giovedì, Ottobre 28

Economia e Teologia solidali

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finanziaria economia

 

Le alternative all’economia vissuta come ‘ideologiain un mondo in cui tutto è in vendita è la riflessione attorno alla quale ruota il convegno internazionale ‘Economia e Teologia. Per una visione economica solidale’ in programma a Torino (il 6 e il 7 ottobre); una due giorni promossa dal Centro Evangelico di Cultura Arturo Pascal e dal Centro Studi Filosofico-Religiosi Luigi Pareyson con il contributo dell’otto per mille della Chiesa Valdese.

Il Convegno vuole proporre, interrogarsi e attuare un confronto interdisciplinare sul rapporto tra l’Economia e la teologia oggi, con alcuni professori universitari e specialisti in questo campo, non senza dimenticare quel particolare spunto critico alimentato dalla tradizione etica, religiosa, biblica e filosofica intorno al tema dell’Economia che sta riducendo tutto a un’analisi costi e benefici, finalizzata alla massimizzazione dell’utile personale. Essa ha travalicato il suo abituale ambito di competenza, diventando a volte la sola ideologia dominante e rivendicando una funzione regolatrice e a volte condizionante sull’agire umano, sociale e politico.

Ogni giornata di questa manifestazione sarà divisa in due sezioni con due temi differenti. La prima giornata intitolata ‘L’economia politica come scienza sociale’ del 6 ottobre, sarà dedicata alle teorie economiche, in particolare al neoliberismo, con un dibattito nella prima sezione su ‘Il modello neoliberista e i suoi critici’, e nella seconda su ‘Il coraggio delle scelte: l’Europa, la crisi, le soluzioni possibili’. Saranno chiamati a relazionare sui questi temi: per la prima sezione Andrea Moro, Riccardo Bellofiore e Pier Luigi Porta con la presidenza di Vittorio Valli; per la seconda Stefano Zamagni, Gaël Giraud con la presidenza di Giovanni Balcet.

La seconda giornata (7 ottobre) intitolata ‘Il cristianesimo e l’economia politica: un’analisi critica’proporrà il tema della Teologia, in particolare quella della Liberazione, che ha sempre agito per decostruire le mire normative della scienza economica in ambito etico e politico. Essa è suddivisa, come l’altra, in due diverse sezioni: una su ‘La Teologia della Liberazione e i suoi eredi e l’altra su ‘Documenti e pronunciamenti delle Chiese’. Su queste due diverse tematiche esporranno le loro argomentazioni: per la prima sezione, Raúl Gonzáles FabreCorinne Lanoir e Jacquineau Azetsop con la presidenza di Giovanni Ferretti; mentre per la seconda Francesco Compagnoni e Luca Negro con la presidenza di Paolo Ribet.

Per anticipare qualcuno dei temi abbiamo intervistato alcuni dei relatori che parteciperanno al convegno di Torino. Andrea Moro, docente di Economia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che si occupa principalmente di Economia del Lavoro e Political Economy, è stato interrogato riguardo all’economia a livello mondiale, ma con particolare riferimento a quella italiana ed europea.

 

Andrea Moro, esistono una o più azioni da compiere per un’economia competitiva sul mercato a livello mondiale?
È un tema abbastanza complesso, ma generalmente per acquisire maggiore competitività occorre saper innovare, e per farlo bisogna eliminare le rendite e i monopoli, favorendo la concorrenza e il merito.

Qual è la responsabilità del neoliberalismo nella crisi globale che l’Europa in generale sta attraversando?
Non sono molto affezionato ad etichette come ‘neoliberismo’, che spesso finiscono per essere strumentalizzate ideologicamente. La crisi globale è dovuta a vari fattori, ma quello principale della crisi avvenuta nel 2008 si riferisce al sistema finanziario degli Stati Uniti e ad alcune distorsioni del mercato immobiliare. In Europa la crisi è dovuta soprattutto al fatto che gli Stati si sono indebitati troppo. La spesa eccessiva da parte dei governanti dei vari paesi è il contrario di quello che generalmente si intende con ‘neoliberismo’, e cioè una minore presenza dello Stato nell’economia. La spesa eccessiva ha generato debiti, e se i debiti non si ripagano si finisce con pagarne le conseguenze

Quanto neoliberalismo c’è nelle politiche dei governi italiani che si dichiarano di sinistra a partire da quello italiano e francese?
In Italia e in Francia la spesa pubblica ha una componente molto alta, più del 50% del PIL, senza contare in questo il peso delle partecipazioni e di altri settori dell’economia in cui la politica ha una grossa influenza, come quello bancario, che è formalmente privato, ma si sostiene ed è in gran parte controllato da politici attraverso le fondazioni, con le conseguenze che conosciamo. Se a questo aggiungiamo che anche in gran parte del settore privato dominano monopoli o oligopoli di varia natura (pensiamo al settore della pubblicità e delle telecomunicazioni, a molte professioni in cui gli ordini regolano prezzi ed inseriscono barriere all’entrata, e così via)… Io direi che di neoliberalismo ce ne è molto poco in Italia e in Francia, perché poco è affidato al mercato e molto alla politica, e perché pochi mercati sono veramente concorrenziali.

A suo avviso la mossa del governo italiano l’altro ieri e del governo francese ieri (dichiarazioni di Renzi e Hollande) sta a significare che un pezzo di Unione Europea si sta ribellando alle politiche economiche tedesche che sembrano regolare l’Unione Europea?
L’obiettivo di un politico è quello di essere rieletto, soddisfacendo i propri elettori, e un modo per farlo è orientando la spesa pubblica nella direzione desiderata. Le regole imposte dall’Unione Europea servono a limitare questi comportamenti opportunistici, ma è chiaro che quando queste diventano vincolanti, i governi fanno di tutto per svincolarsene. Il problema non è creato dalla Germania, o dalla Merkel. Gli accordi sono stati presi comunemente in origine, ma certi governi più di altri non hanno voluto o saputo soddisfarli. Si può discutere o meno se sia stato saggio aderire originalmente agli accordi, ma dare la colpa alla Germania del fatto che ora dobbiamo soddisfarli, significa attribuire responsabilità nella direzione sbagliata.

Come ha o non ha contribuito il neoliberalismo a rendere competitiva l’economia a livello mondiale nei vari Paesi che l’hanno sperimentata?
Anche qui, non so bene cosa si intenda con questa etichetta. Se si intende, per esempio, l’apertura di certi Paesi al mercato mondiale, la cosiddetta globalizzazione, direi che questo ha contribuito per esempio in India e Cina a togliere milioni di persone dal giogo della fame. In questi paesi rimangono ovviamente contraddizioni e problemi umani (i diritti civili, il lavoro minorile), ma è indubbio che la disuguaglianza e l’estrema povertà sono diminuite dopo l’apertura proprio di questi paesi al mercato internazionale.

Quanto la discriminazione razziale verso alcuni popoli ha influito e influisce ancora ora negativamente sull’economia del paese che la attuava e quanto questo sfruttamento invece l’ha aiutato nella crescita economica interna?
La discriminazione razziale generalmente fa male all’economia del Paese che la attua, perché discriminare vuol dire compiere scelte non in base al merito e alla produttività, ma in base a preferenze pregiudiziali contro persone di una certa razza o sesso. Chi discrimina non può essere tanto efficiente e produttivo quanto chi non discrimina..

Uno dei Paesi che più ha applicato queste politiche, cioè il Sud Africa, nell’arco di un lasso ti tempo piuttosto breve, di decenni, è uscito dall’apartheid ed è entrato nel club dei brick e adesso sembrerebbe avviato verso una fase se non di recessione propriamente detta, quantomeno di stagnazione. Sta affrontando inoltre serie problematiche economiche. Le chiedo come vede la situazione del Sud Africa e quanto il passaggio dall’apartheid ad un regime formalmente democratico è responsabile di questa veloce crescita e di un’altrettanto veloce decrescita?
Mi sta facendo una domanda molto specifica su un Paese che non conosco: posso solo generalizzare affermando che una maggiore apertura e l’eliminazione dell’apartheid abbiano influito su un miglioramento del Sud Africa, ma ci sono altri fattori ovviamente riguardo la sua crescita economica e poi la sua decrescita. Ricordiamo che contro il Sud Africa dell’apartheid vigeva un embargo internazionale. Probabilmente buona parte della crescita successiva è dovuta all’eliminazione di questo embargo, ma è indubbio che escludere la stragrande maggioranza della popolazione dall’organizzazione del paese solo a causa del colore della pelle non può che influire negativamente sull’economia. Sulle cause del rallentamento più recente della sua crescita non posso speculare.

Quanto l’economia deve essere flessibile o meno e differenziare la sua scelta di prodotti economici per portare alla crescita un determinato paese in via di sviluppo?
La flessibilità ovviamente è importante: la capacità di un’economia di innovare è anche la capacità di saper rispondere alle varie esigenze del mercato, che mutano nel tempo. I paesi che non crescono sono quelli in cui generalmente esiste poca mobilità sociale, in cui alcuni gruppi sociali godono di privilegi ingiustificati che perpetuano le loro rendite. Un paese per crescere deve essere in grado di eliminare rendite e monopoli e premiare l’innovazione ed il merito. Si tratta di criteri di buon senso, che poco hanno a che fare con il neo- o vecchio liberismo.

 

 

Stefano Zamagni, docente di Economia all’Università di Bologna e alla Johns Hopkins University SAIS Europe, invece ha risposto in merito alla questione se abbia senso oggi parlare di neoliberalismo e su come sia cambiata la sfera di influenza dell’economia riguardo la politica, l’etica e la religione.

Esiste una definizione del termine neoliberalismo chiara e condivisa da tutti gli studiosi? e se sì quale?
Oggi il termine utilizzato non è neoliberalismo, ma neoliberismo, perché la differenza fra i due termini è la seguente: il primo è l’applicazione dei principi liberali a molte sfere, tra le quali ricordiamo quella politica e quella culturale, mentre il secondo riguarda la sua applicazione soltanto alla sfera economica. Quello che oggi è oggetto di discussione, con un dibattito aperto in vari ambienti, sono le scelte, o meglio le linee politico-economiche neoliberiste, nella situazione attuale. Esistono però molte confusioni su questi due termini, che scomparirebbero se si facesse la distinzione che ho fatto prima. Molti difendono il liberismo perché temono che diversamente possa essere attaccato il liberalismo; mi spiego meglio: se uno è un difensore delle tesi liberali nel senso del liberalismo classico, teme che facendo venire meno la linea economica liberista, questo possa intaccare anche le attese liberali. Ecco perché sarebbe bene tenere a mente tale divisione. Io penso per conoscenza diretta che diversi liberali autentici sono oggi critici nei confronti del liberismo, che è quella posizione che ritiene che i mercati siano in grado di autogiustificarsi e di autoregolarsi. Oggi molti liberali, anche molto aperti e di larghe vedute, sostengono che non è così, perché proprio per difendere le ragioni della libertà bisogna evitare che il funzionamento automatico e impersonale dei mercati metta a repentaglio quei valori.

Possiamo sostenere che l’Unione Europea sia neoliberalista? E gli europei sanno di esserlo?
L’Unione Europea non è assolutamente neoliberista. Tanto per cominciare, nessuno dei quattro grandi padri fondatori dell’UE, tra i quali De Gasperi, era neoliberista (ed essi insieme hanno scritto la costituzione non materiale, ma spirituale d’Europa) e non pensavano in quei termini, ma anche gli sviluppi successivi in questo ente hanno dato fiato alla posizione neoliberista. Certo che c’è chi dice che è vero il contrario: in Europa vige un burocraticismo eccessivo, che è esattamente il contrario del neoliberismo. Il problema europeo deve necessariamente essere interpretato all’interno della dicotomia del neoliberismo statalista, perché essa poteva interpretare la realtà a livello di stati nazionali fino a tempi più recenti, ma certamente non vale a livello europeo. I problemi in Europa sono di altra natura, non legati al liberismo perché basterebbe un passo indietro nel passato, quando la Germania fino a non molti anni fa ha avuto bisogno dell’intervento dell’UE non era liberista, ma ha attuato l’economia sociale di mercato. Come fa a essere neoliberista se difende l’economia sociale di mercato, che è un particolare modello di organizzazione economica, tipico della Germania? Bisogna sapere queste cose, altrimenti si fa una grande confusione.

Approfondiamo il ragionamento. E’ corretto ritenere che c’è una società europea che non è per nulla o quasi neoliberalista guidata da governi che invece consapevolmente o meno sono neoliberalisti?
Anche questo ragionamento non ha senso, se si pensa ai governi europei: prendiamo per esempio il caso italiano, quello francese, o addirittura quello tedesco (in quest’ultimo siedono i cristiano-democratici, ma anche i social democratici), per non parlare dell’organizzazione governativa delle democrazie del Nord Europa. Questo modo di catalogare i fatti è semplicistico, anche se fa comodo pensare in questo senso, ma non coglie la realtà che appare molto più complessa. Altri criteri sono in gioco e riguardano il tema della giustizia distributiva, dell’allargamento delle aree di libertà e quello che riguarda l’intervento di politiche internazionali, cioè il ruolo che ha l’Europa con il mondo. Rispetto a questi tre temi la decisione liberista o statalista non si coglie affatto, perché i liberisti non vogliono una maggiore presenza sulla scena internazionale dell’Europa, che così rischia di contare sempre meno. Lo abbiamo purtroppo visto nelle recenti vicende di natura bellica. La mia proposta è che bisogna uscire da questi steccati e allargare l’orizzonte e mettere in campo nuove categorie di pensiero. La distinzione fra liberismo e socialismo è una distinzione tipica del Novecento, ma questo è il secolo passato che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Dobbiamo quindi attrezzarci anche culturalmente a nuova fase, quella attuale che è rappresentata dal XXI secolo, con i suoi fenomeni della globalizzazione da un lato, e della ‘terza rivoluzione industriale’ dall’altro, tale nuova fase ci ha fatto scoprire che occorrono nuove categorie di pensiero, cioè moderne piste per affrontare i problemi che ci si pongono davanti.

Le politiche dei governi dell’Europa guidate da forze di centro-sinistra o di sinistra, a partire dall’ Italia e dalla Francia, non sono forse neoliberaliste esattamente come quelle per esempio della Germania?
No assolutamente, non si può fare questa distinzione, perché l’attività di governi dei Paesi europei, in particolare dell’Italia, fino ad ora non ha potuto esplicarsi, a causa non tanto del paradigma neoliberista o neostatalista, ma della politica di austerità imposta nei fatti dalla Germania. Questo è il vero vincolo: i nostri governi non riescono a esprimere il proprio potenziale, perché devono muoversi sotto un vincolo di bilancio che è talmente stringente da non consentire di mettere in atto strategie di alcun tipo. Questo si manifesta a prescindere che il suo governo sia liberista o no. La Grecia è andata in crisi, e uno poteva essere di destra o di sinistra, ma quando non ci sono più i soldi e il bilancio pubblico non consente ulteriori indebitamenti, c’è poco da fare. Ecco perché io affermo che tale distinzione non ha senso: oggi il problema dell’Europa è sostanzialmente perché essa continui a seguire un’impostazione di linea politico-economica di austerità quando gli americani, che certamente sono più liberali degli europei, hanno fatto esattamente il contrario. Su questo punto i cittadini dovrebbero riflettere, in quanto gli americani non hanno avuto in casa propria il socialismo, né i comunismi, sono stati sempre a favore della libertà, e di conseguenza del liberismo, e in questa crisi sono stati più interventisti dei nostri socialisti di tutti i tempi. Questa è la patente smentita di quanto si affermava nella domande rivoltami.

Questi anni di crisi globale cosa hanno dimostrato essere errato nel concetto di neoliberalismo e come questo è destinato a modificarsi?
Di errato c’è il fatto di pensare che la teoria e il pensiero neoliberista siano adatte alla situazione e società attuale, come dicevo poco fa. Essi si sono formati nel Novecento, quando le economie erano ‘magicamente’ economie nazionali, ossia il gioco economico si svolgeva all’interno dei confini di un Paese e sotto il controllo di uno Stato che era in grado di fare i suoi interventi regolatori di diverso tipo. A partire dagli anni Novanta il processo della globalizzazione è diventato un fatto ormai endemico, quindi i poteri degli stati nazionali si sono dovuti ‘inchinare’, per usare un termine di comodo, di fronte al potere del mercato, diventando così globali. Lo zero liberale afferma che lo Stato deve fissare le regole del gioco e farle rispettare e lasciar fare ai mercati, cioè agli operatori, il loro gioco, esercitando però un controllo su di esso, ma quando arriva la globalizzazione, lo Stato non è più in grado di vigilare, perché economia globale vuol dire esattamente che essa non ha più un territorio.
I flussi monetari e di mezzi si muovono quindi senza lasciare possibilità di controlli o di regolazioni varie. Ecco cosa ha determinato la crisi del liberalismo che, ben inteso, non è la crisi dell’idea della libertà, ma obbliga a ripensare come in una società, ormai globale, questa idea della libertà anche economica debba essere applicata. A questo riguardo mi piace sempre ricordare il pensiero di un grande economista italiano (anche se questi ultimi sono molto poco apprezzati, anche se a volte risultano migliori degli altri in questo campo) del 1751 che viveva a Napoli, Ferdinando Galiani, che già all’epoca aveva capito il punto che io ho brevemente esposto, quando affermava rispetto alla moda di allora del lasciar fare (o laissez faire), slogan del liberismo, che andava bene come prospettiva a lungo termine, di fare invece attenzione e di servirsi di un intervento che regoli e controlli questa pratica da parte dell’autorità pubblica, perché diversamente coloro i quali operano a breve termine, se non vigilati, possono diventare dei buoni politici, come effetti è accaduto, e quindi distruggere la libertà. Oggi vale questo stesso ragionamento, anche se per una situazione diversa: occorre cambiare le istituzioni economiche internazionali perché quelle che abbiamo sono state varate a Bretton Woods nel 1944, in un contesto non ancora diventato globale, che prevedeva stati nazionali sufficientemente potenti per regolarsi al proprio interno, mentre oggi il loro potere è diminuito e vanno cambiate perciò le regole del gioco.
Lo scandalo della settimana scorsa è un campanello d’allarme in questo senso. Una dipendente della Federal Reserve (Fed), la banca centrale americana, ha pubblicato le registrazioni (che lei aveva preso senza farlo sapere) delle discussioni in sede della banca stessa nei confronti del Goldman Sachs, una delle più potenti banche d’affari del mondo, nelle quali emerge chiaramente (i testi sono ormai disponibili in rete) che la Goldman Sachs era arrivata a ricattare la Fed per chiudere un occhio nei suoi controlli, o diversamente avrebbe minacciato qualcuno della banca stessa. Stiamo sempre parlando degli Stati Uniti e della Fed, equivalente della Bundesbank tedesca, ma molto più potente. In un caso una banca d’affari privata come la Goldman Sachs è in grado di mettere sotto schiaffo una banca centrale, e di fronte a questo un vero liberale inorridisce. Siamo oltre il laissez faire, perché l’aver lasciato fare sette grandi sorelle, ossia le sette banche d’affari, ha dato come risultato finale prima la crisi, e successivamente la modifica delle regole. Per concludere, ribadisco che oggi, per difendere la libertà, soprattutto quella di mercato e dell’economia ad esso legata, bisogna che vengano cambiate le regole del gioco nazionale, sia sul versante economico sia su quello finanziario.

L’economia quanto e in che modo ha travalicato l’ambito di sua competenza e si è proposta oggi, maggiormente che in passato, come guida e funzione regolatrice che condiziona l’agire umano, sociale e politico?
Il punto di partenza che mai nessuno cita per rispondere a questa domanda, è il 1829, quando l’allora professore di economia Richard Whately all’Università di Oxford enunciò il principio del NOMA (acronimo che sta per ‘Non-Overlapping Magisteria’, che significa i magisteri che non si sovrappongono), ovvero che l’economia, se vuole ambire allo status di scienza, deve recidere i legami che fino ad allora l’avevano tenuta unita alla sfera dell’etica e a quella della politica, ed essere indipendente e autonoma da queste due perché l’etica è il regno dei valori, la politica è quello dei fini e l’economia (il mercato) è il regno dei mezzi, quindi deve essere separata da quello dei fini e dai criteri di valore (bene e male, giusto e ingiusto, ecc.) che vengono invece stabiliti dall’etica. L’economista trova quindi i mezzi più adeguati o efficienti, come si dirà poi, per raggiungere i fini e così è rimasto per oltre 150 anni. A partire dagli anni Ottanta, quando è iniziata la globalizzazione, è accaduto che tra le due sfere della politica, della democrazia e del mercato si è creata l’inversione, ossia il mercato è diventato oggi il regno dei fini, mentre la politica, cioè la democrazia, quello dei mezzi. Questo lo notiamo tutti oggi, ma il concetto era già esposto da molti, me compreso, diversi anni fa pur se nessun ci credeva.
C’è da dire che personaggi importanti avevano anticipato questa teoria, ne cito solo uno, Hans Pitt Mayer, governatore della Bundesbank per tanti anni e personaggio molto importante, tutt’ora vivente, che nel 1996 scrisse un articolo nel quale sta scritto, cito testualmente, « mi sorprendo di come molti politici oggi non abbiano ancora capito che essi sono al servizio delle grandi multinazionali e delle grandi banche d’affari». Perché quindi sorprendersi della verità, cioè che oggi il mercato è diventato il regno dei fini, basta sentir parlare i nostri politici quando di fronte a domande del giornalista su come intendono realizzare un qualcosa, rispondono che bisogna vedere se i mercati consentiranno quella cosa. Questo vuol dire che il mercato traccia la linea, con lo spread che aumenta o diminuisce. Per questo occorre mettere le cose in ordine, facendo sì che il mercato torni ad essere il regno dei mezzi e la politica (quindi la democrazia, che in greco vuol dire potere del popolo) il regno dei fini, come dicevo prima, cioè indicare quali sono gli obiettivi che la società nella sua interezza intende perseguire.

La teologia come può ‘servire’ all’economia? Che cosa ha da dire oggi all’economia?
Essa ha da dire moltissimo: ricordare all’economia che non è un valore assoluto e che svolge invece una funzione fondamentale, a condizione che conservi la sua identità, quella di essere lo strumento efficace per raggiungere i fini, ma non può essere il mercato stesso a definirli. La teologia invita sostanzialmente l’economia a non cadere in una forma di ‘panteismo’, secondo il quale è fine a se stessa. Abbiamo visto cosa è successo con la finanza autoreferenziale. La teologia ha la funzione quindi di richiamare anche colui che non è religioso, a non fare diventare il mercato una sorta di divinità, in un certo senso un vitello d’oro. Tale idea (del mercato come vitello d’oro) l’aveva anticipata un filosofo importante, Walter Benjamin, che aveva scritto un libro ‘Capitalism as Religion’ nel 1920, nel quale affermava che bisogna stare attenti perché quando la teologia si secolarizza, e toglie il proprio legame con la divinità di qualche tipo, diventa molto più pericolosa, perché fa credere di essere indipendente e neutrale quando invece non lo è affatto.

Nel ripensare il modello di sviluppo per uscire dalla crisi, che cosa il modello solidale può acquisire di positivo dal neoliberismo?
Il neoliberismo ha avuto sicuramente grandi meriti: l’insistenza sul principio dell’efficienza, della produttività, dell’usare le proprie risorse al meglio e soprattutto una libertà di iniziativa. Questi sono principi che devono permanere perché nessuno oggi pensa di poter ritornare all’economia pianificata a comando. Bisogna che queste cose siano dette e se ne sia consapevoli. Non sono questi concetti ad essere messi in forse, ma la contraddizione pragmatica di principi non opportunamente rivisitati, che sta producendo proprio il contrario: se le disuguaglianze aumentano a vista d’occhio, come stiamo vedendo ora, è ovvio che chi ne risente non sono soltanto i poveri che crescono, ma il principio di libertà, perché il mercato è sempre stato visto come uno strumento di umanizzazione e di incivilimento del mondo. Quando si creano delle discriminazioni e delle esclusioni, questa funzione civilizzatrice finisce. I principi di tale pensiero rimangono, è la loro traduzione a cambiare: il liberismo ha tradito lo spirito liberale, perché ci si è lasciati andare illudendosi che le cose potessero andare avanti così fino a quel momento. Rimettere al centro del discorso categorie, come la solidarietà, la reciprocità e soprattutto come la gratuità, oggi è molto importante, ma esse esistevano (per esempio la gratuità deriva da caris, che vuol dire carità non in senso dell’elemosina), e come la solidarietà e reciprocità sono categorie teologiche. Ecco perché la teologia si affianca all’economia, offrendo una visione più ampia di quella a cui eravamo stati abituati in passato.

 

 

Jacquineau Azétsop, docente di Storia della Globalizzazione e di Structural Violence and Public Health Interventions in Developing Countries per la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana a Roma, è stata interpellata con alcune domande sul tema della Teologia della Liberazione anche in relazione alla crisi globale che oggi stiamo attraversando.

Jacquineau Azétsop, la Teologia della Liberazione come si è evoluta, dal ’68 ad oggi, per quanto attiene ai principi e alle applicazioni economiche, in Africa?
La Teologia della Liberazione nel continente africano è stata spesso incentrata sulla liberazione come risposta di speranza alla sofferenza dei bisogni dell’uomo se la si identifica con la liberazione spirituale dalla schiavitù del peccato che include l’idolatria del mercato e anche con la liberazione dalle forze sociali che influenzano la vita delle persone, specialmente tra i più poveri tra i poveri. Jean Marc Ela, un sociologo e teologo del Camerun, mi ha insegnato molto su come si può rispondere alla questione sociale partendo dalla propria fede personale e dal proprio background culturale. Per esempio in una cultura in cui le persone pongono in evidenza specialmente i bisogni e non la ricchezza, molte forme di capitalismo non possono esistere perché possono essere relegate nella categoria di male intrinseco, in quanto esse vanno totalmente contro quello che tende ad essere il fulcro della cultura di quei paesi.

I temi di emancipazione sociale e politica presenti nel messaggio cristiano come vengono elaborati in questa riflessione teologica oggi nello specifico, cioè in questa fase di crisi economica e sociale globale?
Uno dei principi fondamentali della Teologia è che la storia è il luogo della auto-rivelazione di Dio. Egli rivela il suo amore nella storia attraverso la persona di Gesù il Nazareno che diventa il Signore della storia e riassume l’intera storia umana. In questo modo le questioni sociali e politiche non possono essere separate dal vivere la fede in Cristo. Nel villaggio globale le chiese cristiane dovrebbero essere contro la vera struttura del neoliberalismo che tende ad essere la principale via economica alla quale si intende. Per fare un esempio, le politiche di aggiustamento strutturale erano radicate nella filosofia del neoliberalismo ed imposte alle persone (come gli Africani) che non consideravano l’individualismo come un loro valore culturale. Molto più importante sarebbe se le chiese cristiane potessero insorgere contro l’idolatria del denaro che sembrava condurre le attuali mentalità capitalistiche. I poveri sono completamente esclusi dalla modalità economica che viene insegnata oggi. Noi abbiamo bisogno di ricostituire la dignità di coloro che vivono ai margini della società perché se il governo può essere neutrale a questo fatto, Dio non può esserlo certamente. Noi crediamo infatti in un Dio che è dalla parte del povero. La sofferenza del povero porta ad un cambiamento della nostra società e noi possiamo non rispondere a questo cambiamento se non attraverso la lente data dalla nostra fede religiosa.

La crisi economica sta imponendo un ripensamento e una rielaborazione dei modelli di sviluppo economico. La Teologia della Liberazione cosa propone? Quali modelli di sviluppo propone oggi di costruire in alternativa all’esistente?
Le chiese cristiane necessitano di essere presenti nelle maggiori decisioni che influenzano la vita delle grandi masse di poveri che si sono create. Le chiese locali dovrebbero rivolgersi agli intellettuali, a coloro che prendono decisioni, alle maggioranze economiche di mercato e ai poveri. Tanto quanto esse dovrebbero anche sforzarsi di trovare i capi religiosi tra coloro che prendono decisioni che insegnino alle persone povere a dedicarsi alle propri necessità in modo che elevino la qualità della propria vita. Le chiese cristiane dovrebbero anche fare affidamento su piccole comunità per fare degli sforzi di cambiamento a livello locale.

 

 

Francesco Compagnoni, docente di Etica alla Facoltà di Scienze Sociali all’Angelicum, ovvero la Pontificia Università San Tommaso D’Aquino di Roma, ci ha risposto sul rapporto che esiste tra fede ed economia anche in relazione al convegno.

Francesco Compagnoni, qual è la posizione delle chiese appartenenti a culti diversi in campo economico?
La domanda è troppo generica per potervi rispondere, perché tra queste chiese ci sono quelle che si occupano esplicitamente di questo problema, mentre altre non lo considerano affatto. Posso rispondere per quanto riguarda la Chiesa Cattolica che a livello centrale ha preso delle posizioni ufficiali, riassunte in un capitolo del volume intitolato ‘Compendio della dottrina sociale della Chiesa’, uscito nel 2004, che tratta della vita sociale e quindi anche della vita economica. La Chiesa Cattolica, procedendo grosso modo come tutte le altre chiese, affronta questo aspetto partendo dagli aspetti biblici, nei quali l’idea generale (e molto astratta) è che le ricchezze devono essere disponibili per tutti gli uomini e quindi se esse esistono debbono essere condivise; successivamente si discute a fondo su quale sia il rapporto tra la morale e l’economia. Questo perché al di là della teologia alcuni gruppi di economisti (non coloro che operano in quel campo, ma coloro riflettono sulla la vita economica) sostengono la totale autoreferenzialità dell’economia, come se fosse matematica, mentre altri vedono come questa abbia delle implicazioni di tipo antropologico, cioè come in economia sia implicata una visione dell’uomo. Questa posizione (l’umanizzazione dell’economia) viene accettata normalmente da tutte le chiese perché la scienza teorica dell’economia e la vita economica reale devono tener conto anche di certe dimensioni – non solo di quelle tecniche o comunque legate alla matematica – bensì umane, relazionali e antropologiche.
Un altro punto che il ‘Compendio della dottrina sociale della Chiesa’ mette successivamente in risalto è la riflessione sull’iniziativa privata e l’impresa. Questo spunto è necessario per riflettere sul fatto che oggi ci rendiamo conto che le ricchezze in un paese sono in gran parte prodotte dalle imprese e quindi ci si pone la questione di come esse vengano prodotte e come vengano successivamente impiegate. In questo contesto si parla oggi di responsabilità sociale d’impresa: c’è da anni anche un’iniziativa portata avanti dall’ONU su questa problematica. Per ritornare al capitolo del ‘Compendio’ che tratta dei rapporti in campo economico, viene subito dopo sottolineato lo stretto legame fra lo Stato, l’economia e i corpi intermedi, cioè i sindacati, i comuni, le associazioni che esistono nella società civile e anche in rapporto ai singoli individui. Nell’ultima parte che riguarda la vita economica si affrontano gli aspetti totalmente nuovi dell’economia attuale: il primo dei quali è quello della globalizzazione, il secondo invece è costituito dalla finanziarizzazione dell’economia reale, il terzo è il problema del rapporto fra il potere politico e l’economia internazionale. Quest’ultimo problema risulta complicato dal fatto che gli Stati hanno un potere territoriale, mentre le economie sono globali.
Il capitolo infine termina, secondo la tradizione cattolica ma anche cristiana in generale, facendo risaltare il fatto di come, se l’economia reale ha una qualche implicazione umanitaria, coloro che operano in quel campo devono essere ‘virtuosi’, capaci di essere ‘onesti’. Oggi nella preparazione dei manager, nei Master a loro dedicati, si fa sempre più ricorso all’etica perché c’è la tendenza di dire che l’operatore economico deve avere un approccio radicalmente morale, nella impostazione del proprio lavoro. D’altronde l’inizio della crisi economica attuale è comunemente fatta risalire a comportamenti altamente disonesti di operatori statunitensi.

Quali altri documenti sono stati redatti da parte della Chiesa Cattolica per quanto riguarda l’economia e le questioni finanziarie?
Il documento del quale parlavamo prima riguarda la posizione a livello centrale, ossia il Papa stesso, ed è una sorta di punta dell’iceberg, ma esistono anche molte altre istanze cattoliche in campo economico. Per esempio la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) si è seriamente interessata di queste tematiche. Negli anni 2000 ho contribuito, insieme a numerosi altri colleghi, all’uscita di diverse Guide, proposte a livello nazionale, che si interessano di economia e temi finanziari: ‘Etica e finanza’, ‘Finanza internazionale e agire morale’ e ‘Etica, sviluppo e finanza’. Queste guide si possono trovare sul sito della Conferenza Episcopale Italiana. Esiste un’ampia produzione di singoli teologi in molte lingue su questi temi, ma anche cattedre universitarie che si interessano di etica economica. Quasi tutte le Facoltà di Economia hanno oggi almeno un insegnamento che si interessa di etica economica.

È stato redatto un documento della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) intitolato ‘Una comunità europea di solidarietà e responsabilità’ sull’economia sociale di mercato altamente competitiva e gli obiettivi del Trattato dell’Ue presentato il 12 gennaio 2012 a Bruxelles. Ce ne parla meglio?
Non ho presente questo documento, ma è sicuramente in linea con la posizione che troviamo nel ‘Compendio della dottrina sociale della Chiesa’ già citato in precedenza e con l’idea della solidarietà perché la responsabilità sociale d’impresa, che a livello internazionale è stata rilanciata da Kofi Annan nel summit del World Economic Forum (WEF) di Davos nel 1999, sottolinea come l’impresa non debba seguire solo le normative di legge, ma abbia il compito di far sviluppare l’economia verso questa solidarietà. E’un’idea cristiana ma anche un’ideale etico che riguarda l’intera l’umanità.

Quanto l’economia e la finanza entrano nella pratica religiosa e come entrano a seconda delle diverse chiese cristiane (cattolici, evangelici, ortodossi ecc.)?
Sì, l’economia e la finanza sono state certamente influenzate da alcuni comportamenti legati alla pratica religiosa in passato, quando in vecchi libri di economia si poteva trovare qualche volta l’affermazione che quando la Chiesa Cattolica prescriveva di mangiare soltanto pesce il venerdì, questo fatto influenzava il mercato. Suppongo anche che se in uno stato musulmano è vietato bere bevande alcoliche ci sarà lo stesso fenomeno. Tuttavia se in passato queste diete influenzavano l’economia, oggi mi pare non siano più così rilevanti. Da un altro punto di vista bisogna considerare il fatto che le chiese sono tutte sovvenzionate dai propri fedeli e se la comunità è ricca produce una struttura ecclesiale pesante, mentre se è povera una di minore entità.
La responsabilità sociale di impresa, che noi teologi facciamo derivare dai concetti di solidarietà o di solidarismo, è indirizzata a sviluppare in un modo o nell’altro la ridistribuzione del reddito. Tutte le società occidentali la attuano di già in qualche modo: si pensi alla tassazione progressiva, che tutti gli stati hanno. Anche questa è una forma fondamentale di solidarietà. Ci sono non poche imprese che attuano questa responsabilità sociale, anche se il modello italiano molto serio in questo campo e ancora ‘mitico’ è stata la vecchia Olivetti a Ivrea. Ce ne sono però state anche molte altre, come per esempio la Merloni. Esistono oggi in diverse Regioni italiane imprese per esempio che favoriscono seriamente la maternità delle donne che lavorano per loro azienda con azioni concrete, ossia facendo accordi con le regioni di competenza in merito all’utilizzo degli asili nido e di strutture simili. In questo c’è un’ispirazione religiosa, ma anche una dimensione etica generale. Oggi è molto difficile sostenere una forma di paleocapitalismo economico, quando l’opinione pubblica propone una condivisione e di fatto molti passi sono stati fatti verso la solidarietà, almeno nel mondo occidentale.

Il rapporto tra la Chiesa Cattolica e i mondi economici e finanziari come sono destinati a cambiare con l’avvento del papato di Francesco?
A livello pratico vediamo immediatamente per esempio che il Vaticano cerca di essere molto più trasparente di come era passato, quindi adottando, come tutti gli stati o tutte le banche nazionali in genere, nuove politiche in questo senso. La trasparenza è una forma di solidarietà perché in tal modo si sa da dove vengono i soldi e come questi vengono spesi e ripartiti secondo le varie esigenze. Papa Francesco certamente sottolinea come i marginalizzati ai confini della società siano il problema e che la solidarietà deve essere effettuata in maniera seria; non può essere più il fare un po’ di carità ogni tanto. La visione globale dell’economia ci dice che c’è un miliardo di persone che vivono abbastanza bene nel Nord America e in Europa, ma che gli altri sei miliardi sono sotto il livello di guardia.
Questo vuol dire quindi che stanno soffrendo: la solidarietà deve diventare un modo di pensare l’economia che non può essere quella che si aveva nella fine dell’Ottocento. A livello nazionale la solidarietà è diventata il punto centrale della nostra economia: nessun partito o scuola economica dice che essa è secondaria. Ma essa deve diventare così anche a livello internazionale. Noi ci lamentiamo in Italia della nostra situazione economica ma godiamo ancora di ventisette o vent’ottomila dollari all’anno di PIL pro persona, mentre la Russia ne produce la metà, e la Cina un quarto. Questi ultimi due sono poi paesi sviluppati, mentre per paesi come l’Etiopia o l’Eritrea è difficile persino fare questo genere di calcolo. D’altronde ciò lo vediamo in Italia con la gente che attraversa il Mediterraneo e vuole la sua parte della torta, vedendo che abbiamo molto e loro non hanno niente; vorrebbe un po’ di ricchezza anche per sé. È difficile a livello teorico opporsi al ragionamento di tali persone che ormai sono entrate in un processo storico epocale non eludibile.

Il rapporto tra la Chiesa Cattolica e i mondi economici e finanziari come cambia verso la riorganizzazione dei sistemi produttivi derivanti dalla crisi globale che stiamo attraversando?
Questa crisi sembra che sia un problema finanziario e ciò solleva il problema di quanto la finanza rispetti e abbia rispettato l’economia reale. Questo è un problema altamente tecnico, molto delicato ma in fondo gli economisti riconoscono che la spiegazione della crisi attuale è stata creata dagli operatori a livello finanziario che facevano speculazioni finanziarie oltre ogni limite rispetto all’economia reale. Questo che è profondamente immorale e contrario ai principi stessi della solidarietà. Lei pensi alle speculazioni fatte all’epoca delle ‘tigri asiatiche’ degli anni ’90 sulle monete nazionali dei piccoli paesi dell’Estremo Oriente. Si facevano i miliardi a Londra e in quei paesi non si poteva più comprare un chilo di riso, proprio perché la loro moneta non valeva più niente ed era deprezzata. Ma non è il solo caso, ci sono state tante altre bolle finanziarie che sono ben conosciute perché oggi per fortuna i nostri giornali parlano molto di economia, (direi quasi per un terzo dei loro contenuti impegnati), mentre quando io ero giovane il Corriere della Sera, per citare un solo nome tra i tanti, aveva una sola pagina economica o poco più. Da una parte questo interesse ha fatto diventare tutto il sociale ‘economia’, ma dall’altra ha permesso di mettere le carte in tavola e chiarire molti processi legati all’economia stessa.

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