea Nazionale del Popolo, la Cina ha fatto un nuovo passo nell’era di Xi Jinping: il Presidente, riconfermato per un secondo mandato che, grazie ad una recente riforma costituzionale, non sarà più necessariamente l’ultimo, è uscito estremamente rafforzato dal recente 19° Congresso del Partito Comunista Cinese (ottobre 2017). L’Assemblea Nazionale del Popolo, infatti, oltre ad aver confermato Li Keqiang nel ruolo di Primo Ministro, ha nominato Vice-Presidente con Delega alle Politiche Economiche l’economista Liu He e Governatore della Banca Popolare di Cina Yi Gang: entrambi (sopratutto Li e Liu) sono uomini molto vicini al Presidente Xi che, in questo modo, rafforza la propria posizione ai vertici della Repubblica Popolare.

La Presidenza di Xi si pone in un momento chiave nella politica cinese. Dopo essere stata, negli anni ’90 del XX secolo, la ‘fabbrica del mondo‘, ovvero il Paese che produceva materialmente tutti i prodotti di consumo destinati al cosiddetto ‘primo mondo’, la Cina ha assunto un ruolo ben più importante sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico. Grazie alla politica di delocalizzazione portata avanti dai Paesi europei e nord-americani, Pechino ha accresciuto incredibilmente la propria potenza industriale fino a divenire il traino dell’economia mondiale, tanto da risentire limitatamente degli effetti della crisi economica che ha così duramente colpito i Paesi più ricchi. Inoltre, con la comparsa di un mercato interno sempre più importante, dovuto all’aumento della ricchezza dei suoi cittadini, la Cina ha cominciato a ripensare alla propria posizione nel mondo.

Nella precedente fase economica, quella della ‘fabbrica del mondo’, l’economia cinese è stata trainata soprattutto dalle aziende di Stato: nel 1978, anno in cui incominciò l’apertura del Paese ai mercati ad opera di Deng Xiaoping, l’80% della produzione industriale cinese veniva da aziende controllate direttamente dallo Stato o, quanto meno, a forte partecipazione statale; nel corso degli anni ’90, la percentuale è gradualmente scesa fino ad arrivare, oggi, a circa il 30%. Questo processo vide la chiusura o l’accorpamento di quelle aziende statali che avevano bilanci in perdita, tanto che alcuni analisti ipotizzarono un graduale appiattimento dell’economia cinese su di un sistema di libero mercato come quello dei principali Paesi capitalisti.

In realtà le cose non sono andate in quella direzione: le aziende che sono state chiuse o sono state accorpate erano tutte piccole aziende locali. In effetti, quando si parla di aziende di Stato cinesi, si parla di imprese di dimensioni estremamente differenti per dimensione ed influenza: la grandissima maggioranza dei colossi economici cinesi sono, in realtà, aziende statali che agiscono in campi strategici per gli interessi dello Stato (trasporti, industria pesante, tecnologia, comunicazioni e così via). Da sole, le grandi aziende statali (una cinquantina), producono il 72% del ricavato; le aziende private, anche molto note, si piazzano attorno al trentesimo posto nella classifica delle aziende cinesi che producono la maggior quantità di ricchezza. Più in basso si collocano tutta una serie di aziende statali più piccole che agiscono a livello provinciale e che sono in competizione tra loro.

Nonostante la crisi economica abbia toccato solo marginalmente il Paese, negli ultimi anni sono cominciati ad apparire segnali preoccupanti. In primo luogo, c’è il problema della sovrapproduzione, soprattutto nei settori dell’acciaio e del carbone (secondo le stime del Primo Ministro Li, per ovviare al problema della sovrapproduzione, sarà necessario licenziare alcune centinaia di migliaia di lavoratori che, però, dovrebbero essere rapidamente riassorbiti da altri settori). In secondo luogo, soprattutto a livello provinciale, le aziende statali sono spesso stati luoghi di corruzione: sfruttando le garanzie derivanti dal legame con le Autorità, burocrati e dirigenti locali hanno gestito queste piccole aziende in maniera fraudolenta per aumentare i propri guadagni personali. In fine, strettamente legato al fenomeno della corruzione, c’è il fenomeno delle cosiddette ‘aziende zombie’: aziende di Stato che non sono produttive ma che, d’altra parte, richiedono alti costi di mantenimento.

Queste condizioni, hanno fatto parlare alcuni analisti del rischio di una crisi del sistema delle aziende statali cinesi e delle conseguenze potenzialmente disastrose che questa potrebbe avere sull’economia nazionale ed internazionale.

Tanto per cominciare, il sistema delle aziende statali cinesi presenterebbe ormai importanti punti di debolezza strutturale dovuta, oltre che alla corruzione, anche alle tecnologie utilizzate. Questo varrebbe, secondo alcuni analisti, non solo per le aziende più piccole, ma anche per i grandi colossi dell’industria pesante: ad esempio, nella regione del Sichuan (Cina centro-meridionale) si trova la più grande e potente acciaieria del mondo, la quale, però, utilizzerebbe tecnologie derivate da sistemi sovietici degli anni ’80; questo renderebbe inadeguati i sistemi di produzione cinesi, senza contare il fatto che la spesa per la realizzazione degli impianti e per una produzione tanto pesante non sarebbero compensati da introiti adeguati, soprattutto nel caso di prodotti tanto particolari, per i quali non c’è troppa domanda.

Le grandi infrastrutture cinesi, quindi, pur essendo potenti, non sarebbero aggiornate secondo le più moderne tecnologie e questo potrebbe, in futuro, portare ad una crisi. Da un punto di vista interno, un’eventuale crisi del sistema delle aziende statali, porterebbe gravissimi squilibri sociali. Anche se è molto difficile accedere ai dati relativi all’occupazione in Cina, è facile immaginare che, producendo il 72% degli introiti, le aziende statali diano lavoro alla maggior parte dei cittadini cinesi: oltre alla grande mole di produzione, infatti, attorno alle aziende statali ruota tutto un sistema di controllo (trentasei Commissioni Provinciali, con quattrocentoquarantadue sottocommissioni) che, a loro volta, occupano un gran numero di lavoratori. Se il sistema venisse a cadere, dunque, l’ondata di disoccupazione che ne deriverebbe porterebbe con sé una instabilità sociale che non si vedeva dagli anni della Guerra Civile (1927-50). Di fronte ad una simile eventualità, infatti, anche uno Stato presente ed organizzato come la Repubblica Popolare si troverebbe in difficoltà e faticherebbe a mobilitare le risorse per tamponare la crisi.

Esistono poi dei rischi di natura globale. La grande quantità di investimenti cinesi in tutti Paesi del mondo, fa sì che una crisi sistemica della Repubblica Popolare avrebbe ripercussioni molto serie sull’economia globale: i Paesi ricchi si troverebbero in difficoltà finanziarie mentre quei Paesi emergenti (soprattutto africani), in cui Pechino ha iniziato un’azione di investimento molto massiccia, potrebbero vedere la propria economia fare rapidamente molti passi indietro.

L’allarme sollevato da questi analisti, però, non è generalmente condiviso: secondo altri studiosi, l’economia cinese starebbe già sviluppando gli anticorpi per far sì che non si arrivi al collasso del sistema delle aziende statali, tanto più che, anziché scomparire per lasciare campo libero all’iniziativa privata (come era stato previsto negli anni ’90), le aziende di Stato cinesi hanno aumentato i propri utili del 42% nella sola metà del 2017.

Il risultato sarebbe il frutto della riforma studiata dalla nuova generazione della classe dirigente di Pechino, quella del Presidente Xi, per l’appunto. Le linee guida della riforma sono state esposte proprio durante quel 19° Congresso del Partito Comunista Cinese che ha visto anche la conferma del potere di Xi: si tratta di un sistema ad economia mista, anche detta Economia Socialista di Mercato o Via Cinese al Socialismo. Secondo la riforma, le aziende statali diventeranno aziende partecipate dove i lavoratori potranno detenere delle quote della proprietà (massimo 1% a testa e non più del 30% complessivo), lasciando allo Stato la parte di azionista di maggioranza (non meno del 34%). Tramite la chiusura delle aziende più improduttive (gli ‘zombie’) o il loro ridimensionamento o accorpamento ad altre più virtuose, il Governo di Pechino conta di ridurre il numero della aziende statali. Questo vale soprattutto per le grandi aziende che si occupano di settori considerati strategici per lo Stato: centonovantasei nel 2003, novantotto oggi, ma l’obiettivo di Pechino è di ridurle a quaranta.

Inoltre, la Presidenza Xi ha aumentato gli sforzi per combattere la corruzione nelle piccole aziende statali di provincia.

È previsto anche un incremento del controllo statale sugli investimenti: nel campo degli investimenti esteri, la priorità andrà a quelli che riguardano i settori strategici (energia, tecnologia, infrastrutture, logistica, commercio, ma anche cultura), mentre verranno fortemente limitati quelli ad alto rischio (anche delle aziende private).

Inoltre, pur senza rinunciare ad una certa dose di controllo statale, sono stati presi provvedimenti volti a favorire gli investimenti stranieri in Cina (anche per favorire quel mercato interno che rappresenta una parte sempre più importante dell’economia del Paese).

La politica cinese, dunque, si presenta come una politica di lungo respiro che, se da un lato potrebbe creare qualche problema con il licenziamento di lavoratori impiegati nelle aziende ‘zombie’, dall’altro punta a sviluppare quei settori che, nel lungo periodo, potranno dare nuova linfa all’economia del Paese tramite gli investimenti in settori strategici (sia statali che privati) e la crescita del mercato interno tramite gli investimenti stranieri. Due esempi di questa strategia sono, da un lato la strategia di grandi investimenti in Africa che riguardano, per l’appunto, settori strategici, dall’altro il proposito di svincolarsi sempre più dal carbone come risorsa energetica e puntare su fonti meno inquinanti o rinnovabili in modo da favorire gli investimenti stranieri. Almeno nel breve periodo, quindi, non sembra che il sistema economico misto cinese sia destinato a cadere: la Cina, con il suo Socialismo di Mercato, sembra sempre più intenzionata a divenire in prossimo Paese di riferimento per l’economia e la politica mondiali.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->