mercoledì, Maggio 12

Economia dei diritti umani image

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Terenzi

Ci può essere un vero sviluppo economico se non ci liberiamo dalle gravi ineguaglianze socio economiche che colpiscono la gran parte del mondo cosiddetto ‘sviluppato’? Che sviluppo è se la forbice dell’ineguaglianza si allarga a svantaggio dei più poveri, persone che faticano a sopravvivere, mentre gli economisti ci parlano della prossima ripresa?  Alcuni giorni fa il World Economic Forum ha riunito economisti e uomini e donne di governo, banchieri e politici tutto sommato concordi nel dire che la situazione economica nel 2014 migliorerà. Qualche dubbio sulla qualità di questo miglioramento circola tra chi vede l’ostacolo evidente degli altissimi tassi di disoccupazione (Italia, Spagna e Portogallo) e -più che di ripresa- ci parla di un rallentamento della crisi. 

Il 20 gennaio scorso, giornata in cui si celebra il Martin Luther King Day negli Stati Uniti, in una conferenza presso ECOSOC -Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite- IL Nobel Joseph Stiglitz ammoniva sul fatto che «La diseguaglianza è il killer del Pil, poiché porta con sé un calo della crescita e una maggiore instabilità».

L’ineguaglianza è un fattore di inciviltà, un danno alla democrazia e anche un danno economico. Un popolo esposto a gravi forme di ingiustizia sociale non potrà dunque raggiungere condizioni di vero sviluppo e ci si arriva anche con un po’ di buon senso. Qual è la situazione oggi in Italia?

Non abbiamo una Commissione nazionale per i diritti umani né il Difensore civico nazionale. Entrambi questi organismi sono previsti dalle convenzioni internazionali, dalle raccomandazioni ONU del 1993 (Principi di Parigi) e da altre 77 raccomandazioni, che il nostro Paese ha accettato. Delle 78 raccomandazioni accettate, come recita il rapporto periodico del Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite, ne abbiamo attuato solo 44. 

Esistono comunque, nel nostro Paese, numerose autorità pubbliche di promozione dei diritti umani: per esempio la DG per la cooperazione multilaterale e i diritti umani del Ministero degli Affari Esteri o il Dipartimento per le Pari Opportunità dell’omonimo ministero, il Comitato nazionale per la bioetica e molti altri. Esistono anche due organismi governativi sui diritti umani: CIDU (Comitato interministeriale per i diritti umani), che redige i report periodici sui diritti umani in Italia presso il MAE, e il Comitato dei Ministri per l’indirizzo e la guida strategica in materia di tutela dei diritti umani (presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri), con compiti di coordinamento e indirizzo. Nessuna di queste autorità ha il carattere di indipendenza richiesto dalle organizzazioni internazionali. 

A livello locale il tema è trattato da norme sulla pace e sui diritti umani inserite negli statuti comunali e provinciali successivi al 1991, nonché dalle normative regionali che istituiscono consulte per i diritti umani, la pace, la cooperazione allo sviluppo e la solidarietà. Assessorati e difensori civici, con pubblici tutori dei minori, rappresentano altrettanti e numerosi esempi di frammentazione del tema in mille piccoli organismi che faticano a dialogare tra loro e soprattutto non ricevono un indirizzo centrale.

Sembra più una questione organizzativa che politica, un salto culturale e non ideologico, nella consapevolezza evidente che coordinare le forze in campo significherebbe almeno due vantaggi: da un lato, quello realizzare un’azione coordinata e dall’altro di risparmiare risorse economiche. Garantire condizioni di tutela dei diritti umani significherebbe infine avvicinare il dettato della nostra Carta Costituzionale alla quotidianità concreta delle nostre vite. Significherebbe, infine, migliorare la vita di uomini e donne, mettendoli in condizione di lavorare e produrre meglio, in termini anche materiali. Un’economia della felicità e dei diritti umani si fonda dunque anche sullo sforzo di portare alla pratica realizzazione le raccomandazioni degli organismi internazionali dove rivestiamo un ruolo -in quanto una delle nazioni economicamente più sviluppate del mondo. Potremmo creare l’Istituto Nazionale Indipendente, come da obiettivi del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani della Fondazione Basso. 

Si tratta di una rete di 89 associazioni e organizzazioni non governative italiane che operano per la promozione dei diritti umani  ed esiste dal 2002. Vanta il supporto di un gruppo di esperti in diritti umani e ha tra i suoi obiettivi anche il «sostegno al processo legislativo per la creazione in Italia di una “Istituzione nazionale indipendente per i diritti umani”, in linea con gli standard promossi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite contenuta nella Risoluzione n. 48/134 del 20 dicembre 1993 e i Principi di Parigi». Si accompagnano a questa attività la realizzazione di attività culturali e informative, per attirare l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani che si esercitano nei Paesi a democrazia consolidata, tra cui l’Italia.

Abbiamo chiesto a Barbara Terenzi, coordinatrice del Comitato, di parlarci del rapporto tra economia e diritti umani in Italia e se è corretta l’impressione che questi due mondi parlino lingue diverse. 

 

I Millennium Development Goals dell’ONU (oggi Sustainable Development Goals) sono 8 ‘livelli’ nei quali le nazioni di tutto il mondo dovrebbero coordinare le loro azioni per garantire uno sviluppo equilibrato e globale: alimentazione, salute dei bambini e delle loro madri, diritto all’infanzia e cooperazione per lo sviluppo. In che modo vengono trattati questi temi dagli economisti?

Sulla strategia dei MDG ci sono stati problemi sin dalle origini, perché sono stati creati con scarso coinvolgimento degli Stati e soprattutto della società civile. Quando si è passati alla fase di implementazione degli obiettivi, così, si è visto che c’era uno ‘stacco’ tra gli enunciati e la presa di coscienza degli Stati. Nella nuova fase il coinvolgimento di questi ultimi è stato più diretto, così -probabilmente- il raggiungimento degli obiettivi sarà più partecipato. I nuovi obiettivi risultano da una programmazione, come si dice, bottom-up (dal basso verso l’alto), mentre la prima esperienza era stata, al contrario, ‘calata dall’alto’. Non stupisce dunque che i target non siano stati raggiunti. Ed ecco anche la risposta sugli economisti: le elaborazioni fatte dall’alto della “torre d’avorio” o addirittura in condizioni di “sperimentazione”, non possono dare buoni risultati. Le persone, gli interessati alle riforme, devono partecipare direttamente, se no le cose non possono funzionare. 

Tra gli obiettivi del Comitato c’è quello di promuovere una Istituzione Nazionale Indipendente per i diritti umani. Quali sarebbero i compiti di un simile organismo e a cosa servirebbe?

Questo organismo garantirebbe la risposta della società civile italiana alle azioni internazionali. Si tratta di un meccanismo di democrazia partecipativa previsto dall’architettura del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite. L’Italia è uno dei pochi Paesi a democrazia consolidata che ancora non si siano dotati  di questo strumento, che coinvolgerebbe istituzioni, rappresentanti della società civile, associazioni, organizzazioni professionali e datoriali, sindacati, ONG. In Italia le organizzazioni del nostro Comitato includono, per esempio, Libera -lotta alla mafia- o Save the Children -per il miglioramento della vita dei bambini. Abbiamo anche organismi che si curano del mondo dell’informazione, come Ossigeno per l’informazione, o Articolo 21. Copriamo tutti gli ambiti dei diritti umani, insomma, in uno scenario di società civile e ONG che dovrebbero far parte di un meccanismo da realizzarsi proprio con l’istituzione di un organo indipendente. L’Italia si è impegnata per due volte nel Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU (Ministri D’Alema e Frattini), ma non ha mai realizzato l’istituto. È un problema di mancanza di conoscenza, non è un problema di colorazione politica. Parliamo di diffidenza o non conoscenza di questo strumento di democrazia partecipativa.

Gli economisti -anche a Davos- ci parlano dell’imminente ripresa economica dell’Eurozona. Ma la cronaca ci racconta della grave difficoltà del livello sociale medio e medio basso. Si può seriamente parlare di ripresa nel 2014 mentre molte persone faticano a sopravvivere in questo Paese?

Guardare alla nostra crisi economica, diciamo anche a quella europea, significa fare riferimento a un modello economico che probabilmente ha fatto il suo tempo e dovrebbe essere presto superato da una nuova visione. Ma per andare incontro a un nuovo modello è necessario legare l’economia e la cultura. Stiamo soprattutto parlando di una cultura di livello europeo, che deve essere rivista se non proprio costruita. Economia e cultura in Europa avanzano con ritmi diversi e non armonici e il patrimonio culturale non riesce a mantenere il ritmo con questa nuova visione che si sta formando. Penso a Paesi che finora abbiamo considerato meno avanzati, per esempio i nuovi Paesi emergenti africani, dove esistono scuole di pensiero fatte di professionisti altamente qualificati, la cui visione è molto più avanzata della nostra. Diciamo pure che la situazione europea è un po’ ‘vecchia’, siamo pieni di certezze e fatichiamo a elaborare un pensiero nuovo. Se invece pensiamo a ciò che succede in paesi come Brasile, India, Sudafrica vedremo che nonostante i problemi gravi che affrontano sono accelerati in avanti e, diversamente da noi, hanno una visione che guarda al futuro.

In che modo il nostro paese entra nel sistema mondiale dei diritti umani, nel quale opera il Comitato?

L’Italia è entrata per due mandati consecutivi -di 4 anni ciascuno- nel Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Questo ci definisce come un Paese sensibile e aperto al tema. Ma l’apertura è in larga parte teorica, perché se guardiamo la situazione concreta del nostro Paese ci renderemo subito conto che -per esempio- il Garante Nazionale dei Minori, istituito dopo un lunghissimo e sofferto percorso durato decenni, ha ricevuto solo da poco un adeguato sostegno per cominciare ad operare sul territorio. Prima c’erano tanti garanti regionali, del tutto scollegati l’uno dall’altro, per cui poteva capitare che il Garante del Trentino impartisse indicazioni che non avevano nulla in comune con quelle del collega della Sicilia. Il risultato? Politiche frammentarie e nessun coordinamento. Questa è la funzione che l’Istituzione Nazionale Indipendente potrebbe svolgere: coordinare le attività e garantire anche un risparmio economico. Solo in apparenza il meccanismo costerebbe di più, in realtà già costano moltissimo le attuali politiche contrastanti che non dialogano tra loro. Per sopperire a queste mancanze, tra l’altro, il Comitato monitora sistematicamente lo stato di attuazione delle raccomandazioni e degli strumenti per i diritti umani a livello ONU e CE, Consiglio d’Europa incluso (ci sono meccanismi anche a quei livelli). Il Comitato è presente dove si discute di tutto questo e diffonde in Italia le informazioni relative, provvedendo anche alla traduzione in italiano e alla diffusione delle raccomandazioni e dei risultati delle misure di monitoraggio dei diritti umani, prescritte dal sistema delle Nazioni Unite. 

Il Nobel Stiglitz è intervenuto pochi giorni fa all’ONU per parlare del fatto che senza rispetto dei diritti umani non c’è economia che possa funzionare. Considerare questo tema come lontano dalla quotidianità italiana è un errore di lettura o un problema di marginalità dell’Italia nel dibattito?

Esistono strumenti e meccanismi che definiscono standard e termini di riferimento generali. Le dinamiche politiche ed economiche globali travalicano i limiti degli Stati Membri secondo logiche che non appartengono allo stato-nazione ma a giochi economici che seguono percorsi trasversali. Basta pensare a come i problemi del petrolio incidono sulle questioni geopolitiche che ridisegnano lo scenario mondiale secondo gli equilibri economici. La dinamica delle banche e dei mutui ‘subprime’ ci dimostra quanto siamo parte di un sistema mondiale. Anche l’informazione è cambiata e non si può più ragionare in termini solo locali. Se non si tengono sempre presenti tutti i livelli -locali, regionali e globali- la lettura dei fenomeni così risulta sbagliata. È forse un’utopia pensare che si possa rimediare su quei piani globali agli squilibri e alle ineguaglianze esistenti, ma un cambio di mentalità è comunque necessario e proprio a livello globale, anche nelle politiche ambientali.

In che modo economia e diritti umani interagiscono in Italia? Come dovrebbero invece interagire?

La crisi e i tagli allo stato sociale dimostrano bene la situazione: se tagliamo sanità, pensioni, scuola -come stiamo facendo in Italia- pesiamo sui segmenti più vulnerabili del sistema sociale. È chiaro che economia e diritti umani sono strettamente interconnessi: riconosciamo per legge un diritto universale alla salute, ma poi tagliamo quei fondi. L’Italia ha una legislazione avanzatissima, ma non la applica e i rimedi economici che stiamo scegliendo non sono lungimiranti. Dovremmo semplicemente applicare la legge e la Costituzione. 

Che tipo di soluzione è pensabile ai problemi sociali ed economici che esistono?

Prima di tutto è necessario fare educazione diffusa ai diritti umani. Oggi invece, anche nel nostro sistema amministrativo, ci sono aree prive di sufficiente formazione: polizia, avvocati, ospedali dovrebbero ricevere un’educazione approfondita in tema di diritti umani, così come tutti i livelli civili: scuola, cittadini, amministrazione. Ne conseguirebbero azioni più coerenti con gli enunciati e le convenzioni che l’Italia ha ratificato.

L’Italia produce cultura anche quando fa economia. L’ineguaglianza economica determina anche conseguenze culturali. Possiamo dire che l’ingiustizia ‘uccide’ la nostra cultura? Se sì, come?

Sicuramente la consapevolezza dell’importanza dei diritti di tutti offrirebbe la possibilità di porsi nei confronti della cultura e di conservare le nostre competenze e i nostri ‘saper fare’ all’altissimo livello qualitativo che ha sempre caratterizzato l’Italia, anche storicamente. Noi abbiamo, nella nostra tradizione e patrimonio culturale, una grande ricchezza culturale che ha fatto la differenza e ha sempre caratterizzato il made in Italy, che si porta appresso una ricchezza culturale storica e forma un patrimonio del quale dobbiamo essere consapevoli, da salvaguardare con misure opportune e mirate. Siamo portatori di qualcosa di unico, che altrove nel mondo non esiste. Lavorare sui diritti è dunque anche la consapevolezza di quanto vale la diversità e questo meccanismo è riconosciuto anche in Paesi che non hanno a disposizione un bagaglio culturale ricco come il nostro. Potremmo, a titolo di esempio, guardare con maggiore consapevolezza al fatto che le comunità Rom, camminanti, Sinti sono nel nostro Paese dal 1600 e non da pochi decenni. Dall’altro lato, ricordiamoci che oggi esiste un fenomeno di emigrazione ‘giovane’, che è anche emigrazione culturale. Lavorare su educazione e diritti umani significa così assumere la consapevolezza di quanto sia grande la dimensione di questo tema, per fare un grande cambio di mentalità e ripensare il nostro modello di sviluppo con una nuova prospettiva e una nuova ottica.

 

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