domenica, Maggio 16

Economia italiana, possibile contagio?

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La crisi economica greca può contagiare l’economia italiana. Le scelte che saranno adottate dall’Unione europea dovranno tenere in seria considerazione le possibili ripercussioni su tutti i Paesi europei, compresa l’Italia. La soluzione della crisi economica della Grecia non può essere più rimandata poiché influenza negativamente i mercati finanziari, mettendo in serio rischio l’economia dell’Eurozona. Il livello del debito pubblico è troppo elevato e sono diversi i Paesi che hanno prestato il denaro alla Grecia.

Le elezioni politiche anticipate che si svolgeranno il 25 gennaio prossimo dovranno far riflettere la popolazione greca sulla scarsa convenienza di uscire dall’euro. Se c’è una possibilità di risolvere radicalmente la crisi economica si deve ricercare nella condivisione con gli altri partner europei, perché la strada è decisamente più semplice. Serve soltanto la ferma volontà da parte dell’Unione europea di trovare quelle opportune soluzioni economiche.

A poco è servita l’azione di Matteo Renzi durante la guida dell’Unione europea nel semestre italiano. E’ mancata totalmente quella ferma volontà di risolvere i problemi della Grecia che interessano, come Paese europeo, tutta l’economia dell’Eurozona. La scarsa rilevanza della politica economica condotta da Matteo Renzi in Europa mostra con evidenza il suo totale fallimento.

Con Sergio De Nardis, Capo economista dell’Istituto di Studi economici Nomisma, esaminiamo tutte le possibili ripercussioni economiche riguardanti l’Italia, a seguito della grave crisi economica della Grecia.

Il rischio contagio dell’Italia derivante dalla situazione della Grecia resta sempre molto elevato?

Se alle elezioni del 25 gennaio prossimo Syriza arriverà al governo chiederà la rinegoziazione del debito greco. A quel punto potrà aprirsi una trattativa. A seconda di come finirà questa fase post-elezioni si concretizzeranno o meno i rischi di contagio. Se la richiesta di rinegoziazione dovesse andare a sbattere contro un muro di no, si aprirebbe una crisi con rischi di contagio. Se al contrario sarà aperta una trattativa e si riusciranno a trovare soluzioni intermedie che allunghino la scadenza di una parte sostanziale del debito, dando maggiore fiato alla Grecia, la prospettiva della crisi è evitabile.

Quali sono i rischi concreti per l’economia italiana?

Il rischio di una crisi con effetti di contagio è legato alla possibilità che si riapra la crisi dell’euro con ripercussioni sui tassi di finanziamento del debito pubblico, trovandosi nuovamente di fronte allo scenario del 2012-2013. Questa volta, però, la situazione sarebbe più complicata perché nel frattempo il debito/Pil è cresciuto a causa della recessione e siamo, a differenza di allora, in una situazione di inflazione zero. I tassi di rifinanziamento del debito di nuovo in crescita e le spinte alla deflazione rendono il risanamento fiscale un percorso molto difficile.

Nel debito pubblico della Grecia l’Italia non detiene una grande somma di denaro. Perché c’è il rischio di un reale contagio?

Il rischio del contagio non dipende dal grado di esposizione delle banche o del governo italiano nel debito greco, ma dalla lettura che i mercati darebbero a una nuova esplosione, in grande stile, di una crisi greca. La moneta unica tornerebbe a essere percepita, come nel 2012-2013, una realtà reversibile, qualcosa da cui si può uscire o che si può rompere. E come due anni fa la sfiducia dei mercati colpirebbe i Paesi più indebitati.

Il ruolo adottato dall’Unione europea non è stato di grande aiuto per la Grecia. C’è un motivo specifico?

La gestione della crisi greca, fin dagli albori, è stata inadeguata. Il debito greco, nel 2010, era una frazione molto piccola del debito complessivo e del Pil europeo. Una ristrutturazione andava fatta subito evitando o, comunque, contenendo notevolmente il disastro che è, invece, derivato. La Grecia era l’unico Paese euro insolvente. Le altre economie, la Spagna e l’Italia in particolare, non erano insolventi. L’isolamento immediato del focolaio greco avrebbe evitato il contagio. Non è stato fatto per motivi tanto di principio quanto di concreto interesse, entrambi originati nei Paesi creditori. Il motivo di principio è che i debiti vanno onorati e i debitori sono gli esclusivi responsabili degli eccessi di indebitamento e devono, quindi, pagare per questa colpa. Il motivo concreto di interesse è che una ristrutturazione del debito greco nel 2010 (taglio o allungamento delle scadenze) avrebbe colpito e messo in difficoltà le banche tedesche (e francesi), le quali detenevano ampie quantità di titoli pubblici ellenici. Prendere tempo è, dunque, servito a questi soggetti a uscire dalle posizioni di rischio non subendo quelle perdite che avrebbero, invece, dovuto sopportare per gli investimenti sbagliati.

Quali azioni andrebbero intraprese per salvare l’economia italiana dal contagio della Grecia?

Direi che si dovrebbe pensare ad azioni per salvare, non tanto l’Italia, ma la prospettiva della moneta unica. Per questo spero che, se dovesse vincere Syriza, la richiesta di rinegoziazione della Grecia trovi un ragionevole ascolto.

Il ruolo della Bce può supplire alle mancate azioni condotte dall’Unione europea? E in che modo?

La Bce deve immettere quantità massicce di liquidità per un periodo prolungato di tempo, acquistando titoli pubblici e privati sul mercato secondario. E’ il quantitative easing di cui tanto si parla. E’ un’azione che serve a combattere la deflazione e ha come favorevole corollario la riduzione dei tassi di interesse sui titoli pubblici. Si tratta di un provvedimento necessario per uscire dalla stagnazione ma non è detto, a questo punto, che sia sufficiente, visti il ritardo con cui si arriva a questo passaggio e la trappola della depressione in cui si trova la zona euro.

La Germania ha sempre imposto alla Grecia la politica dell’austerità, la quale si è rivelata un grande fallimento. Quali sono le azioni da adottare per uscire rapidamente dalla crisi economica?

Un’azione di politica economica razionale in una grave situazione come quella dell’area euro prevederebbe una radicale attività di stimolo, tanto monetario quanto fiscale a livello europeo. In teoria ciò significherebbe un aumento della spesa pubblica per investimenti e/o un taglio delle tasse a livello europeo finanziati dalla Bce. Ma non siamo nella teoria, quindi avvicinandosi alla realtà si possono immaginare alcune declinazioni di quella impostazione ideale che non coinvolgano la banca centrale nel finanziamento diretto (nel mercato primario) dei Paesi membri, cosa proibita dai trattati. Ad esempio, un ampio piano di investimenti della Banca europea da finanziare attraverso obbligazioni acquistate dalla Bce. Sarebbe una combinazione di stimolo monetario e fiscale che rispetterebbe i trattati e darebbe una spinta, di gran lunga superiore, a quella attesa dal piano Junker.

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